Durante la presentazione del mio libro, mi è stato chiesto: Come si porta un team dal “non è colpa mia” al “me ne faccio carico”?
È una domanda che mi sono posto anche nel 2010. Avevo un gruppo di persone capaci, ma bloccate. Il mercato era difficile, le risorse scarse, e in quelle condizioni è facile scivolare nella narrativa della vittima: il sistema non funziona, i piani alti non capiscono, il budget non c’è. Non era pigrizia. Era qualcosa di più sottile: una progressiva abdicazione della responsabilità, fatta di piccoli passi, quasi invisibile.
In quel periodo seguivo Mourinho – lo seguivo da prima che arrivasse all’Inter, perché avevo visto e letto qualcosa di suo e, a prescindere da certi suoi atteggiamenti e dal tifo calcistico, mi ero accorto che quell’uomo aveva qualcosa da dire sulla motivazione, sulla gestione della pressione, sulla capacità di far credere le persone in qualcosa di grande. Nel 2010, alla vigilia della semifinale di Champions League contro il Barcellona, disse una cosa che mi rimase impressa: “Noi vogliamo andare dietro al nostro sogno, per loro la finale è un’ossessione – e la differenza è molto grande.”
Quella distinzione – sogno contro ossessione – mi diede una chiave pratica. L’ossessione genera paura del fallimento, blocca il talento, trasforma ogni ostacolo in una conferma che le cose non possono andare bene. Il sogno libera energia, permette di farsi carico di fatiche che altrimenti sembrerebbero insensate. Trassi ispirazione da quella frase per motivare i miei ragazzi. Non come slogan, ma come specchio: state inseguendo un sogno o state cercando di sopravvivere a un’ossessione? Qualcosa si mosse. Anni dopo avrei scoperto che il metodo Kanban descrive esattamente questo approccio: per far evolvere un’organizzazione, il leader si comporta come un allenatore sportivo.

Frankl e il carburante del coraggio
Ma perché funziona? La risposta più profonda non me la ha data il calcio. Me la ha data Viktor Frankl.
Frankl era uno psichiatra viennese. Sopravvisse ad Auschwitz, e da quella esperienza – che non ha paragoni possibili con nessuna difficoltà aziendale, sia chiaro – trasse un’osservazione radicale sulla natura umana: anche privato di tutto, anche ridotto ai minimi termini, un essere umano che riesce a darsi un senso trova la forza di resistere. Chi non lo trova, si sgretola. Non per debolezza morale, ma perché il senso è una necessità costitutiva dell’essere umano, non un lusso. Per riassumere questo concetto Frankl citava spesso Nietzsche:
“Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come.”
Ma Frankl va oltre la resilienza. Propone quella che chiama una rivoluzione copernicana del senso: non dobbiamo chiederci cosa ci aspettiamo dalla vita, ma capire che è la vita a interrogarci.
“Vivere significa rispondere alle domande che la vita ci pone, assumendoci la responsabilità di ogni istante.”
Vivere – e lavorare – non è attendere che le condizioni migliorino. È rispondere, agire, farsi carico.
Ed è qui che senso e coraggio si intrecciano. Senza senso, il costo del coraggio è troppo alto: ci si espone, si rischia, ci si fa carico di qualcosa che potrebbe andare male, e se non si sa perché, a un certo punto ci si ferma. Il senso non è una consolazione, è il carburante del coraggio.
La promessa onesta
Tutto questo ha conseguenze molto concrete su come si gestiscono le persone.
Quando in un’azienda con cui collaboravo anni dopo abbiamo assunto una persona per un ruolo di responsabilità, le condizioni oggettive non erano un argomento di vendita. L’azienda non era strutturata. La retribuzione era bassa. Potevo raccontarle una favola. Non l’ho fatto. Le ho detto con tutta la sincerità che riuscivo a trovare: “Non ti prometto un lavoro facile. Ti prometto anni entusiasmanti a costruire qualcosa che oggi non esiste.” Lei ha scelto quella proposta e quella scelta era un atto di coraggio, non di ingenuità. Il coraggio di chi ha trovato un senso abbastanza solido da giustificare il rischio. Oggi, quando attraversa un momento di sconforto, a volte è utile ricordare insieme quella conversazione. Non come retorica motivazionale, ma come riaggancio al senso originario.
La leadership diffusa nel metodo Kanban
Tutto questo ha un nome preciso nel metodo Kanban: “incoraggia atti di leadership a tutti i livelli.”
Non è un invito a ignorare la gerarchia. È il riconoscimento che la leadership – nel senso di iniziativa, responsabilità, cura del sistema – non può essere monopolio di chi ha un titolo o un ruolo di responsabilità. Un designer che propone un’interfaccia più semplice senza che nessuno glielo abbia chiesto, uno sviluppatore junior che blocca un rilascio perché ha visto un problema che mina la fiducia dell’utente, un team che rifiuta un compito perché non è coerente con lo scopo dichiarato: questi sono atti di leadership diffusa.
Ma attenzione: questo senso non può essere imposto dall’alto. Un purpose scritto dal CEO e affisso in sala riunioni non accende nulla. Il senso che dà coraggio è quello che il team costruisce insieme, attraverso la conversazione, il confronto, la partecipazione alle decisioni. È per questo che Kanban insiste sulla collaborazione e sul rispetto delle persone come condizioni strutturali, non come valori decorativi.
E quando quel senso è davvero condiviso, i comportamenti cambiano. Il coraggio di esporsi, di dire una cosa scomoda, di assumersi la responsabilità di un’azione non richiesta diventa possibile. Senza senso, il costo dell’iniziativa è troppo alto e le persone, razionalmente, si ritraggono. Nel Kanban Maturity Model, questo salto avviene al Livello 3: l’organizzazione smette di rincorrere l’efficienza per sé stessa e inizia a definire uno scopo che orienta ogni decisione. Il fit-for-purpose non è più un’etichetta tecnica, diventa qualcosa che le persone hanno costruito e interiorizzato insieme, e che dà loro il coraggio di agire.
L’unica metrica che conta
La vera metrica del successo di un leader non è un bilancio, un OKR, un NPS.
È quello che succede anni dopo. Alcuni di quei ragazzi con cui lavoravo allora hanno preso strade imprenditoriali. Parlando con loro di recente, ho capito – e uno me l’ha detto esplicitamente – che stanno ancora inseguendo quel sogno. L’azienda è cambiata, il contesto è cambiato, tutto è cambiato. Ma il germe è rimasto.
Se fossi il Faust di Goethe, direi: “attimo, fermati, sei bello!”.
Non perché sia un risultato mio, non lo è. Ma perché significa che il senso che avevamo trovato insieme era reale, abbastanza reale da durare oltre le circostanze che lo avevano generato. E questo, per me, è l’unica eredità che vale la pena costruire.










