Smettete di iniziare, iniziate a finire: un consiglio per salvare Milano dai cantieri infiniti

Per chi vive a Milano, è diventata un’esperienza fin troppo comune: passeggiare per la propria via e scoprire una nuova area transennata, l’ennesimo cantiere che sbuca da un giorno all’altro. La frustrazione, però, arriva dopo. Passano le settimane, poi i mesi, e dietro a quelle recinzioni non accade nulla. I lavori non procedono, il cantiere resta abbandonato, e le aree verdi sequestrate alla cittadinanza si trasformano in piccole ‘savane’ di erba incolta.

Questa paralisi diffusa genera una domanda spontanea in molti cittadini: perché accade tutto questo? Con così tanti progetti da realizzare, perché così tanti cantieri rimangono fermi?

C’è un modo migliore per gestire le opere pubbliche, un metodo che potrebbe restituire la città ai suoi abitanti in tempi più rapidi e con meno disagi.

Il problema: l’illusione della produttività

Dal punto di vista della gestione dei processi, il problema di Milano è un classico esempio di sovraccarico del sistema, dove un carico di lavoro eccessivo porta alla paralisi. Il cuore del problema risiede nella tendenza ad aprire troppi fronti contemporaneamente. L’amministrazione avvia numerosi cantieri in tutta la città, disperdendo energie, risorse e manodopera su decine di progetti diversi. Questo approccio, simile a un multitasking su larga scala, crea l’illusione di una grande operosità, ma nei fatti si rivela controproducente.

Le conseguenze negative di questa strategia sono sotto gli occhi di tutti e pesano sia sulle casse comunali che sulla vita quotidiana dei cittadini:

  • Progetti che non avanzano mai: le risorse frammentate impediscono di completare rapidamente anche i lavori più semplici.
  • Aumento dei costi per il Comune: ogni giorno in più di cantiere aperto rappresenta un costo aggiuntivo.
  • Significativi disagi per i cittadini: strade chiuse, rumore, aree inaccessibili e degrado urbano si protraggono per mesi.
  • Allungamento a dismisura dei tempi: i cronoprogrammi diventano un miraggio, con scadenze costantemente posticipate.
  • Crollo della produttività generale: saltare continuamente da un’attività all’altra diminuisce l’efficienza complessiva del sistema.

La causa nascosta: perché si inizia senza finire?

Ma perché si adotta una strategia così palesemente inefficace? L’ipotesi più probabile è legata a una logica burocratica e procedurale. Spesso, una volta che i fondi per un’opera pubblica vengono stanziati, esiste il rischio che vengano persi se il cantiere non viene “ufficialmente iniziato” entro una certa data.

Per non perdere il finanziamento, si procede quindi ad aprire formalmente il cantiere, magari semplicemente recintando l’area, anche senza avere le risorse o il piano operativo per portare avanti i lavori in modo continuativo. Questo meccanismo, nato per garantire l’impiego dei fondi, genera un sistema inefficiente che, dal punto di vista della buona gestione e del buon senso, non ha alcuna logica.

La soluzione controintuitiva: limitare i lavori in corso

La soluzione a questo paradosso esiste ed è sorprendentemente semplice, anche se controintuitiva. Deriva da metodologie di gestione del lavoro collaudate a livello globale, come Kanban, nate in ambito produttivo ma oggi applicate con successo in ogni settore. Il principio fondamentale è: limitare i lavori in corso (limit WIP – Work in Progress).

Invece di iniziare dieci cantieri e non portarne a termine nessuno, l’amministrazione potrebbe concentrare tutte le sue risorse sul completamento di uno o due cantieri alla volta. Solo una volta che un cantiere è finito, chiuso e l’area restituita alla città, si potrebbe procedere con l’avvio del successivo. Il principio da adottare è potente nella sua semplicità:

“Smettere di iniziare il lavoro e iniziare a finirlo.”

I benefici: più efficienza per i cittadini

Adottare un approccio focalizzato sulla conclusione dei lavori porterebbe benefici immediati e tangibili, come suggerito dall’esperienza di molte organizzazioni di cui parlo su questo blog. Concentrare le risorse non solo risolve il problema dei cantieri fantasma, ma ottimizza l’intero sistema. I vantaggi principali sarebbero:

  • Tempi di completamento ridotti: concentrando le risorse, ogni singolo cantiere viene terminato molto più in fretta.
  • Massimizzazione delle risorse pubbliche: meno cantieri aperti in parallelo significa meno costi di gestione, meno disagi prolungati e un uso più efficace dei soldi dei cittadini.
  • Aumento della produttività complessiva: le squadre di lavoro non sono costrette a disperdere energie, operando con maggiore efficacia su un obiettivo alla volta.

Conclusione: finire è meglio che iniziare

L’immagine di una Milano costellata di cantieri fermi non è un segno di vitalità, ma il sintomo di un sistema di gestione che ha perso di vista l’obiettivo finale: servire i cittadini. La soluzione non richiede investimenti colossali, ma un cambio di mentalità. Passare da una cultura dell’iniziare a una cultura del finire è la chiave per sbloccare la città e migliorare la qualità della vita di tutti.

La vera domanda, a questo punto, è una sola. È pronta l’amministrazione di Milano ad abbracciare un approccio dove meno significa meglio per restituire finalmente la città ai suoi cittadini?

Pillole di Kanban: Il paradosso del pendolare e l’illusione delle vecchie metriche

Per anni, il mio viaggio in treno verso l’ufficio di un cliente è stato il mio laboratorio personale di Kanban. Avevo costruito una metrica di Lead Time estremamente affidabile, un set di dati consolidati che mi permetteva di calcolare al minuto l’istante esatto in cui uscire di casa per essere puntuale, senza sprecare un solo secondo. Era il trionfo della prevedibilità.

Poi, come per tutti, il mondo è cambiato. Tra la pandemia e un’evoluzione delle mie attività professionali, ho iniziato a usare quasi esclusivamente l’auto. Recentemente, però, ho avuto l’opportunità di tornare alle vecchie abitudini e riprendere il treno. Convinto della solidità della mia esperienza passata, ho ripreso in mano i miei vecchi dati. Mi sono fidato di quella ‘verità’ storica per pianificare il mio arrivo.

Mentre camminavo verso la mia destinazione finale, riflettendo sul fallimento della mia pianificazione, ho iniziato a concepire questo articolo. Mi sono reso conto di aver commesso lo stesso errore che spesso rimprovero alle aziende con cui collaboro: ho agito basandomi su metriche scadute in un sistema che non è più lo stesso.

L’invecchiamento delle metriche: quando i dati diventano il tuo rischio

Il mio errore non è stato di calcolo, ma di contesto. Quelle metriche, che anni prima garantivano la mia puntualità, erano diventate inutili, anzi, pericolose. Le ferrovie sono cambiate: l’infrastruttura è meno affidabile, i guasti più frequenti. Quel giorno, un imprevisto tecnico mi ha causato un ritardo di 15-20 minuti, mandando in fumo la mia pianificazione.

Come Kanban Coach, parlo spesso di stabilità del processo. Una metrica non è una verità ontologica; è una fotografia di un sistema in un determinato stato di equilibrio. Se il contesto muta, che sia per una crisi globale o per un degrado strutturale, la metrica subisce un processo di obsolescenza (Metric Decay). Usare il Lead Time del 2019 nel 2026 è come navigare una costa rocciosa usando una mappa del secolo scorso. Il territorio è cambiato, e lo schianto è quasi certo.

Mediocristan vs. Extremistan: comprendere la natura del mondo

Per navigare l’incertezza, dobbiamo capire in quale dominio stiamo operando. Nassim Taleb distingue tra Mediocristan, dove le fluttuazioni sono scarse e seguono una distribuzione Gaussiana, prevedibile. Ed Extremistan, il regno degli eventi estremi, dove un singolo evento può invalidare ogni previsione.

Senza metriche fresche e aggiornate, perdiamo la capacità di distinguere tra questi due mondi.

Se non so più quanto sia affidabile il treno, non posso più permettermi il lusso dell’efficienza. Sono costretto a un enorme dispendio di capacità residua: per essere sicuro di arrivare puntuale, dovrei partire un’ora prima. Questo è il costo economico del non sapere: senza dati, siamo costretti a un sovraccarico di precauzioni costante. Trattiamo ogni banale spostamento come se fosse un potenziale cigno nero, un evento catastrofico.

Costruire l’antifragilità: sopravvivere al caos per disaccoppiamento

Quando il sistema ferroviario ha fallito e le mie metriche sono saltate, ho cercato una via d’uscita. Ma ho scoperto che le soluzioni standard erano fragili quanto il treno stesso:

  • Taxi e Bus (sistemi dipendenti): erano entrambi paralizzati dal traffico urbano. Se la strada è bloccata, il taxi e l’autobus condividono lo stesso destino. In termini sistemici, le loro probabilità di fallimento sono correlate.
  • Andare a piedi (sistema antifragile/robusto): alla fine, ho scelto di camminare, anche se era la soluzione più lenta.

Camminare è una soluzione vincente perché è disaccoppiata dall’infrastruttura complessa. Non dipende dai segnali ferroviari, dai motori elettrici o dal traffico stradale. Mentre il taxi restava bloccato, la mia progressione costante a piedi non degradava con il fallimento del sistema circostante. In un mondo in cui non puoi misurare con precisione il Lead Time degli altri, l’unica strategia razionale è avere opzioni che non dipendano dalle fragilità altrui.

Conclusione: il costo del non sapere

Le metriche non servono solo a “misurare quanto siamo bravi”. Servono a definire la natura del mondo in cui stiamo operando. Se i tuoi dati sono obsoleti, non hai più una bussola: ogni fluttuazione statistica si trasforma in un evento da Extremistan che può travolgere la tua operatività.

Il costo di non avere metriche aggiornate è il tempo perso in cautele eccessive, o nel rischio di trovarsi a gestire l’imprevisto senza alcuna preparazione.

Vi lascio con una provocazione: siete sicuri che i dati che state usando oggi per guidare il vostro team non siano solo il ricordo di un sistema che non esiste più? Perché senza una metrica, ogni imprevisto è un caso di Extremistan.

Pillole di Kanban applicato: Il potere rivoluzionario di due vaschette di plastica

Nella mia esperienza di consulente, mi sono imbattuto spesso in organizzazioni governate dal cosiddetto “urlometro”. La priorità non è definita dal valore strategico, ma dal volume delle grida o dall’eroismo plateale dell’ultimo minuto. In questi contesti, ruoli critici come la segreteria o il supporto operativo vivono in uno stato di assedio permanente.

Le interruzioni costanti non sono solo un fastidio. Sono una forma di spreco che distrugge la capacità cognitiva e impedisce di entrare in uno stato di flusso. Proteggere il tempo di concentrazione non è un lusso, ma una necessità operativa. Eppure, la risposta istintiva delle organizzazioni di questo tipo è spesso quella di rifugiarsi in soluzioni tecnologiche che finiscono per aggravare il problema anziché risolverlo.

Quando il digitale è troppo: il paradosso dell’eccesso tecnologico

In un caso che ho affrontato di recente, abbiamo dapprima tentato di domare il caos attraverso una bacheca elettronica. Il risultato? Un fallimento totale, dovuto a un eccesso di ottimismo: lo strumento era troppo sofisticato per un ambiente con bassa maturità digitale e alta resistenza al cambiamento. Quando il divario tra la complessità dello strumento e l’utilità percepita è troppo ampio, la tecnologia diventa un ostacolo.

In contesti di forte attrito culturale, il digitale rischia di nascondere il sovraccarico dietro schermate che nessuno apre. In questi casi, la bassa tecnologia non è un limite, ma diventa un’opportunità strategica. È necessario un sistema che renda il lavoro “fisicamente ingombrante” e impossibile da ignorare.

Il sistema delle vaschette portadocumenti: semplicità e sovraccarico visibile

Per superare l’impasse, ho fatto implementare un sistema Kanban radicalmente analogico: due vaschette di plastica e lo spazio fisico della scrivania. A differenza di un software, dove è possibile accumulare centinaia di compiti invisibili senza che nessuno se ne accorga, la fisicità del sistema rende il sovraccarico impossibile da nascondere. Se il lavoro arriva più veloce di quanto se ne riesca a smaltire, non sparisce in un backlog invisibile: si accumula nella vaschetta “Da fare”, che comincia a traboccare. Il blocco del sistema diventa evidente a chiunque passi davanti alla postazione.

Il sistema si basa su tre stati chiari, utilizzando la lingua locale per massimizzare l’adozione e ridurre il carico cognitivo:

  • Vaschetta “Da fare”: il punto di ingresso unico per le richieste. Rappresenta il backlog fisico.
  • La scrivania (“In corso”): il perimetro del WIP limit. Se un documento è sulla scrivania, è l’unico su cui si sta lavorando e su cui si può lavorare.
  • Vaschetta “Fatto”: il deposito del valore completato, pronto per la consegna.

Questo supporto analogico forza visivamente il limite del lavoro in corso. È un meccanismo che rende il sovraccarico tangibile e non occultabile.

La policy della vaschetta: passare dal push al pull

Il cuore del sistema non sono le vaschette, ma la policy comunicativa. È lei a trasformare il flusso da push (interruzioni imposte dall’esterno) a pull (lavoro prelevato in base alla capacità disponibile). La regola è ferrea: “Se hai qualcosa da farmi fare, lasciami un foglio nella vaschetta”.

Abbiamo posizionato una risma di fogli accanto alla vaschetta come dispositivo a prova di errore. L’atto di dover scrivere la richiesta aggiunge un attrito intenzionale che funge da filtro. Se una richiesta non vale il tempo di essere scritta, probabilmente non valeva nemmeno l’interruzione.

Come consulente, insisto sulla logica del one-piece flow, fare una sola cosa alla volta. Quando si libera la capacità si pesca dalla vaschetta ‘da fare’. Si fa una cosa per volta, nell’ordine in cui è arrivata.

Questo buffer permette all’operatore di gestire le interruzioni interne (decidere quando iniziare un nuovo compito), invece di subire le interruzioni esterne (le richieste continue dei colleghi). Protegge così la qualità e la velocità di esecuzione.

Visualizzazione contro ansia: la bacheca informativa passiva

Il micro-management è spesso alimentato dall’ansia del “a che punto siamo?” Le interruzioni per chiedere aggiornamenti sono sprechi che generano altri sprechi. Il sistema a vaschette funge da bacheca informativa passiva: fornisce uno stato dell’arte asincrono senza richiedere interazione umana.

Il responsabile o il collega non ha più bisogno di chiedere. Gli basta osservare:

  • Il foglio è nella vaschetta “Da fare”? La richiesta è in coda.
  • Il foglio è sulla scrivania? La lavorazione è in corso in questo istante.
  • Il foglio è nella vaschetta “Fatto”? Il compito è terminato.

Questa trasparenza agisce come un sedativo per l’ansia da controllo. Elimina il bisogno di domande continue e risparmia all’operatore l’onere emotivo di dover difendere il proprio progresso.

Il triage delle urgenze: verifica delle priorità e il costo dell’attesa

Se tutto è urgente, nulla lo è. Per gestire le eccezioni senza far collassare l’ordine di arrivo, abbiamo introdotto l’uso di post-it rossi. Tuttavia, l’applicazione di un post-it rosso non è un diritto, ma il risultato di una verifica puntuale della priorità.

La domanda strategica da porre a chiunque voglia “saltare la fila” è: “cosa costa aspettare?”. Se il richiedente non sa quantificare il costo dell’attesa, la priorità viene negata. Se il costo è reale, il post-it rosso permette al compito di diventare il prossimo elemento prelevato non appena la capacità si libera. Questo meccanismo di triage protegge l’integrità del flusso per tutto il resto del lavoro.

Conclusione: la fine degli alibi

Il sistema delle vaschette portadocumenti è uno specchio onesto dell’efficienza aziendale. Funziona perché riduce la complessità e rende visibile il valore. Tuttavia, è bene essere chiari: se chi ha l’autorità per farlo, decide deliberatamente di ignorare le policy e continuare a scavalcare i processi con l’autorità, il sistema non reggerà.

Ma c’è un risultato fondamentale che si otterrà comunque: con un sistema del genere, gli alibi finiscono. Se il responsabile scardina le regole, non può più lamentarsi della disorganizzazione o dell’inefficienza dei suoi collaboratori. La responsabilità del caos torna nelle mani di chi lo genera.

Siamo pronti a perseguire una trasparenza che non lascia più spazio a scuse?

Pillole di Kanban applicato: recuperare il flusso personale attraverso la disciplina del limite

Immagina questa scena: sei in ufficio o a casa, immerso in un’attività che richiede la tua attenzione. All’improvviso, qualcuno entra nella stanza e inizia a parlarti. La tua reazione istintiva? Non ti fermi. Continui a fare quello che stai facendo, annuendo pigramente e cercando di ascoltare con un orecchio solo mentre prosegui il lavoro.

Pensiamo di essere efficienti, ma in realtà stiamo cadendo in una trappola cognitiva. Come esperto di metodologie Lean, devo confessare un segreto: anche io sono spesso il ‘colpevole’. Succede che i miei articoli sul metodo Kanban nascano proprio così, interrompendo chi mi sta vicino per raccontare l’idea che mi è appena venuta in mente. Ma per quanto le intenzioni di chi interrompe possano essere buone, il risultato è un disastro per la produttività di entrambi.

Il multitasking è un Muri invisibile

In ambito Lean e Kanban, chiamiamo Muri tutto ciò che genera spreco dovuto a sovraccarico. Quando cerchiamo di dividere la nostra attenzione tra un’attività e una conversazione, non stiamo raddoppiando la nostra capacità: la stiamo sabotando.

Il multitasking è un’illusione costosa per due motivi fondamentali:

  • Context switching: spostare continuamente il focus tra il compito e l’interlocutore crea un attrito mentale che degrada il flusso di lavoro. Ogni volta che torni al compito originale, il cervello impiega secondi – o minuti – preziosi per ricalibrarsi.
  • Qualità dimezzata: non sei attento al 100% a ciò che fai, né al 100% a chi ti parla. Risultato: errori nel lavoro e comunicazione superficiale con le persone.

Il principio: smetti di iniziare, inizia a finire

Alla base della gestione dei limiti al WIP (Work In Progress) c’è un mantra fondamentale del metodo Kanban: smetti di iniziare, inizia a finire.

Dobbiamo imparare a considerare una conversazione come un vero e proprio task che occupa uno slot nella nostra coda di lavorazione mentale. Se la colonna In Progress è già piena, non puoi far entrare una nuova interazione. Accettare passivamente un’interruzione significa creare un blocker al tuo flusso. Rispettando il limite al WIP, riduci lo stress e garantisci che ogni attività venga portata a termine con la massima qualità prima di passare alla successiva.

Il Kata quotidiano: il coraggio di dire “aspetta”

Per cambiare questo schema mentale serve un Kata – una routine ripetuta fino a diventare naturale, come nelle arti marziali. Il nostro Kata quotidiano riguarda la protezione del carico cognitivo, e l’esercizio è semplice ma richiede coraggio: quando qualcuno ti interrompe mentre sei impegnato, esplicita il tuo limite invece di fingere di poter gestire tutto.

“Aspetta, sto facendo una cosa. Quando l’ho finita ti do retta.”

Questa frase non è maleducazione, ma onestà. Comunica che la tua capacità di elaborazione è satura e che vuoi dedicare alla persona la qualità di attenzione che merita – ma solo dopo aver concluso ciò che hai tra le mani.

Il Kata come pratica organizzativa strutturata – con le sue radici nel metodo Toyota e nel pensiero scientifico del PDCA – è un tema che merita uno spazio dedicato. Lo esploreremo in un prossimo articolo.

Allenarsi tra le mura domestiche per dominare l’ufficio

Perché iniziare questo esercizio in casa, con amici e familiari? Perché la casa è la palestra sicura. È l’ambiente ideale per sperimentare questo cambio di mindset prima di misurarsi con le gerarchie aziendali o le pressioni dei clienti.

Praticare con le persone vicine allena l’assertività in un contesto protetto. Una volta interiorizzata la naturalezza del “aspetta, finisco questo e ti do retta” tra le mura domestiche, portarlo in ufficio diventa una conseguenza spontanea. Se riesci a gestire le interruzioni con il tuo partner o i tuoi figli, sarà più facile proteggere il tuo flusso anche davanti al capo o ai colleghi più esigenti.

Conclusione: la tua prossima scelta di focus

Riprendere il controllo della concentrazione non richiede software complessi, ma la disciplina di rispettare i propri limiti cognitivi. Smettendo di rincorrere l’illusione del multitasking e abbracciando la filosofia del finire ciò che si è iniziato, non solo lavorerai meglio: migliorerai anche la qualità delle tue relazioni.

La gestione del tempo è, prima di tutto, gestione dell’attenzione.

Qual è la prossima cosa che deciderai di finire prima di dire sì a un’interruzione?

Pillole di Kanban applicato: una soluzione controintuitiva per muoversi più velocemente nelle strettoie autostradali

La settimana scorsa ho parlato delle inefficienze e dei potenziali miglioramenti nella gestione del flusso autostradale. Chiunque viaggi in autostrada ha anche familiarità con il frustrante fenomeno delle strettoie dovute ai lavori: due corsie che convergono in una, creando code interminabili, ingorghi e il classico “stop-and-go”. Questo scenario, dove i veicoli si fermano e ripartono continuamente, è una delle esperienze più stressanti per gli automobilisti. Tuttavia, esiste un metodo controintuitivo che promette di migliorare significativamente l’efficienza del flusso e ridurre i tempi di attesa per tutti.

Il problema del comportamento comune

Il comportamento comune che si osserva in prossimità di una strettoia è il seguente: la corsia destinata a terminare si svuota progressivamente. Vedendo spazio libero, molti automobilisti in questa corsia accelerano per superare il maggior numero possibile di veicoli. Arrivati al punto di immissione, dove la corsia finisce, sono costretti a frenare bruscamente per inserirsi nell’altra. Questo inserimento improvviso obbliga anche i veicoli nella corsia con via libera a frenare, creando l’effetto domino che genera l’ingorgo e le continue fermate e ripartenze. Si ha l’illusione di guadagnare tempo accelerando e inserendosi all’ultimo, ma in realtà questo comportamento peggiora la situazione per tutti.

La soluzione controintuitiva: rallentare per andare più veloci

L’efficienza del traffico in queste situazioni può essere drasticamente migliorata adottando un approccio radicalmente diverso. Si tratta di applicare un concetto controintuitivo:

  • Scegliere la corsia giusta in anticipo: non appena si individua la corsia destinata a terminare, invece di usarla per superare la fila e cercare di inserirsi all’ultimo, oppure inserirsi da subito nella corsia che ha la via libera, restare o spostarsi nella corsia che terminerà.
  • Mantenere la stessa velocità: una volta che ci si trova nella corsia destinata a terminare, la chiave è procedere esattamente alla stessa velocità del veicolo che si trova nella corsia adiacente (quella con via libera).
  • Resistere alla tentazione: è fondamentale resistere alla tentazione di accelerare e di superare i veicoli della corsia adiacente per infilarsi nella strettoia prima di loro. Allo stesso modo, bisogna ignorare l’eventuale pressione degli automobilisti che seguono, che volendo superare potrebbero spazientirsi, suonare il clacson o lampeggiare con i fari.
  • L’effetto “svuotamento”: se questa strategia viene adottata con sufficiente anticipo, si noterà che lo spazio davanti a voi nella corsia destinata a terminare si svuoterà. Contemporaneamente, la corsia adiacente, non più intasata da continui inserimenti improvvisi, inizierà a scorrere più fluidamente e i veicoli ad accelerare.
  • Immissione fluida: mantenendo la stessa velocità del veicolo di fianco, quando si arriva al punto di immissione obbligatoria, i veicoli nella corsia con via libera avranno già guadagnato un po’ di velocità e si saranno distanziati. A quel punto, rallentando leggermente e spostandosi, sarà possibile inserirsi tra due veicoli in modo molto più agevole, permettendo a tutti di proseguire il viaggio più rapidamente.

L’origine della soluzione e la base teorica

Questa soluzione non nasce da studi accademici, ma dall’osservazione empirica. Personalmente la ho appresa osservando alcuni camionisti che la applicano, i quali, avendo una prospettiva più elevata della strada e probabilmente una maggiore esperienza osservando il flusso del traffico, hanno evidentemente compreso questa dinamica controintuitiva.

Come sempre in Svizzera, ho visto invece una soluzione simile applicata in modo sistematico: in ciascuna corsia è posto un semaforo e il verde si accende in alternanza, trasformando in una pratica governata la soluzione empirica che ho descritto più sopra.

In termini più tecnici, entrambe le soluzioni applicano una pratica comune al metodo Kanban e, più specificamente, il concetto di WIP limit (limite al lavoro in corso). Limitare l’accesso (ovvero, rallentare il flusso in entrata e impedire che le auto si ammassino all’ultimo secondo) serve a dare ordine al flusso stesso. Il risultato è un sistema che, una volta ordinato, inizia a scorrere più velocemente.

La prossima volta che incontrerete una strettoia in autostrada, provate questo esperimento (sempre rispettando il codice della strada). Potreste scoprire, con vostra sorpresa, che rallentare in questo modo non solo riduce lo stress, ma vi permette di attraversare l’ingorgo in modo significativamente più rapido ed efficiente per voi e per tutti gli altri.

Pillole di Kanban applicato: inefficienze e potenziali miglioramenti nella gestione del flusso autostradale italiano

Un anno fa ho scritto un articolo su come gli svizzeri utilizzano gli stessi principi del metodo Kanban per far funzionare meglio le autostrade e ottimizzarne il flusso. In questo articolo voglio condividere invece alcune osservazioni personali sulle autostrade italiane, raccolte durante un recente viaggio. Ho voluto approfondire il modo in cui vengono gestiti i flussi di traffico e devo dire che alcuni aspetti mi hanno colpito in modo particolare.

L’altro giorno, percorrendo la tratta Bologna–Milano in un giorno feriale – con un traffico piuttosto intenso di camion – mi sono saltati all’occhio alcuni aspetti interessanti che avevo già avuto modo di osservare in altre occasioni.

La tratta a quattro corsie (Bologna-Modena): lo spreco di un quarto della capacità

Tra Bologna e Modena, l’autostrada presenta quattro corsie. Ecco cosa ho notato, e chiunque passi di lì può confermarlo:

  • I camion tendono a stare sulla prima corsia.
  • Occasionalmente, alcuni camion si spostano sulla seconda corsia per superarne un altro.
  • La terza corsia è di gran lunga la più occupata; sembra che molti automobilisti siano abituati a stare nella corsia di mezzo quando ce ne sono tre, e si spostano nella terza (quella prima della corsia di sorpasso) quando ce ne sono quattro.
  • La quarta corsia, quella di sorpasso, è semi-intasata da macchine che superano.

L’effetto più sorprendente, tuttavia, è stato che la seconda corsia era sostanzialmente vuota. C’era un certo traffico, eppure se ci si spostava dalla terza alla seconda corsia e si manteneva una velocità costante, anche di 130 km/h, si poteva procedere quasi senza ostacoli. Questo mi ha fatto riflettere su un problema enorme: una perdita di capacità di quasi un quarto. Su quattro corsie, averne una vuota significa che il 25% della capacità dell’autostrada non viene utilizzata, il che è semplicemente assurdo.

La tratta a tre corsie (dopo Modena): colli di bottiglia costanti

Dopo Modena, l’autostrada si riduce a tre corsie, e anche qui ho riscontrato problemi nella gestione dei flussi:

  • La prima corsia è dedicata ai camion.
  • La seconda è la più intasata, dove si trova la maggior parte dei veicoli.
  • La terza è per il sorpasso.

Il guaio arriva quando un camion decide di superarne un altro. Si sposta in seconda corsia, e questo crea immediatamente un collo di bottiglia. Chi si trova in seconda corsia, viaggiando tipicamente a 110-120 km/h, frena o tenta di spostarsi a sinistra per superare. Questo blocca i veicoli più veloci che arrivano sulla terza corsia e dovrebbero superare, generando un intasamento.

Ho osservato che se un camion che va a 80-90 km/h viene superato da un altro che va poco più veloce, possono volerci diversi chilometri e un tempo considerevole prima che il sorpasso si completi. Questo mantiene il collo di bottiglia attivo per un periodo prolungato, con conseguenti ingorghi.

La causa profonda: mancanza di governo del flusso

Sia nel caso delle quattro corsie con lo spreco di capacità, sia in quello delle tre corsie con i continui ingorghi, il malfunzionamento dell’autostrada è chiaramente dovuto a una mancanza di governo del flusso. Sono convinto che se il flusso fosse gestito, come fanno gli svizzeri, la capacità dell’autostrada potrebbe essere sfruttata molto meglio.

Ipotesi di soluzioni basate sul modello svizzero:

È importante premettere che alla base di qualsiasi soluzione c’è, da un lato, la volontà di gestire il traffico e, dall’altro, la disponibilità degli automobilisti ad accettare tale gestione. In ogni caso, le possibili soluzioni dovrebbero includere le seguenti opzioni:

  • Per le quattro corsie: si dovrebbe fare in modo che tutte le corsie siano occupate e che la velocità sia costante per ciascuna corsia. In questo modo, non si creerebbero ingorghi a sinistra (terza e quarta corsia) e non ci sarebbe una corsia completamente vuota. Questo significa in qualche modo “obbligare” i guidatori a occupare maggiormente la seconda corsia e a procedere in modo regolare. Questo porterebbe a una stabilizzazione del flusso, esattamente come fanno gli svizzeri.
  • Per le tre corsie: è fondamentale regolare meglio il flusso dei camion. Impedire sorpassi lunghissimi e lenti potrebbe prevenire la formazione di colli di bottiglia che durano per chilometri e minuti preziosi.

È importante sottolineare che tutte queste osservazioni sono state fatte in un giorno che non era classificato come “bollino nero” o nemmeno “bollino rosso”. L’autostrada era scorrevole, seppur con alcuni singhiozzi. Ma sarebbe bastato un minimo di traffico in più – anche senza arrivare a un giorno da “bollino rosso” – per creare il classico fenomeno delle code a tratti.

In conclusione, credo che un intervento sulla gestione e il governo del flusso sia essenziale per ottimizzare l’utilizzo delle nostre autostrade, rendendole più efficienti e meno soggette a ingorghi. In gran parte, si tratterebbe semplicemente di far rispettare le regole già esistenti, come spiega in modo molto chiaro il video della Polizia Stradale disponibile a questo link.

Pillole di Kanban applicato: Ferragosto alle terme

Quest’anno, durante le ferie, ho deciso di approfittare per fare qualche giornata di cure termali.

Quando ho chiamato per prenotare, l’operatrice mi ha chiesto subito giorni e orari precisi in cui pensavo di andare. Io ricordavo dalla volta precedente che, in realtà, potevo presentarmi liberamente. Ma lei, agenda alla mano, ha insistito: “Per prenotare bisogna fare così”.

Così ho scelto 12 date, sempre al mattino presto.
Arriva il giorno della prima inalazione: mi presento all’accettazione e chiedo se posso cambiare orario. La risposta mi sorprende:
“Può venire quando vuole. La tessera registra la sua presenza, le stampa il ticket, e lei fa l’inalazione.”

E così ho iniziato a gestire da solo il mio flusso: a volte andavo in orari diversi, altre volte in giorni non previsti. Il sistema funzionava sempre, indipendentemente dal mio arrivo. Al massimo, in giornate più affollate, aspettavo 5 minuti in coda.

Solo in quel momento ho capito: quella “prenotazione” iniziale non era un vincolo reale, ma una capacity reservation. Serviva a stimare il carico di lavoro giornaliero, per poter gestire le code e garantire un servizio fluido.

In altre parole: Kanban in azione, anche in un contesto apparentemente lontano dal lavoro e dalla produttività.

Un semplice impianto termale mi ha ricordato due lezioni importanti del Kanban:

  1. Visualizzare la capacità disponibile prima che il lavoro arrivi.
  2. Mantenere flessibilità per adattarsi alla domanda reale, senza creare colli di bottiglia

E mentre respiravo il vapore delle inalazioni, ho pensato: a volte la gestione del flusso non è solo un concetto aziendale… è una filosofia che ti segue anche in vacanza.

Buon Ferragosto!

Le tre obiezioni che sento sempre quando propongo Kanban (e perché si possono superare)

Ogni volta che parlo di Kanban succede una cosa prevedibile quanto il traffico il lunedì mattina: arrivano le obiezioni.
Non sempre le stesse parole, ma quasi sempre gli stessi concetti.
E va benissimo così: sono obiezioni legittime, sensate… e anche superabili.

Anzi, col tempo ho imparato a vederle come un passaggio naturale: non sono ostacoli, ma porte che si aprono con le giuste chiavi.
In questo articolo condivido le tre più ricorrenti — e qualche spunto per affrontarle con più leggerezza (e un po’ di Kanban).

1. “Kanban può funzionare altrove, ma non nella nostra organizzazione…”

(Piccola, grande, media — a scelta.)

Questa è la classica obiezione da zona di comfort. Se l’organizzazione è piccola: “Siamo troppo piccoli per strutturarci.”
Se è grande: “Siamo troppo complessi per queste cose da startup agile.”
Insomma, qualsiasi dimensione è perfetta per non mettersi in gioco.

La verità?
Kanban non è un vestito taglia unica: è una maglia elastica.
Funziona perché si adatta. Puoi iniziare in piccolo, anche solo gestendo il lavoro di un unico flusso. Non serve ristrutturare l’organizzazione, basta iniziare a rendere visibile e gestire ciò che prima era invisibile: il caos.

Se Kanban “funziona solo per gli altri”, chiediti:
quali abitudini stai difendendo mascherandole da unicità?

2. “Non abbiamo tempo per cambiare. Lo faremo quando saremo più tranquilli.”

Ecco un paradosso interessante:
non si ha tempo di cambiare perché si è troppo occupati a gestire… il disordine che Kanban aiuterebbe a ridurre.

Dire che adotterai Kanban quando avrai più tempo è come dire che inizierai a risparmiare quando sarai ricco.
Spoiler: quel momento non arriva mai.

Kanban è pensato per essere introdotto senza fermare nulla. Non richiede un progetto titanico: puoi iniziare domani con tre colonne su una lavagna e alcuni post-it di colori e dimensioni diversi.
È un metodo evolutivo, non rivoluzionario.
Aspettare il “momento giusto” è solo un modo elegante per dire: “Non sono sicuro di volerlo fare davvero.”
Ma possiamo parlarne e iniziare a fare qualcosa insieme.

3. “Il nostro lavoro è troppo imprevedibile. Non è standardizzabile.”

Perfetto. Proprio per questo Kanban è quello che vi serve.

Kanban non serve a standardizzare il contenuto del lavoro, ma il modo in cui lo si gestisce.
È pensato per fare ordine nei flussi di lavoro imprevedibili, dinamici, dove il cambiamento è la norma.
Non ti chiede di prevedere il futuro, ma di rispondere meglio al presente.

Dire “il nostro lavoro è troppo caotico per Kanban” è come dire “la nostra casa è troppo disordinata per usare un armadio.”
Appunto.

In conclusione

Se ti sei ritrovato in una di queste obiezioni, Kanban non è il problema.
Forse il problema è che il cambiamento fa un po’ paura, e ci stiamo aggrappando al caos che conosciamo, invece di esplorare un ordine che ci renderebbe davvero più liberi.

Il punto non è “fare Kanban”.
Il punto è smettere di sopravvivere e cominciare a lavorare meglio.

E per questo, il momento giusto è adesso.
Anzi, era ieri.

Contro la mentalità vittimistica: come avere uno scopo alimenta la leadership

In un mio precedente articolo (che potete rileggere qui), parlando di rischi operativi, ho evidenziato un comportamento piuttosto comune in ambienti a bassa maturità organizzativa: la presunta complessità del contesto viene spesso usata come scusa per giustificare le proprie prestazioni inadeguate.

In questi contesti, le difficoltà esterne sono invocate come cause uniche del caos organizzativo, mentre si evita di riconoscere le responsabilità interne, sia individuali che sistemiche. Questo porta alla cosiddetta abdicazione della leadership, che alimenta una mentalità vittimistica e passiva nel team.

Ma come si costruisce un ambiente di lavoro che responsabilizza, invece di deresponsabilizzare? Come si promuove un contesto in cui ognuno si sente autorizzato ad agire da leader?

Uno degli strumenti concreti più efficaci in questo senso è la definizione e la condivisione di uno scopo (purpose) chiaro, che ispiri e orienti l’azione.

Immagine generata da DALL-E

Leadership a tutti i livelli: un principio fondamentale

Uno dei quattro principi base del metodo Kanban afferma:

“Incoraggia atti di leadership a tutti i livelli.”

Significa abilitare ogni individuo – non solo i manager – a migliorare attivamente il sistema. Ma affinché ciò accada, serve più di un metodo visuale o una board Kanban: serve senso. E il senso si costruisce a partire da uno scopo condiviso.

Lo scopo – ‘purpose’ – nel Kanban Maturity Model

Nel Kanban Maturity Model (KMM), lo scopo è visto come una leva culturale fondamentale per l’evoluzione organizzativa, soprattutto a partire dal livello 3 (Fit-for-Purpose) in su.
A questo stadio di maturità:

  • l’organizzazione riconosce che non tutto è fuori controllo;
  • inizia a discernere tra variabilità sistemica e problemi di metodo;
  • definisce uno scopo che guida il comportamento, orienta le decisioni e responsabilizza.

Nei livelli di maturità più alti (4 e 5), questo scopo viene interiorizzato a livello di cultura organizzativa: diventa parte del DNA del team.

Esempio pratico: uno scopo che guida le azioni

Prendiamo un team di informatici che sviluppa un’app per la gestione finanziaria personale. Iniziano a usare Kanban per migliorare il flusso, ma si accorgono che senza un orientamento chiaro, le decisioni restano frammentate. Decidono allora di formulare insieme uno scopo condiviso:

“Aiutiamo le persone a sentirsi sicure e in controllo delle proprie finanze attraverso soluzioni semplici, affidabili e accessibili.”

Questo scopo viene:

  • reso visibile sulla Kanban board;
  • usato come criterio per dare priorità;
  • richiamato nei momenti di review e miglioramento.

Risultato?

  • Un designer propone una nuova funzione utile non richiesta dal backlog.
  • Uno sviluppatore junior evidenzia un rischio sulla fiducia dell’utente.
  • Il team rifiuta collettivamente una richiesta del marketing che va contro il purpose.

Tutti questi sono atti di leadership distribuita, resi possibili dallo scopo.

Conclusione: lo scopo come antidoto alla mentalità vittimistica

Uno scopo chiaro è molto più di una dichiarazione d’intenti: è una fonte di libertà e responsabilità.
È lo strumento con cui un’organizzazione può contrastare la mentalità vittimistica, valorizzare il contributo individuale e coltivare una cultura in cui tutti si sentono parte attiva del miglioramento.

Nel linguaggio del KMM, questo è ciò che distingue i sistemi maturi da quelli che abdicano: non è la complessità esterna a fare la differenza, ma la chiarezza interna sul perché si fa ciò che si fa.

Kanban e la navigazione stimata in barca a vela: un approccio simile alla pianificazione

Uno degli aspetti che trovo più affascinanti e rivoluzionari di Kanban è l’abolizione della pianificazione nel senso tradizionale del termine. Un’affermazione che, in ambito aziendale, spesso suscita sguardi perplessi e il sospetto che si tratti di una mera provocazione. Eppure, il punto è proprio questo: Kanban elimina la pianificazione perché essa, semplicemente, non funziona. Il motivo? L’impossibilità di prevedere ogni variabile in modo deterministico.

Al suo posto, Kanban introduce un approccio diverso, basato sull’analisi del rischio e dell’incertezza. Più che pianificare, si adotta un approccio di forecasting che è sorprendentemente vicino a quello della “navigazione stimata” nella barca a vela. Proprio come un’imbarcazione che si muove sulla superficie al confine tra due fluidi e adatta la sua rotta alle condizioni del vento e del mare, un sistema Kanban si muove in un contesto dinamico e complesso, dove la realtà non segue schemi prestabiliti. E forse è proprio questa la sua forza: accettare l’incertezza, invece di combatterla con previsioni che spesso si rivelano illusorie, e imparare a navigarla con agilità.

La navigazione stimata

La navigazione stimata in barca a vela è un metodo per determinare la propria posizione e tracciare la rotta basandosi su calcoli e osservazioni di punti di riferimento, venti, correnti e condizioni meteorologiche. Si parte da un punto noto e, tenendo conto della velocità dell’imbarcazione, della direzione del vento, della corrente e del tempo trascorso, si stima dove ci si trova in un dato momento. Questo approccio non è statico, ma dinamico: man mano che si procede, si raccolgono nuove informazioni – ad esempio, cambiamenti nelle condizioni meteo o nella direzione e intensità del vento – e si adatta la rotta e la previsione di viaggio di conseguenza. Proprio come in un sistema Kanban, la chiave della navigazione stimata non è pianificare rigidamente, ma correggere il percorso in base alla realtà del momento, accettando l’incertezza come parte integrante del viaggio.

Parallelismi tra la navigazione stimata e Kanban

Dipendenza dalle condizioni attuali

Sia in mare che nei progetti, le condizioni iniziali sono solo un punto di partenza. Un navigatore si basa su venti, correnti e posizione attuale per prendere decisioni consapevoli e adattare continuamente la rotta. Allo stesso modo, un team Kanban osserva il flusso di lavoro, identifica i colli di bottiglia, e modifica le modalità di gestione del flusso di lavoro in base a ciò che emerge. L’attenzione si concentra su ciò che è “in corso”, limitando il carico di lavoro per garantire che ogni attività sia completata prima di iniziarne un’altra.

Previsioni e non certezze

Un navigatore può prevedere la durata del viaggio, ma sa che condizioni non del tutto previste possono influenzare il percorso e utilizza in modo costante le previsioni meteomarine, che sono basate su analisi di tipo probabilistico. Similmente, in Kanban si utilizzano misure basate su dati storici per prevedere la durata delle attività, tenendo però sempre conto della loro variabilità statistica per fare un’analisi di probabilità.

Adattamento continuo alle condizioni

Il viaggio di una barca a vela non è mai lineare. I navigatori correggono costantemente la rotta, sfruttando le nuove informazioni e reagendo agli imprevisti. Anche in Kanban, la gestione del flusso è un processo iterativo, dove si acquisiscono informazioni e si incontrano ostacoli imprevisti lungo il percorso e si adatta il modo di lavorare di conseguenza.

Monitoraggio continuo

Il navigatore utilizza gli strumenti di bordo e i rilevamenti per verificare la posizione e confrontarla con il percorso pianificato. In Kanban le metriche come il lead time e il throughput aiutano a capire se il sistema sta funzionando correttamente e dove sono necessari interventi.

Importanza della comunicazione

Una buona comunicazione è vitale sia a bordo di una barca a vela che in un team Kanban. I membri dell’equipaggio devono condividere informazioni sulle condizioni del mare e sulle manovre necessarie. Analogamente, la trasparenza e la collaborazione sono essenziali in Kanban per garantire che tutti i membri del team siano allineati e informati.

Flessibilità e feedback

La navigazione stimata privilegia l’adattamento alle circostanze rispetto a un piano rigido, un navigatore pone costante attenzione ai segnali ambientali e sviluppa la capacità di anticipare i cambiamenti.  In Kanban allo stesso modo, i cicli di feedback costanti e la flessibilità sono fondamentali per reagire tempestivamente ai cambiamenti e garantire il successo dei progetti e dei servizi.

Gestione delle dipendenze

Come un navigatore deve considerare le maree e le correnti, un team Kanban deve gestire le dipendenze tra le attività. Questo richiede accorgimenti e meccanismi opportuni per garantire che il flusso di lavoro non venga interrotto.

Orientamento al flusso

In barca a vela, uno degli obiettivi fondamentali è mantenere l’imbarcazione in movimento, adattandosi continuamente alle condizioni del vento e del mare. Il navigatore controlla costantemente il movimento della barca, regolando le vele per mantenere la rotta. Se la barca si ferma o perde troppo slancio, ripartire diventa difficile e inefficiente. Lo stesso principio si applica al concetto di flusso in Kanban, l’obiettivo è mantenere il flusso costante, garantendo che il lavoro proceda senza intoppi, riducendo blocchi e interruzioni.

Non conta partire, conta arrivare

In barca a vela, ciò che conta davvero non è la velocità assoluta dell’imbarcazione, ma la Velocity Made Good (VMG) on course, ovvero la velocità effettiva con cui ci si sta avvicinando alla destinazione. Una barca può muoversi rapidamente, ma se la direzione non è quella giusta, il progresso reale sarà minimo. Lo stesso principio si applica a Kanban, non è importante quanto velocemente si lavora in un dato momento, ma quanto lavoro viene effettivamente consegnato. L’obiettivo non è essere sempre impegnati o lavorare al massimo della velocità, ma completare il lavoro nel modo più efficiente possibile, riducendo sprechi e rallentamenti. Come in navigazione, l’essenziale non è l’illusione del movimento, ma il progresso reale verso la meta.

Conclusione

Kanban e la navigazione stimata in barca a vela condividono un principio fondamentale: il successo non dipende da piani rigidi, ma dalla capacità di osservare, misurare, adattarsi e rispondere ai cambiamenti. In entrambi i casi, l’obiettivo non è fissare una rotta immutabile, ma ottimizzare il flusso per avanzare in modo efficiente e consapevole. Così come un velista parte con una direzione generale, sfrutta previsioni e stime per tracciare il percorso, ma è sempre pronto a correggere la rotta in base alle condizioni reali, allo stesso modo Kanban permette di gestire il lavoro in modo dinamico, adattandosi alle sfide man mano che emergono. Questa flessibilità non è solo una necessità, ma la chiave per navigare con successo la complessità, trasformando ogni progetto o servizio in un viaggio in cui conta non solo la meta, ma anche il modo in cui la si raggiunge.