Dal caos al flusso: note a margine della presentazione di un libro

Il 7 maggio scorso, con Paolo Cavicchioli e con Leonarda Vanicelli che ha moderato la conversazione, abbiamo presentato Dal caos al flusso alla Cascina Sant’Alberto di Milano. Quello che segue non è un resoconto dell’evento, ma un tentativo di mettere a fuoco alcune idee che la conversazione ha fatto emergere – idee che, in parte, non avevo articolato così chiaramente nemmeno nel libro.

Come nasce un libro che non pensavo nemmeno di scrivere

Il libro non nasce da un piano editoriale. Nasce da un blog: una serie di risposte scritte a problemi reali, con un filo narrativo implicito ma non evidente. Quando mi si è presentata l’occasione di utilizzare i contenuti del blog per guidare un’implementazione end-to-end del metodo Kanban in un contesto aziendale articolato, ho cercato una referenza sistematica da dare alle persone coinvolte. Quello che era un archivio di articoli è diventato un indice, e quell’indice è diventato un manoscritto.

La versione disponibile oggi comprende una presentazione di David J. Anderson, che ha visto nel libro un testo scritto a partire dall’esperienza diretta, con spunti pragmatici e attuabili.

Doxee: una fabbrica dell’immateriale

Uno dei casi di studio del libro – e quello centrale della conversazione del 7 maggio – è Doxee, azienda multinazionale con base a Modena che trasforma dati grezzi in documenti dinamici su volumi che Paolo Cavicchioli, suo CEO, ha quantificato in circa 9 miliardi di documenti l’anno. Un numero che, detto così, rischia di scivolare via. Vale la pena fermarcisi un momento: significa che il problema della variabilità, dei picchi di domanda, della sincronizzazione tra reparti con logiche diverse non è un problema marginale. È il problema centrale dell’organizzazione.

Doxee lavora su tre linee: tecnologia proprietaria, prodotti SaaS, e gestione di progetti su commessa. Quest’ultima era storicamente la parte più esposta alle inefficienze sistemiche, con il team di delivery compresso tra una forza commerciale che vende e una tecnologia che evolve, spesso senza che le due cose possano allinearsi con sufficiente anticipo. È in questo contesto che ciò che solo successivamente è stato inquadrato come metodo Kanban ha trovato un terreno non banale su cui misurarsi.

Oggi il team di delivery dialoga con gli altri reparti con pari dignità e gode del “privilegio” di poter affermare con autorevolezza quando qualcosa non è possibile, basandosi su dati oggettivi.

Il problema non era il metodo

Una delle cose che ho raccontato durante la presentazione, e che ribadisco sempre, è che ciò che è stato introdotto in Doxee non lo è stato perché qualcuno aveva letto un libro e voleva provare. È stato introdotto perché il team di delivery stava pagando un costo reale – in ore extra, in turnover, in qualità degradata. Vale anche la pena ricordare che quella implementazione è avvenuta prima che il metodo Kanban venisse codificato formalmente a livello internazionale: era, in senso proprio, un proto-Kanban, una risposta empirica a un problema reale che solo in seguito ha trovato corrispondenza in un metodo. Non è stato calato dall’alto su un’organizzazione. È cresciuto insieme a essa.

E lo strumento decisivo è stato un report all’interno del quale avevo inserito quella che avevo definito, un po’ provocatoriamente, “tolleranza di Marco Re”: una contingency del 15% nella pianificazione, con il mio nome esplicito come referente in caso di critiche. L’idea era semplice: fare da scudo al team mentre si stabilizzava il nuovo regime. Ma l’effetto non era scontato. Funziona solo se chi fa da scudo riesce ad avere credibilità sufficiente da rendere il gesto credibile, e se il team percepisce che lo scudo è reale e non simbolico.

La prevedibilità delle consegne, che nella fase iniziale era molto bassa, ha progressivamente raggiunto valori superiori al 90% dopo la piena implementazione del sistema. Non è un risultato che si ottiene facilmente: richiede disciplina nel limitare il lavoro in corso, l’abitudine di pianificare la capacità in anticipo di settimane, e soprattutto la volontà e il coraggio di dire di no quando la domanda supera la capacità disponibile.

WIP limits, capacità, traffico cognitivo

Tre strumenti hanno fatto la differenza pratica.

Il primo sono stati i limiti al lavoro in corso. Ho usato durante la presentazione l’analogia delle autostrade svizzere, che regolano l’accesso al traffico per evitare gli ingorghi: meno veicoli in ingresso significa velocità più sostenuta per chi è già in carreggiata, maggiore numero di veicoli a destinazione per unità di tempo. Lo stesso principio vale per i team: ridurre il numero di attività in corso aumenta la quantità di attività completate.

Il secondo è stato il capacity planning su orizzonte lungo – fino a dodici mesi – con slot di disponibilità aggiornati regolarmente. La conversazione tra chi vende e chi produce cambia registro quando entrambe le parti guardano lo stesso dato.

Il terzo è stato la strutturazione delle riunioni come momenti di sincronizzazione deliberata, non di escalation improvvisata. Bloccare la pianificazione per periodi di quindici giorni – nessuna nuova priorità inserita senza accordo esplicito e una solida ragione per farlo – ha ridotto il traffico cognitivo asincrono che logora i team più di qualsiasi carico di lavoro.

Un elemento trasversale a tutti e tre è il passaggio dalle stime analitiche al forecast statistico. Invece di cercare di stimare analiticamente ogni attività – esercizio costoso e spesso illusorio nel software – si identificano pattern ricorrenti nel lavoro e si usano distribuzioni storiche per prevedere i tempi. Non è una rinuncia alla precisione: è una forma di precisione più onesta, che riconosce la variabilità invece di ignorarla.

T-shape e contaminazione disciplinare

Paolo Cavicchioli ha portato all’evento una riflessione che merita di essere riportata, perché tocca un tema più ampio della gestione di progetto. La sua esperienza in Doxee con i cosiddetti profili T-shape – persone con una competenza verticale profonda e una capacità orizzontale di collaborare con discipline diverse dalla propria – lo ha convinto che la contaminazione tra culture diverse non è un esercizio di inclusività aziendale, ma un vantaggio competitivo concreto.

L’esempio che ha citato è quello di un laureato in storia, diventato un elemento chiave del team tecnico proprio per la capacità di costruire metafore comprensibili, di semplificare senza banalizzare, di tenere presente la prospettiva dell’utente finale in un contesto dominato da logiche ingegneristiche. Lo stesso ragionamento vale per la gestione di team internazionali: le differenze culturali tra contesti lavorativi italiani, tedeschi e austriaci non si governano ignorandole, ma riconoscendone le logiche e trovando un terreno comune su cui il flusso possa continuare a scorrere.

Nel tempo, Doxee è diventata anche un luogo dove i giovani talenti crescono, sviluppano competenze, e in alcuni casi maturano abbastanza da avviare percorsi imprenditoriali autonomi. È un indicatore di salute organizzativa che non compare in nessun report, ma che dice qualcosa di preciso sulla qualità dell’ambiente di lavoro che si è costruito.

Una nota finale sul miglioramento continuo

C’è un rischio che ho imparato a riconoscere nel tempo e che nel libro chiamo “plateau della presunta eccellenza”: la tendenza delle organizzazioni a fermarsi non appena i risultati diventano accettabili. I miglioramenti iniziali sono spesso rapidi e visibili, il che può essere paradossalmente un problema, perché crea l’illusione che il sistema sia “a posto”.

Il caso Doxee lo conferma: il miglioramento continuo non è uno stato che si raggiunge. È un’abitudine, e come tutte le abitudini, si coltiva con costanza o si perde per inerzia. La differenza tra le organizzazioni che sostengono i risultati nel tempo e quelle che dopo un po’ regrediscono non sta nella qualità degli strumenti adottati, ma nella capacità di continuare a fare domande scomode anche quando le cose vanno bene. È più facile interrogarsi sui propri processi in una fase di crisi che in una fase di successo. Eppure è proprio nel successo che si creano le condizioni per la crisi successiva, se si smette di interrogarsi.

L’A3 Thinking nelle cadenze Kanban: risolvere i problemi giusti nel modo giusto

Ogni organizzazione ha riunioni. Poche organizzazioni hanno riunioni che cambiano davvero qualcosa.

Il metodo Kanban prevede un sistema di cadenze – incontri ricorrenti con scopi precisi – progettate per mantenere il flusso di lavoro sotto controllo e far evolvere il sistema nel tempo. Ma c’è un rischio concreto: senza un approccio strutturato al problem solving, le cadenze diventano sessioni di aggiornamento in cui si osservano i problemi senza capirli e risolverli davvero.

L’A3 Thinking è uno strumento che trasforma questo rischio in un’opportunità.

Single-loop e double-loop learning: due modi di imparare

Immagina un termostato. Quando la temperatura scende sotto la soglia impostata, accende il riscaldamento. Quando la raggiunge, si spegne. Il termostato corregge l’errore in modo efficiente, ma non si chiede mai se la temperatura impostata sia quella giusta per chi vive in quella casa.

Questo è il single-loop learning: si rileva uno scarto tra il risultato atteso e quello ottenuto, e si corregge il comportamento. È utile, necessario, e costituisce la base di quasi tutto il miglioramento operativo. Un team che analizza il proprio Lead Time, identifica un collo di bottiglia e modifica un limite WIP sta facendo single-loop learning e lo sta facendo bene.

Il double-loop learning aggiunge una domanda diversa: non “come correggiamo lo scarto?” ma “perché abbiamo impostato quella temperatura?” Nel contesto organizzativo, significa mettere in discussione i modelli mentali e i presupposti che stanno dietro al sistema, non solo le sue regole operative. Non “come gestiamo meglio le urgenze?” ma “la nostra definizione di urgenza riflette davvero le priorità del cliente? Il servizio che stiamo ottimizzando è ancora quello giusto da offrire?”

Nel Kanban Maturity Model, questa distinzione ha un peso preciso. I livelli da ML1 a ML5 si muovono nel territorio del single-loop learning: l’organizzazione impara progressivamente a fare meglio quello che già fa, gestire il flusso, ridurre la variabilità, coordinare servizi interdipendenti. È al livello ML6 che il double-loop learning emerge pienamente, quando l’organizzazione sviluppa la capacità di interrogarsi sulle quattro domande fondamentali: Come lavoriamo è ancora competitivo? Cosa offriamo è ancora rilevante? Perché esistiamo ha ancora senso nel mercato attuale? Chi siamo è ancora adeguato al contesto?

Perché è importante chiarirlo prima di parlare di A3 Thinking? Perché l’A3 è uno strumento potente per il single-loop learning strutturato e questo non è poco. Trasforma le cadenze Kanban da sessioni di aggiornamento in motori di apprendimento sistematico. Ma il suo contributo al double-loop learning, quando arriva, non riguarda la gestione dei blocchi o l’ottimizzazione del Lead Time: riguarda la capacità di usare i dati del sistema per mettere in discussione la direzione stessa dell’organizzazione.

Il Kanban Maturity Model: un’evoluzione per livelli

Il Kanban Maturity Model (KMM) articola la crescita organizzativa in sei livelli e l’A3 Thinking non è rilevante allo stesso modo per tutti i livelli.

Ai livelli ML1 e ML2, dove il lavoro dipende ancora dagli individui e dal loro buon senso, mancano ancora le basi – dati affidabili, policy esplicite, cultura del feedback – per usarlo efficacemente. È a partire da ML3, quando l’organizzazione arriva a gestire il lavoro come un vero sistema end-to-end, che l’A3 diventa uno strumento di evoluzione reale, ed è ai livelli superiori che esprime tutto il suo potenziale come motore di single-loop learning strutturato, costruendo le fondamenta su cui, a ML6, può emergere il double-loop learning.

Cos’è l’A3 Thinking (e come si usa nelle cadenze Kanban)

L’A3 Thinking è un metodo di problem solving sviluppato in Toyota. Il nome viene dal foglio di carta formato A3: l’idea originale era che un problema – dalla descrizione alla soluzione – dovesse stare tutto su un singolo foglio. Non per superficialità, ma per disciplina. È una forma di slow thinking, pensiero lento e profondo: se non riesci a sintetizzare un problema su una pagina, probabilmente non lo hai ancora capito abbastanza bene.

Il template si compone di cinque sezioni, distribuite su un foglio A3 o su fronte e retro di un foglio A4.

Definizione del problema. Prima ancora di cercare soluzioni, bisogna capire cosa si sta osservando e perché conta. Nelle cadenze di revisione periodica – la Service Delivery Review o la Risk Review – questa è la domanda di apertura: qual è il gap tra la performance attuale del servizio e quello che il cliente si aspetta? Definire bene il problema in questa fase evita di sprecare energie su sintomi invece che su cause.

Analisi del problema. È la sezione più importante, e quella più spesso saltata. L’analisi non si fa a parole, ma con i dati di flusso: quanto tempo impiega mediamente un elemento di lavoro ad attraversare il sistema? Dove si accumula? Quanto tempo passa in attesa rispetto al tempo in cui qualcuno ci sta lavorando davvero? Il modo più efficace per rispondere a queste domande non è scrivere una lista di osservazioni, ma incollare direttamente sul foglio A3 i grafici che raccontano la storia: un Cumulative Flow Diagram (CFD) che mostra dove il lavoro si accumula, un grafico di Lead Time che rivela la variabilità del sistema, un aging chart che evidenzia cosa è fermo da troppo tempo. L’A3 non è un documento di testo con qualche numero: è uno strumento visivo, e la differenza si vede.

Nelle cadenze operative – il Kanban Meeting quotidiano – questa mentalità analitica serve a leggere i blocchi non come eccezioni da risolvere in fretta, ma come segnali che raccontano qualcosa sul sistema. La domanda non è “chi lo sblocca?”, ma “perché si è bloccato?”.

Esperimento e piano di implementazione. Una volta identificata la causa, si progetta un intervento – non una soluzione definitiva, ma un esperimento. Questa distinzione è importante: un esperimento ha un’ipotesi verificabile (“se modifichiamo il limite di lavoro in corso in questo punto, il tempo di attraversamento dovrebbe ridursi”), mentre una soluzione è spesso solo un’opinione con più autorevolezza. Il piano di implementazione definisce chi fa cosa, in quale cadenza si osserveranno i risultati, e quali metriche si useranno per giudicare se l’esperimento ha funzionato. Un esperimento per volta, altrimenti non si riesce a capire cosa ha funzionato e che cosa no.

Risultati dell’esperimento. La cadenza naturale per questa sezione è la Service Delivery Review: si torna sui dati dopo un ciclo sufficiente a produrre segnale, e si misura l’effetto reale dell’intervento. Anche qui, i risultati non si raccontano a parole: si mostrano. Lo stesso grafico usato nell’analisi, aggiornato dopo l’esperimento, dice immediatamente se qualcosa è cambiato e in che direzione. Se il Lead Time si è stabilizzato, il CFD mostra bande più uniformi, se si è ridotto l’aging chart ha meno elementi in zona critica. La continuità visiva tra analisi e risultati è parte del metodo: rende evidente il confronto e riduce lo spazio per le interpretazioni di comodo. Questo passaggio è quello che trasforma un’opinione in apprendimento. Senza di esso, il sistema non impara, accumula solo iniziative.

Prossimi passi. Se l’esperimento ha funzionato, il risultato non è “problema risolto” ma “nuova policy da codificare”. Una regola di ingresso rivista, un criterio di priorità esplicitato, una soglia di allerta definita. È qui che il cambiamento smette di dipendere dalla memoria delle persone e diventa parte del sistema. Se invece l’esperimento non ha prodotto i risultati attesi, i prossimi passi riportano all’analisi con nuove informazioni.

Questa struttura ciclica è ciò che distingue l’A3 da una normale checklist: non si compila una volta, si percorre più volte, ciascuna con una comprensione più profonda del problema.

Il problema che l’A3 risolve nelle cadenze Kanban

Nelle organizzazioni ai livelli ML1 e ML2, i problemi vengono ancora affrontati in modo reattivo: è single-loop learning, ma applicato in modo caotico e inconsapevole, senza che l’organizzazione ne tragga apprendimento stabile.

Il salto verso ML3 non è un salto verso il double-loop learning: è il passaggio a un single-loop learning maturo, strutturato e consapevole. L’A3 Thinking può supportare questo passaggio spostando il focus dalle persone al sistema. La domanda non è “chi ha sbagliato?” ma “cosa nel nostro modo di lavorare produce questo risultato?” È una distinzione che Deming aveva reso famosa decenni fa, e che ancora oggi fatica a entrare nella cultura di molte aziende.

Ai livelli ML4 e ML5, quando le decisioni si basano su modelli probabilistici e il miglioramento si estende oltre i confini del singolo team, l’A3 consolida questo percorso: aiuta a orchestrare il miglioramento tra servizi interdipendenti, a gestire il rischio in modo strutturato, a rendere l’apprendimento operativo una pratica normale e non un evento eccezionale. Sempre nell’ambito del single-loop learning, ma portato alla sua massima maturità, come preparazione al salto qualitativo che avviene a ML6.

Dall’analisi alla policy: il cambiamento che rimane

Un problema risolto una volta non è un problema risolto. Lo è solo quando la soluzione viene codificata in una regola esplicita che il sistema segue anche quando chi ha trovato la soluzione non c’è più.

L’A3 Thinking, in questo percorso, è uno strumento che aiuta a costruire le fondamenta. Senza la disciplina del single-loop learning strutturato – senza la capacità di analizzare, sperimentare e codificare – il double-loop rimane un esercizio intellettuale senza radici operative. Le organizzazioni che arrivano a ML6 non saltano i livelli precedenti: li attraversano, e l’A3 è parte di come lo fanno.

Una nota finale

W. Edwards Deming diceva che l’apprendimento non è obbligatorio, così come non lo è la sopravvivenza. L’A3 Thinking nelle cadenze Kanban non è una tecnica sofisticata riservata alle organizzazioni avanzate. È il modo in cui si fa sul serio con il miglioramento continuo a partire da ML3: guardare i dati, capire il sistema, cambiare le regole. E ricominciare.

Metriche di flusso: cosa misuriamo davvero quando misuriamo la produttività?

In molte organizzazioni, quando si parla di produttività degli uffici, si parte da un’intuizione apparentemente ragionevole: se le persone sono occupate, il lavoro avanza. Se le ore registrate aumentano, la produttività aumenta. Peccato che questa logica, portata alla prova dei dati, si riveli quasi sempre sbagliata.

Il problema dell’effort

Misurare le ore di lavoro – l’effort – dice quanto tempo le persone hanno dedicato a qualcosa. Non dice quanto lavoro è stato effettivamente completato. Sono due cose diverse, e confonderle genera decisioni sbagliate.

Un ufficio che gestisce pratiche amministrative può essere pieno di persone impegnate tutto il giorno, eppure produrre meno output di un ufficio più snello e meno saturo. Il motivo è semplice: quando le persone sono troppo occupate, il sistema si inceppa alla minima perturbazione – una richiesta urgente, un’assenza, una dipendenza esterna. Il lavoro si accumula, i tempi si allungano, e nessuno capisce esattamente perché.

La misura che conta, invece, è il Throughput: quante pratiche vengono effettivamente completate in un dato periodo. Registrazioni, contratti, acquisti, variazioni – qualsiasi cosa rappresenti un’unità di lavoro conclusa. Se il Throughput aumenta a parità di organico, la produttività sta crescendo. Non ci sono interpretazioni: è un dato empirico, diretto, semplice da raccogliere.

Livelli di servizio: sapere non basta, bisogna collegare

Una volta che si inizia a misurare il Throughput, emerge naturalmente una seconda domanda: in quanto tempo completiamo le pratiche? È qui che entrano in gioco i Service Level Agreement (SLA), ovvero gli impegni misurabili che un ufficio può comunicare ai propri interlocutori interni ed esterni.

Un esempio concreto: l’ottantacinquesimo percentile dei Lead Time è di 15 giorni. Che in termini semplici significa: l’85% delle richieste di un determinato servizio viene gestito entro 15 giorni. È un dato reale, ricavato dai sistemi in uso, ma da solo non dice ancora nulla di utile. La domanda che conta non è “è tanto o è poco?”, ma: qual è l’impatto reale sull’organizzazione se questi tempi restano invariati, si allungano, o si accorciano?

Senza questa misura di impatto, qualsiasi target è arbitrario. Fissare un obiettivo di 8 giorni invece di 15 potrebbe essere un miglioramento significativo o uno spreco di risorse, dipende da cosa succede a valle. Finché non colleghiamo le metriche operative alle conseguenze organizzative, stiamo ottimizzando nel vuoto.

Questo è il nodo: spesso non è che manchino i dati. Manca il collegamento tra i dati e le decisioni.

Gestire i picchi con i dati storici

Molte organizzazioni di servizio, e anche molti uffici amministrativi, vivono di stagionalità: certi periodi dell’anno concentrano volumi di lavoro molto superiori alla media. Pensate per esempio un ufficio paghe: avrà dei picchi di lavoro da evadere in corrispondenza di ogni fine mese.

Il modo tradizionale di gestire questi picchi è reattivo: si aspetta che il sistema si inceppi, poi si aggiunge personale o si fanno straordinari. Il modo alternativo è usare i dati storici per anticipare i picchi e attivare risorse aggiuntive – interne o esterne – solo quando e dove servono davvero. Una capacità extra controllata invece di un’emergenza ricorrente.

Capacity planning: vedere la coperta prima che sia troppo corta

Quando un ufficio gestisce attività diverse, la sfida non è solo fare di più, ma bilanciare. La coperta è sempre potenzialmente corta, e senza una mappa dell’allocazione reale delle risorse è impossibile sapere dove concentrare l’attenzione.

La settimana tipo è uno strumento semplice: si mappa come viene effettivamente distribuito il tempo del team tra le diverse categorie di attività, e si confronta questa distribuzione con i volumi di lavoro in arrivo. Questo confronto rende visibili i colli di bottiglia prima che diventino crisi, e permette di spostare risorse in modo consapevole invece di rincorrere le urgenze.

Ho diffusamente parlato di questa pratica in un’articolo al quale rimando per gli approfondimenti.

Il lavoro sommerso

C’è un ultimo problema, forse il più sottovalutato: il lavoro invisibile. In ogni ufficio esiste una quota significativa di attività che non viene tracciata – richieste gestite via email, richieste urgenti, eccezioni, supporto informale. Questo lavoro sommerso consuma capacità reale, ma non appare in nessuna metrica. Risultato: le analisi partono da dati incompleti, e le decisioni che ne derivano sono distorte.

La soluzione non è burocratizzare ogni attività, ma rendere visibile almeno la massa del lavoro sommerso – anche in modo aggregato – per avere una visione sistemica e bilanciata della situazione.

Le cadenze: dove avviene il vero miglioramento

Tutto questo – throughput, SLA, capacity planning, visibilità sul lavoro sommerso – è necessario ma non sufficiente. Le metriche contano solo se vengono usate con regolarità per fare domande precise: cosa sta cambiando? Cosa proviamo a migliorare? Come misuriamo se l’intervento ha funzionato?

Questo è il principio del miglioramento continuo: non un progetto straordinario, ma un meccanismo ordinario. Si fissa una cadenza di revisione – settimanale, bisettimanale, mensile – si guardano i dati, si formula un’ipotesi di miglioramento, si prova, si misura l’effetto. Se funziona, si consolida nel metodo. Se non funziona, si cambia strada.

È un metodo forse noioso da farsi, ma sorprendentemente foriero di risultati nel tempo.

In sintesi

Cosa misurarePerché
ThroughputMisura il lavoro realmente completato, non l’occupazione di tempo
Lead time / SLAPermette di prendere impegni misurabili con gli interlocutori interni ed esterni
Distribuzione per attivitàRende visibili i colli di bottiglia e bilancia i carichi
Volume storicoPermette di anticipare i picchi invece di subirli
Cadenze di revisioneTrasforma i dati in decisioni e iniziative di miglioramento continuo

Nessuno di questi strumenti richiede tecnologie complesse. Richiedono disciplina, continuità, e la disponibilità a prendere decisioni basate sui dati invece che sulle sensazioni. Il metodo Kanban offre esattamente questo: un sistema di pratiche, cadenze e metriche progettato per rendere tutto ciò ordinario – non un progetto straordinario, ma il modo normale di lavorare.

Un’ultima cosa: non è una questione di settore

C’è una storia che vale la pena raccontare, perché smonta un alibi molto comune.

Toyota è oggi il produttore di auto più grande al mondo. Produce 2 milioni di auto in più rispetto a Volkswagen (11 milioni circa contro 9 milioni circa), con circa la metà del personale. Non è successo perché fanno auto, perché sono giapponesi, o perché hanno avuto accesso a tecnologie particolari. È successo perché hanno applicato per più di settant’anni con rigore e continuità il metodo scientifico ai propri processi: osservare, misurare, formulare un’ipotesi, sperimentare, misurare di nuovo. Consolidare ciò che funziona, abbandonare ciò che non funziona. Ricominciare.

Chi dice “da noi non funzionerebbe, il nostro settore è diverso” di solito non sta descrivendo una realtà, sta descrivendo una resistenza. Il metodo scientifico non conosce settori. Funziona dove si è disposti a guardare i dati e a cambiare idea quando i dati lo chiedono.

Un ufficio amministrativo o una organizzazione di servizi non è una fabbrica di automobili. Ma le domande sono le stesse: quanto lavoro stiamo completando? In quanto tempo? Dove si accumula? Cosa succede se cambiamo qualcosa? La differenza tra chi migliora e chi resta fermo non è mai nella complessità degli strumenti, è nella disponibilità a fare quelle domande ogni settimana, senza mai smettere.

Alle radici del metodo Kanban: il manager come coach nel modello Toyota

Alle radici del metodo Kanban c’è il modello organizzativo di Toyota, universalmente riconosciuta come una delle aziende più profittevoli e stabili al mondo. Toyota per decenni ha dominato l’industria automobilistica per qualità, reputazione e performance finanziarie. Tuttavia, il suo modello di gestione è profondamente controintuitivo: mentre la maggior parte delle imprese cerca di ridurre i costi di gestione e appiattire le gerarchie, Toyota investe massicciamente in una struttura di leadership apparentemente costosa, dove la responsabilità principale di ogni manager è agire come coach per i propri collaboratori.

La vera forza di Toyota nasce dalla capacità dei manager di abbandonare la certezza di avere già tutte le risposte, un’illusione che soffoca il pensiero scientifico sul nascere. Il Modello Toyota non è un pacchetto di soluzioni pronte all’uso, ma un Thinking Production System progettato per connettere processi e persone attraverso una tensione costante verso il miglioramento. Questo approccio affonda le sue radici nella visione strategica e nei valori morali della famiglia Toyoda, che ha trasformato un’officina tessile nel leader mondiale dell’automotive.

Le origini valoriali: dalla carpenteria all’automazione con tocco umano (Jidoka)

Il sistema Toyota non nasce da astrazioni accademiche, ma dall’ingegno pratico di Sakichi Toyoda. Per alleviare la fatica delle donne della sua famiglia che lavoravano ai telai, Sakichi inventò un meccanismo che arrestava la produzione in caso di rottura di un filo. Questo concetto, denominato Jidoka (automazione con tocco umano), ha introdotto l’intelligenza nel processo: la macchina segnala il problema e l’uomo interviene per risolverlo alla radice. Suo figlio Kiichiro ha poi esteso questa visione all’automotive, formalizzando i pilastri del metodo operativo Toyota.

Lo spirito Toyota e la cultura dell’eccellenza

La cultura aziendale di Toyota è sostenuta dalle 3C per la crescita armoniosaComunicazione, Considerazione, Cooperazione – e dalle 3C per l’innovazioneCreatività, Sfida (Challenge), Coraggio. Questi valori si riflettono nei 9 principi fondamentali:

  • Contribuire alla società: l’impresa come motore di benessere collettivo.
  • Il cliente al primo posto: la qualità è definita dalle necessità di chi riceve il servizio.
  • Rispetto per le persone: far evolvere i collaboratori affinché raggiungano il loro massimo potenziale.
  • Conoscere il business dalle fondamenta: la competenza tecnica precede la gestione.
  • Andare a vedere di persona: la leadership si esercita sul campo (gemba), comprendendo a fondo i processi operativi e i loro problemi.
  • Disciplina e duro lavoro: l’eccellenza richiede rigore metodologico.
  • Lavoro di squadra: responsabilità individuale del leader, ma successi condivisi dal team.
  • Costruire la qualità nel processo: fermarsi per correggere l’errore immediatamente.
  • Miglioramento continuo (Kaizen): evolvere costantemente verso la visione ideale.

La rivoluzione del ruolo manageriale: il manager come coach

Uno dei pilastri del pensiero Toyota è la distinzione tra dati – che sono astrazioni della realtà – e fatti, ovvero l’osservazione diretta della realtà stessa. Il manager Toyota non resta in ufficio ad analizzare report: va al gemba, là dove il lavoro accade, per raccogliere i fatti che confermano o mettono in discussione ciò che i numeri sembrano dire.

Ma il manager Toyota è anche il coach dei propri collaboratori. Il coaching non è considerato un costo, ma la leva della redditività. Un manager capace di sviluppare le persone e di facilitare il flusso crea le condizioni perché i colli di bottiglia siano sistematicamente eliminati alla radice.

Manager tradizionaleManager Toyota (coach)
Focus sui risultati: gestione reattiva basata esclusivamente su KPI finanziari.Focus sui processi: se il processo è corretto, i risultati sono una conseguenza naturale.
Direttivo: il manager dice alle persone cosa fare.Facilitatore: il manager pone domande per stimolare il pensiero scientifico.
Risoluzione reattiva: interventi d’urgenza per tamponare i problemi emergenti.Approccio proattivo: riduzione sistematica del gap rispetto alla visione ideale.
Lontano dal campo: decisioni basate unicamente su dati astratti e proiezioni d’ufficio.Presenza al gemba: validazione dei dati attraverso i fatti e l’osservazione diretta.

Le tre ondate dello sviluppo della leadership

Lo sviluppo di un leader in Toyota segue un percorso di pratica deliberata che richiede, secondo la psicologia del coaching, fino a 10.000 ripetizioni (Kata) per interiorizzare una nuova abitudine mentale. In Toyota, non si diventa manager senza essere coach e non si diventa coach seguendo un corso. Il percorso di formazione è un processo a lungo termine che si articola in tre “ondate” di apprendimento pratico:

  1. Ondata 1: consapevolezza (Aware of it). Il leader apprende i principi fondamentali del Toyota Way (rispetto per le persone e miglioramento continuo) attraverso sessioni teoriche e applicazioni pratiche su casi studio.
  2. Ondata 2: capacità di fare (Able to do it). Il manager deve padroneggiare le Toyota Business Practices (TBP), un metodo di problem solving in otto fasi basato sul ciclo scientifico PDCA (Plan-Do-Check-Act). Non si può insegnare ciò che non si sa fare personalmente; quindi, il leader deve completare con successo progetti reali sotto la guida di un proprio coach.
  3. Ondata 3: capacità di insegnare (Able to teach it). Attraverso l’On-the-Job Development (OJD), il manager impara formalmente a formare altri leader. Qui il focus si sposta dallo “svolgere il lavoro” allo “sviluppare le capacità di chi lo svolge”.

Una struttura costosa per un’efficacia superiore

Uno degli aspetti più sorprendenti del modello Toyota è il numero ridotto di riporti. Mentre le aziende tradizionali assegnano spesso 30 o più persone a un unico supervisore per risparmiare sui costi generali, Toyota punta a un rapporto di circa un superiore ogni cinque riporti.

Da una prospettiva puramente contabile, questa struttura appare inefficiente e costosa. Tuttavia, per Toyota è un investimento fondamentale: un leader può seguire da vicino e fare coaching quotidiano solo a un numero limitato di persone. Questo rapporto stretto garantisce che ogni anomalia venga rilevata immediatamente e che ogni membro del team sia costantemente incoraggiato a evolvere attraverso il metodo scientifico.

Il coaching al gemba: sviluppare il pensiero scientifico

Il coaching in Toyota non avviene in ufficio, ma al gemba (il luogo dove avviene il lavoro). Un manager esperto punta a trascorrere fino al 70% del proprio tempo sul campo. Quella è considerata l’attività dove si crea vero valore per l’azienda. Il compito del manager non è dare ordini, o guardare numeri, ma porre domande che inducano i collaboratori a pensare in modo scientifico.

Lo strumento principale di questo dialogo è il pensiero A3. L’A3 non è un semplice modulo da compilare, ma un processo di apprendimento mediato dal coach. Il manager/coach invita il suo riporto a:

  • Definire il problema basandosi su fatti osservati, non su assunzioni.
  • Identificare gli ostacoli che impediscono di raggiungere un obiettivo sfidante.
  • Condurre esperimenti rapidi, prevedendo i risultati e riflettendo su ciò che è stato appreso.

In questo sistema, i problemi sono visti come “tesori sepolti”. Invece di punire l’errore, il coach incoraggia l’uso dell’andon (il segnale per chiedere aiuto) per rendere visibili i limiti del processo attuale e trasformarli in opportunità di sviluppo per le persone.

Hoshin Kanri: allineare il miglioramento a ogni livello

Per garantire che il coaching non sia un’attività casuale, Toyota utilizza l’Hoshin Kanri (letteralmente gestione della bussola, ovvero allineamento agli obiettivi strategici a lungo termine delle azioni quotidiane di tutti i livelli aziendali). Questo sistema a cascata assicura che le sfide strategiche dei vertici aziendali siano tradotte in obiettivi concreti fino al livello della singola squadra operativa. Attraverso il processo di catchball (un dialogo bidirezionale tra responsabile e riporto), gli obiettivi non vengono imposti, ma discussi e concordati, trasformando ogni target aziendale in un’occasione di sviluppo individuale.

L’apprendimento scientifico (PDCA) e il TBP

Toyota rifiuta categoricamente i risultati ottenuti per caso: ottenere risultati senza un processo corretto è pura fortuna. Il metodo TBP (Toyota Business Practices) guida il leader attraverso 8 passaggi, di cui i primi cinque costituiscono la fase cruciale di Pianificazione (PLAN):

  1. Chiarificare il problema: definire la visione ideale e confrontarla con la realtà.
  2. Scomporre il problema: individuare sfide gestibili.
  3. Stabilire obiettivi di miglioramento: definire target ambiziosi.
  4. Analisi della causa radice: chiedersi ripetutamente “perché” per andare a fondo nella comprensione.
  5. Sviluppare contromisure: formulare ipotesi da testare (fine fase PLAN).
  6. Attuare le contromisure (DO): testare le ipotesi velocemente.
  7. Monitorare risultati e processo (CHECK): verificare l’efficacia delle azioni.
  8. Standardizzare i processi (ACT): consolidare l’apprendimento e condividerlo.

Conclusione

L’apparente paradosso di Toyota è che ponendo il profitto in secondo piano rispetto allo sviluppo umano e alla filosofia customer first, l’azienda ha generato una solidità finanziaria senza eguali. Il modello di management Toyota dimostra che il rispetto per le persone e il profitto non sono in contrasto, ma l’uno è il motore dell’altro. Investendo in una catena sostenibile di leader-coach, Toyota crea un’organizzazione capace di adattarsi, innovare e risolvere problemi in modo scientifico ogni singolo giorno. È proprio questa capacità diffusa di apprendimento, coltivata attraverso una struttura di coaching apparentemente costosa, a rendere Toyota una delle aziende più competitive e redditizie della storia.

Bibliografia

Jeffrey K. Liker, The Toyota Way, Second Edition: 14 Management Principles from the World’s Greatest Manufacturer, McGraw Hill, 2021

Jeffrey K. Liker, Karyn Ross, The Toyota Way to Service Excellence: Lean Transformation in Service Organizations, McGraw Hill, 2017

Taiichi Ohno, Toyota Production System: Beyond Large-Scale Production, CRC Press Taylor & Francis Group, 1988

Scoiattoli grigi a Milano: una metafora evolutiva per il metodo Kanban

Il mutamento dell’ecosistema urbano di Milano, segnato dalla silenziosa ma inarrestabile diffusione dello scoiattolo grigio di origine nordamericana, non è semplicemente un fenomeno biologico: suggerisce una metafora dell’evoluzione organizzativa. In un mercato caratterizzato da mutamenti costanti – siano essi tecnologici, economici o metodologici – la comprensione delle dinamiche evolutive è il fondamento di una efficace strategia aziendale.

Spesso, le organizzazioni percepiscono il cambiamento come una minaccia esterna da combattere e oppongono resistenza. Tuttavia, la vera analisi strategica rivela che il successo non risiede nella conservazione statica, ma nell’adattamento gestito. Il Kanban Maturity Model (KMM) si inserisce in questa necessità, offrendo non una sostituzione traumatica, ma un percorso strutturato affinché l’evoluzione avvenga con la stessa efficacia biologica di una specie che si insedia in un nuovo habitat.

Rispettare lo scoiattolo rosso: il segreto della socializzazione del cambiamento

Nella metafora utilizzata dal KMM, lo scoiattolo rosso, che è autoctono in molte parti d’Europa e che sta venendo progressivamente soppiantato da quello grigio, incarna lo stato attuale: l’insieme di processi, cultura e identità che definiscono il modo con cui lavoriamo oggi. Lo scoiattolo grigio rappresenta invece l’innovazione. La divergenza cruciale risiede nell’approccio: mentre il cambiamento imposto tenta di sostituire lo scoiattolo rosso attraverso una sovrapposizione drastica – spesso con risultati fallimentari – il cambiamento evolutivo del metodo Kanban segue il principio fondamentale di “iniziare con quello che si fa oggi“.

Il valore trasformativo di questo approccio risiede nell’interiorizzazione. Secondo i principi del KMM, il cambiamento attecchisce solo quando smette di essere percepito come un corpo estraneo e diventa parte di chi siamo come persone e come gruppi sociali all’interno dell’organizzazione. Rispettare lo scoiattolo rosso significa rispettare l’identità esistente per ridurre la resistenza al cambiamento. Solo interiorizzando le nuove pratiche a livello sociologico – e non solo procedurale – lo scoiattolo grigio potrà inserirsi senza distruggere l’ecosistema che lo ospita.

L’evoluzione disfunzionale: presunta eccellenza o eccesso di ambizione

Anche la strategia evolutiva più raffinata può fallire in presenza di due specifiche disfunzioni evolutive, identificate nel KMM come failure modes:

  • False summit plateau (plateau della presunta eccellenza): questa disfunzione nasce dal senso di appagamento dopo un’adozione superficiale del metodo. Le organizzazioni che raggiungono ML1 spesso confondono i benefici iniziali – come il sollievo dal sovraccarico e una trasparenza migliorata – con il traguardo finale. Credendo di “avere già fatto Kanban“, si accontentano dei pochi iniziali miglioramenti, lasciando sul tavolo vantaggi strategici più profondi.
  • Overreaching (eccesso di ambizione): è l’errore tipico di chi vuole dimostrare di saperne più degli altri. Si verifica quando si impongono pratiche ML4 a un’organizzazione ferma a ML0 o ML1. In assenza dei fondamentali queste pratiche risultano incomprensibili e inattuabili: se ogni elemento di lavoro è trattato come un semplice compito, il concetto di gestione del rischio diventa privo di senso. Il risultato è il rigetto totale del sistema e il ritorno al caos.

Questi fallimenti, soprattutto il secondo, sono l’equivalente organizzativo dell’introduzione di una specie che distrugge l’habitat invece di arricchirlo, portando alla regressione delle performance.

Rimuovere la tensione strutturale: una guida all’antifragilità

Il KMM affronta il concetto psicologico di tensione strutturale, illustrato dall’analogia della giovane ginnasta: lo stress paralizzante di chi osserva un obiettivo ambizioso (l’Olimpiade) senza comprendere il percorso per raggiungerlo. La tensione non nasce dall’obiettivo, ma dall’incapacità di visualizzare i passi intermedi.

Il modello non si limita a mettere sotto stress l’organizzazione, ma aiuta a rimuove la tensione strutturale fornendo una tabella di marcia comprensibile. L’obiettivo è applicare lo stress strettamente necessario per provocare una reazione di antifragilità, concetto mutuato da Nassim Taleb. Invece di andare in crisi sotto la pressione, l’organizzazione impara a trarre vantaggio dal disordine e dalle turbolenze, diventando più robusta attraverso un miglioramento continuo e gestito.

La roadmap per l’eccellenza: benefici e soluzioni strategiche

L’evoluzione attraverso il KMM trasforma le sfide critiche in vantaggi competitivi duraturi. Di seguito, la mappatura tra le vulnerabilità strutturali e le soluzioni offerte dal modello:

Sfida organizzativaSoluzione Kanban (KMM)Impatto strategico
SovraccaricoIntroduzione di limiti al lavoro di corso e sistemi pullSollievo immediato e miglioramento della qualità
Incongruenza decisionaleSistema decisionale congruente (dal top management alla base)Allineamento sistemico tra strategia, tattica e operazioni
ImprevedibilitàAnalisi della distribuzione dei Lead Time e identificazione di SLA probabilisticiPerformance economica prevedibile e robustezza finanziaria
Turbolenza di mercatoAntifragilità e agilità organizzativaCapacità di assorbire shock e adattarsi ai cambiamenti esterni
Obiettivi disallineatiFocus sulla fitness-for-purpose e aspettative del clienteGaranzia che il servizio sia costantemente “adatto allo scopo
Erosione dell’identitàGestione della identità organizzativa e dei valori culturaliRafforzamento della coesione e del senso di appartenenza

Conclusione: diventare lo scoiattolo grigio di successo

Il metodo Kanban, attraverso il suo modello di maturità, permette alle organizzazioni di evolvere con la stessa inesorabilità degli scoiattoli grigi, ma con il vantaggio di un processo consapevole. L’evoluzione non è una sostituzione, ma una trasformazione dell’identità.

Per diventare lo scoiattolo grigio di successo è imperativo rispettare lo scoiattolo rosso: iniziare esattamente da dove ci si trova, seguendo i processi attuali mentre si introducono i catalizzatori del cambiamento. Solo attraverso una valutazione onesta del proprio livello di maturità e l’uso di una guida rigorosa è possibile evitare o limitare le disfunzioni evolutive e costruire un’organizzazione non solo resiliente, ma capace di trarre il meglio dal proprio ecosistema futuro. Prima di introdurre nuovi metodi, domandatevi: il vostro habitat è pronto per la metamorfosi o state rischiando l’eccesso di ambizione?

Al PMexpo torna il workshop: dal caos al flusso – sbloccare il potenziale del tuo team con Kanban

Sei pronto a trasformare il modo in cui il tuo team lavora?

Al prossimo PMexpo che si terrà a Roma venerdì 14 novembre (informazioni e iscrizioni cliccando qui) presenteremo di nuovo in un workshop il gioco di simulazione Featureban (informazioni cliccando qui).

Se non hai potuto partecipare alle sessioni passate, potrai unirti a noi per un evento speciale dove imparerai come utilizzare Kanban per passare dal caos al flusso. Scopri come sbloccare il potenziale del tuo team e ottimizzare la produttività. Non perdere questa opportunità unica!

Partecipando alla nostra simulazione potrai sperimentare concretamente come funziona il metodo Kanban in un’azienda, capirai come lavorare con il metodo Kanban, vedrai quali difficoltà possono verificarsi e capirai come risolvere i problemi.

I partecipanti potranno vedere in azione le pratiche generali Kanban: visualizza, limita il work in progress (WIP), gestisci il flusso, esplicita le policy, implementa cicli di feedback, migliora collaborando ed evolvi sperimentando.

La partecipazione a questo evento dà diritto CDP e a PDU ways of working per il mantenimento della certificazione PMI.

Ti aspettiamo!

Sempre in occasione del PMexpo sarà anche presentato in anteprima allo stand di E-quality Italia il mio libro Dal caos al flusso: La trasformazione organizzativa con il metodo Kanban, dedicato ai principi e alle pratiche per guidare il cambiamento nelle organizzazioni.

Vieni a scoprirlo!

Il valore della Comprensione (Understanding): il cuore nascosto del metodo Kanban

Nel panorama della gestione del lavoro e dell’agilità organizzativa, il metodo Kanban è spesso associato a lavagne visive, limiti al Work-in-Progress (WIP) e al miglioramento del flusso. Tuttavia, al di sotto di queste pratiche visibili, si cela un valore culturale fondamentale che agisce come vero e proprio catalizzatore per l’evoluzione: la Comprensione (Understanding). Il Kanban Maturity Model (KMM) evidenzia come la Comprensione non debba essere un semplice esercizio intellettuale, ma una tassello fondamentale per costruire organizzazioni resilienti, adattabili e orientate al cliente.

Cos’è la Comprensione nel contesto Kanban?

Nel KMM, il valore della Comprensione si riferisce alla ricerca attiva di una profonda conoscenza della natura del proprio ambiente di lavoro. Questo significa studiare, osservare e raccogliere prove per capire come, cosa, perché e chi sono gli elementi del proprio flusso di lavoro. Non si tratta di una comprensione astratta, ma di un’accettazione pragmatica della realtà operativa: le capacità attuali, i processi in essere, le dinamiche del team e le policy (implicite o esplicite) che governano il lavoro quotidiano.

Una delle frasi chiave che riassume questo valore è: non c’è spazio per il pensiero velleitario in Kanban (There is no wishful thinking in Kanban). Ciò implica un passaggio da una gestione basata su speranze e supposizioni a una fondata sulla realtà osservabile.

La Comprensione come fondamento per raggiungere ML2

La Comprensione è uno dei valori culturali chiave necessari per consentire a un’organizzazione di passare dal livello di maturità 1 (ML1), focalizzato sul team, a ML2, orientato al cliente. Un’organizzazione a ML1 è spesso caratterizzata da team che lavorano isolati, con scarsa consapevolezza del contesto più ampio. Per superare questa fase, è essenziale sviluppare una comprensione di base che si concentri su:

  • Il lavoro richiesto: capire la natura delle attività e come eseguirle con coerenza e qualità.
  • I servizi forniti: comprendere i flussi di lavoro (workflow) che supportano i servizi e la collaborazione necessaria per erogare tali servizi.
  • Le policy in atto: analizzare le regole che governano il lavoro e il loro impatto sulle performance e sulle capacità.

Senza questa comprensione di base, è improbabile implementare con successo pratiche più avanzate. Per esempio, per passare direttamente da ML0 a ML2, è necessario che il valore della Comprensione per le dinamiche dell’ambiente di lavoro sia già presente, altrimenti l’iniziativa è destinata a fallire.

Come si sviluppa e si applica la Comprensione?

Il metodo Kanban offre pratiche specifiche che promuovono attivamente la Comprensione. Una delle pratiche generali di Kanban è Migliora collaborando, evolvi sperimentando (Improve Collaboratively, Evolve Experimentally). Questa pratica si basa sulla premessa che una comprensione completa e corretta della situazione attuale richiede una raccolta collaborativa di osservazioni e intuizioni da parte di persone con ruoli e prospettive diverse.

A ML2, la pratica IE 2.4 (Definire azioni per sviluppare una comprensione di base del processo e migliorare il flusso) è un esempio diretto di come la comprensione venga coltivata. L’obiettivo è sviluppare una comprensione di base di cosa, del perché, di chi e come del processo, in modo che tutti i soggetti coinvolti comprendano le ragioni dietro le azioni di miglioramento. L’implementazione di questa pratica include l’ascolto delle narrazioni delle persone per integrare i dati raccolti, sviluppando così una comprensione più ricca del contesto e degli individui.

Inoltre, la visualizzazione e le metriche aiutano enormemente a costruire la comprensione. Una Kanban board, ad esempio, non è solo uno strumento di gestione, ma un meccanismo di riflessione che rende visibile il lavoro invisibile, creando trasparenza e, di conseguenza, empatia e fiducia.

Dalla Comprensione interna a quella esterna

Il KMM distingue tra una comprensione interna (tipica di ML2) e una esterna (necessaria per ML3 e oltre).

  • Comprensione (interna) a ML2: si concentra sull’accettare pragmaticamente il proprio ambiente e le proprie capacità attuali.
  • Comprensione (esterna) a ML3: si espande per includere una profonda empatia con il cliente. Non basta sapere cosa chiede il cliente, ma è fondamentale capire il perché della sua richiesta, il suo contesto e i rischi che sta gestendo.

Questa evoluzione della comprensione è ciò che permette a un’organizzazione di diventare veramente Fit-for-Purpose (adatta allo scopo), progettando servizi che non solo funzionano bene internamente, ma che soddisfano pienamente le esigenze del cliente.

Conclusione

La Comprensione non è un valore passivo, ma una disciplina attiva che richiede curiosità, pragmatismo e collaborazione. È il fondamento su cui si costruisce un’organizzazione solida, capace di superare la fragilità dei livelli iniziali e di evolvere verso una maggiore resilienza e soddisfazione del cliente. Senza un impegno deliberato a “comprendere, le pratiche Kanban rischiano di rimanere superficiali, lasciando sul tavolo gran parte dei benefici economici e organizzativi che il metodo può offrire. In definitiva, per Kanban, comprendere la propria realtà non è solo il primo passo, ma una pratica continua che alimenta ogni miglioramento significativo.

Perché scelgo Kanban: costruire il metodo su misura per ogni organizzazione

Nel vasto panorama delle metodologie di gestione e trasformazione organizzativa, ho trovato nel metodo Kanban un approccio che rispecchia profondamente il modo di vedere e affrontare le sfide aziendali che seguo da sempre. Kanban non è infatti un insieme prescrittivo di regole da seguire, bensì una lente estremamente pragmatica, una leva potente per il successo delle organizzazioni.

Kanban funziona perché è reale

Ciò che mi ha subito attratto del metodo Kanban, sin dalla lettura nel 2010 del libro Kanban: Successful Evolutionary Change for Your Technology Business di David J. Anderson, che ha dato il via al movimento e poi alla Kanban University, è stata la sua natura intrinsecamente concreta e basata sul pragmatismo. Vi ho ritrovato una serie di spunti di buon senso e di soluzioni applicative pratiche che funzionano, molte delle quali avevo già avuto modo di sperimentare nel mio percorso professionale all’interno delle organizzazioni di servizi. Alcune le avevo imparate strada facendo, molte le avevo ricavate dai principi Lean – che sono poi la fonte di Kanban – e altre ancora le avevo scoperte in maniera sperimentale, perché è la realtà stessa che te le insegna. Questa capacità di attingere direttamente all’esperienza concreta, per me, è il vero punto di forza di Kanban.

Kanban è costituito da un insieme di strumenti molto concreti, che sono stati raccolti in un corpus organico, il Kanban Maturity Model (KMM), formalizzato a partire dalla prima edizione ufficiale pubblicata nel 2018. Questo mi permette di avere finalmente a disposizione una visione d’insieme e una prospettiva chiara su come applicare le oltre 150 pratiche che compongono il metodo Kanban, mettendole in sinergia. Nella mia attività di consulenza, il KMM mi dà una direzione e un insieme di strumenti per raggiungere l’obiettivo di costruire un metodo di lavoro su misura per l’azienda in cui opero.

Ho analizzato e documentato un caso di studio relativo a una situazione che ho gestito in passato e che, riletta retrospettivamente attraverso la lente del Kanban Maturity Model, si è rivelata un esempio concreto di applicazione del metodo Kanban. Questo perché il metodo Kanban non consiste in una sequenza di passi da seguire, ma rappresenta un modo di osservare la realtà e di affrontare la trasformazione organizzativa in modo consapevole. Per me è la sintesi di anni di esperienza sul campo ed è diventato una leva potente per migliorare il funzionamento delle organizzazioni con cui collaboro.

Un abilitatore per altri framework

La sua natura molto pragmatica, rende Kanban straordinariamente compatibile con tantissimi altri framework e metodologie che ho incontrato e applicato nel corso della mia vita professionale, come per esempio ITIL, PRINCE2, AgilePM, TOGAF e Scrum, solo per citarne alcuni.

Questi framework presentano le ‘best practice‘ in modo teorico, suggerendo un adattamento al contesto organizzativo, ma senza offrire indicazioni pratiche su come metterle realmente in atto. Possono rappresentare un valido punto di riferimento e contribuire a definire una direzione, ma le soluzioni concrete devono essere costruite su misura, in base alla specifica realtà di ciascuna organizzazione. Ecco perché, quando mi chiedono: “Applichiamo questo o quel metodo?“, la mia risposta è invariabilmente: “No, non applichiamo questo o quel metodo; applichiamo il vostro metodo, che costruiremo insieme“. Kanban mi ha dato un nome e una struttura riconoscibile per questo approccio.

I pilastri di Kanban: valori e gestione del flusso

Un altro aspetto fondamentale in cui mi sono pienamente ritrovato nel metodo Kanban è l’importanza data ai valori. Valori come la collaborazione, la leadership, la trasparenza e il rispetto sono elementi che ho sempre riconosciuto come essenziali per il buon funzionamento di un’organizzazione e per favorire un cambiamento efficace.

L’esperienza dimostra che, in un percorso di trasformazione organizzativa, oltre alla competenza tecnica e agli strumenti di gestione, ciò che fa davvero la differenza è la motivazione e il coinvolgimento delle persone — una questione di leadership e di attenzione al fattore umano. Il metodo Kanban sistematizza questi pilastri — il fattore umano e i valori, così come le pratiche e la struttura organizzativa — in un meccanismo di sviluppo evolutivo. Tale meccanismo, che include uno ‘stressor‘, un ‘meccanismo di riflessione‘ e un ‘atto di leadership‘, è la leva per il cambiamento evolutivo e per la trasformazione aziendale (Enterprise Transformation), oltre che per la gestione quotidiana (Enterprise Services Management). Il duplice obiettivo è, da un lato, efficientare ciò che già esiste e, dall’altro, favorire l’evoluzione organizzativa.

Un altro valore cruciale di Kanban è quello del Flow (Flusso). Creare le condizioni per un flusso di lavoro stabile è fondamentale perché porta a una situazione in cui il lavoro diventa prevedibile e di qualità. Questo si traduce in una riduzione dello stress e della pressione sui membri del team, e in una maggiore efficacia e credibilità per le organizzazioni. Imparare a identificare gli elementi che rendono affidabili la qualità e i tempi di risposta è il cuore del servizio al cliente e dell’affidabilità di un’organizzazione di servizi. In sintesi, è la capacità di gestire il rischio operativo.

Conclusione

In definitiva, Kanban non è semplicemente un metodo tra tanti, ma una lente attraverso cui leggere la realtà aziendale in modo pragmatico ed evolutivo. È un approccio che unisce valori e strumenti concreti per costruire, insieme all’organizzazione, un metodo su misura capace di adattarsi al contesto reale. Applicare il metodo Kanban significa scegliere di partire dalla realtà, dalle persone, dal buon senso e dalla volontà condivisa di evolvere. È questo che rende il cambiamento possibile — e duraturo.

Enterprise Services Management & Transformation: Kanban come motore di resilienza e trasformazione

Sono appena rientrato dal Kanban Leadership Retreat organizzato dalla Kanban University a Bilbao, un’esperienza intensa e ricca di stimoli, che ha riunito professionisti ed esperti da tutto il mondo, accomunati dalla passione per l’applicazione e l’evoluzione del metodo Kanban. Una delle riflessioni centrali emerse, analizzando il contesto attuale attraverso un noto modello di Gartner, riguarda la duplice sfida che le organizzazioni devono affrontare costantemente: da un lato, gestire con efficienza le operazioni quotidiane (Run the Business), dall’altro, evolvere e innovare per restare competitive (Change the Business). Tenere in equilibrio queste due dimensioni è oggi più che mai cruciale, soprattutto in ambienti turbolenti e ad alta incertezza.

Il metodo Kanban si distingue come un approccio efficace e versatile, offrendo una via pragmatica ed evolutiva per affrontare entrambe queste dimensioni nel mondo dei servizi professionali, portando a una maggiore agilità e resilienza aziendale, non solo per l’Enterprise Services Management — gestione operativa quotidiana delle attività, per la quale è forse più noto — ma anche come catalizzatore per l’Enterprise Services Transformation — la trasformazione e l’evoluzione strategica delle organizzazioni. La sua forza risiede nella capacità di promuovere un cambiamento evolutivo, sostenibile e incentrato sui risultati.

Kanban per l’Enterprise Services Management (Run the Business)

Run the Business riguarda l’efficacia operativa, la prevedibilità e la qualità nella fornitura di servizi esistenti. Il metodo Kanban, nella sua essenza, si concentra sulla gestione efficace dei servizi e del flusso di lavoro, mirando a un’erogazione rapida, fluida, sostenibile e prevedibile del valore per il cliente, minimizzando rischi e costi di ritardo.

  1. Visualizzazione del lavoro e del flusso: una delle pratiche generali di Kanban è la visualizzazione. Le Kanban board rendono visibile il lavoro in corso, lo stato di avanzamento, gli elementi bloccati e le scadenze. Questo aiuta a identificare gli impedimenti e a prendere decisioni informate.
  2. Limitazione del Lavoro in Corso (WIP): limitare il WIP è cruciale per ridurre il sovraccarico di individui e sistemi, migliorare la prevedibilità dei tempi di consegna e far emergere i colli di bottiglia. Promuove i sistemi ‘pull’ (‘a chiamata’), incoraggiando il completamento delle attività prima di iniziarne di nuove, aumentando l’efficienza del flusso.
  3. Esplicitazione delle policy: rendere esplicite le policy di lavoro definisce regole chiare per la gestione del lavoro, come le priorità, le condizioni per la presa in carico e il completamento delle attività. Questo porta a una maggiore chiarezza, riduce l’ambiguità e facilita il consenso all’interno dell’organizzazione.
  4. Cicli di Feedback (cadenze Kanban): Kanban introduce un set di cadenze o riunioni di revisione periodiche, come il Team Kanban Meeting (quotidiano), il Replenishment Meeting, la Service Delivery Review, la Risk Review e la Operation Review. Questi cicli di feedback consentono l’osservazione empirica e l’adeguamento continuo di policy e processi, sono la vera catena di trazione di un sistema Kanban. Ad esempio, la Operation Review si concentra sulle interazioni tra servizi e sulle dipendenze, promuovendo il miglioramento continuo tra unità di business.
  5. Orientamento al servizio e al cliente: Kanban promuove una visione dell’organizzazione come una rete di servizi interdipendenti. L’obiettivo è comprendere e soddisfare le esigenze e le aspettative del cliente, con un forte focus sulla ‘idoneità allo scopo‘ (fitness-for-purpose) del prodotto o servizio. Ciò implica una chiara definizione dei tipi di lavoro in base alle richieste dei clienti e la gestione dell’intero flusso di valore dalla richiesta del cliente alla consegna.
  6. Ruolo dei manager: in Kanban il ruolo dei manager si evolve da quello di gestori di risorse a quello di responsabili del sistema di lavoro. l loro focus si sposta sulla definizione e il miglioramento delle policy, sulla facilitazione dei meccanismi di feedback e sull’incoraggiamento della collaborazione e della sperimentazione. Questo nuovo orientamento rafforza l’agilità dell’organizzazione, rendendo i manager abilitatori del cambiamento piuttosto che semplici esecutori di controllo. Ruoli specifici come il Flow Manager, il Delivery Manager e il Demand Manager emergono per garantire un flusso di lavoro efficiente e la soddisfazione del cliente.
  7. Gestione del rischio e migliori risultati economici: il Kanban Maturity Model (KMM) integra la gestione del rischio attraverso tecniche come le classi di servizio, l’allocazione della capacità e l’analisi del costo del ritardo. Questo permette decisioni sofisticate su selezione, sequenziamento e pianificazione del lavoro, portando a risultati economici superiori e maggiore prevedibilità. Le organizzazioni maggiormente strutturate sono in grado di prevedere le dipendenze e gestirle in modo proattivo.
  8. Processo decisionale basato sui dati: Kanban incoraggia la raccolta e l’analisi di dati relativi al flusso, come il lead time, il throughput e l’efficienza del flusso, utilizzando previsioni probabilistiche. Questo supporta decisioni informate e la capacità di anticipare le esigenze future.
  9. Classi di servizio: permettono di gestire diversi tipi di lavoro in base al costo del ritardo, come richieste urgenti, a data fissa o elementi standard. Questo permette di soddisfare le diverse esigenze dei clienti e dei segmenti di mercato.
  10. Gestione delle dipendenze: sebbene le dipendenze non possano essere eliminate, Kanban riduce l’overhead della loro gestione mediante l’impiego di tecniche visive e classi di gestione delle dipendenze basate sul costo del ritardo.

Kanban per l’Enterprise Services Transformation (Change the Business)

Change the Business implica la capacità di un’organizzazione di adattarsi, innovare e migliorare continuamente. Il metodo Kanban e il Kanban Maturity Model (KMM) offrono una roadmap per la trasformazione organizzativa, che facilita il cambiamento evolutivo con minima resistenza.

  1. Cambiamento evolutivo vs. radicale: a differenza di molti approcci che propongono cambiamenti strutturali e radicali, Kanban promuove una trasformazione incrementale, iniziando da ciò che si fa attualmente e rispettando ruoli e responsabilità esistenti. Questo approccio riduce la resistenza al cambiamento, poiché evita di minacciare l’identità o lo status degli individui. L’obiettivo è creare una spinta interna al cambiamento che si radichi e persista nel tempo.
  2. Kanban Maturity Model (KMM): il KMM costituisce una ‘guida’ e una ‘tabella di marcia’ che classifica oltre 150 pratiche in sette livelli di maturità organizzativa. Aiuta le organizzazioni a evitare errori comuni come il ‘plateau della presunta eccellenza’ (fermarsi a un’adozione superficiale) o l’eccessiva ambizione, che porta a tentare cambiamenti troppo complessi prematuramente. Fornisce una guida chiara su quali pratiche introdurre, in quale successione e con minore resistenza, o quali possano costituire un ‘fattore di stress’ sufficiente per promuovere un miglioramento antifragile.
  3. Cultura e valori: il KMM pone la cultura al centro della trasformazione. Sottolinea l’importanza di valori come la trasparenza, la fiducia, il rispetto, la collaborazione e la leadership a tutti i livelli. Il cambiamento culturale è guidato da questi valori espliciti, che vengono sostenuti dall’adozione di pratiche specifiche. I filtri decisionali sono uno strumento pragmatico per integrare i valori nella cultura aziendale.
  4. Stressor e meccanismi di riflessione: Il KMM riconosce che la trasformazione evolutiva richiede un ‘stressor‘ (un problema riconosciuto) e un ‘meccanismo di riflessione‘ (come le cadenze Kanban) per catalizzare l’azione e la discussione. Le pratiche di transizione nel KMM sono spesso progettate per fungere da stressor, coinvolgendo le persone emotivamente senza causare crisi.
  5. Costruzione della resilienza: la resilienza, ovvero la capacità di resistere e riprendersi dopo eventi negativi inattesi, è un obiettivo chiave della trasformazione guidata dal KMM. Il modello promuove la resilienza attraverso la sensibilità al contesto, la tolleranza verso nuove idee, lo sviluppo della leadership a tutti i livelli e uno spostamento dall’efficienza alla prevedibilità. Le organizzazioni maggiormente strutturate diventano antifragili, ovvero capaci di mutare e reinventarsi in risposta allo stress ambientale.
  6. Evoluzione dei ruoli: la flessibilità del metodo Kanban consente l’evoluzione dei ruoli e delle responsabilità senza la necessità di riorganizzazioni radicali. Invece di imporre nuovi titoli di lavoro, si incoraggiano le persone a assumere nuove responsabilità e a sviluppare nuove competenze. Questo approccio si allinea con il principio di aiutare le persone a ‘diventare una versione migliore di se stessi’ piuttosto che imporre loro una nuova identità.
  7. Leadership a ogni livello: Kanban incoraggia atti di leadership a tutti i livelli dell’organizzazione, non solo al vertice. Questo democratizza il cambiamento e lo accelera. La visibilità fornita da Kanban consente a tutte le parti interessate di vedere gli effetti delle proprie azioni o inazioni, promuovendo la collaborazione. Rendendo le policy esplicite e migliorando la trasparenza, Kanban aumenta il livello di fiducia e di capitale sociale all’interno dell’organizzazione.
  8. STATIK (Systems Thinking Approach to Introducing Kanban): è un approccio strutturato in 8 passi per introdurre Kanban, che aiuta a comprendere il contesto attuale del servizio, le fonti di insoddisfazione, la domanda, la capacità e a progettare un sistema Kanban su misura.
  9. Discovery Kanban (Upstream Kanban): questo aspetto di Kanban si concentra sullo sviluppo di idee e sulla gestione delle opzioni prima di impegnarsi a fare il lavoro. È fondamentale in un futuro incerto, poiché consente alle aziende di ridurre i rischi con lo sviluppo di molte idee aggiuntive alternative, gestendo efficacemente il flusso di idee e opzioni nella fase di scoperta e ideazione.

L’interconnessione di Enterprise Services Management e Enterprise Services Transformation

Kanban non separa le attività di Enterprise Services Management e Enterprise Services Transformation, piuttosto, le intreccia. Lo stesso approccio che permette di gestire in modo efficiente le operazioni quotidiane fornisce anche il meccanismo per la trasformazione continua. I cicli di feedback e la visione orientata ai servizi consentono all’organizzazione di allineare l’esecuzione operativa con l’adattamento strategico. Ad esempio, l’Operations Review, un’attività tipicamente di Run the Business, è anche un catalizzatore per il cambiamento, identificando i problemi di dipendenza e le opportunità di miglioramento a livello di sistema.

L’Enterprise Services Planning: il Material Requirements Planning (MRP) per il mondo dei servizi professionali

Proprio per questa sua caratteristica di integrare l’Enterprise Services Management e l’Enterprise Services Transformation, il metodo Kanban funge da approccio fondamentale per l’Enterprise Services Planning (ESP), per gestire vaste reti di servizi interdipendenti all’interno di un’intera organizzazione. L’ESP permette l’applicazione del metodo Kanban a una scala organizzativa molto ampia, in particolare all’interno di reti di potenzialmente centinaia di servizi interdipendenti. Invece di pianificare i singoli elementi di lavoro, l’ESP si concentra sulla progettazione e l’evoluzione di un intero ecosistema di sistemi Kanban per fornire valore in modo prevedibile, rispettando le aspettative del cliente. Questo approccio considera l’organizzazione come un’architettura orientata ai servizi, dove ogni servizio può essere gestito con Kanban in modo indipendente e poi interconnesso attraverso meccanismi di feedback.

Gli aspetti chiave in cui l’ESP sfrutta i principi Kanban includono:

  • Scalabilità: l’ESP scala Kanban applicando i suoi principi a ogni servizio all’interno della rete, riconoscendo che gli approcci orientati ai servizi sono in gran parte indipendenti dalla scala.
  • Gestione delle dipendenze: l’ESP offre indicazioni specifiche e pratiche avanzate per la gestione delle dipendenze in grandi imprese, un’area in cui i metodi tradizionali spesso incontrano difficoltà a causa dei vincoli di tempo. Questo include concetti come i sistemi dinamici per riservare la capacità produttiva, che si basano sulle classi di servizio e di prenotazione della capacità.
  • Previsione avanzata e triage: l’ESP utilizza metodi di previsione sofisticati come la previsione per classi di riferimento e le simulazioni Monte Carlo. Incorpora anche le Triage Tables, che estendono le classi di servizio di Kanban per aiutare le organizzazioni a decidere quale lavoro svolgere “ora, più tardi o per nulla” in base al probabile costo del ritardo.
  • Maturità organizzativa: l’ESP non si limita a migliorare le prestazioni locali, ma fornisce soluzioni complete per la gestione delle dipendenze a livello aziendale e per l’agilità complessiva del business. Supporta la leadership e il processo decisionale a ogni nodo della rete, guidato dai valori e dai principi di Kanban.

Conclusione

Il metodo Kanban è un approccio completo che permette alle aziende di operare con maggiore efficienza e prevedibilità (Enterprise Services Management) e, allo stesso tempo, di evolvere e adattarsi a un ambiente in continua trasformazione (Enterprise Services Transformation). La sua enfasi sulla trasformazione evolutiva, sulla trasparenza, sulla gestione del flusso e sulla leadership a tutti i livelli lo rende uno strumento estremamente potente per l’agilità aziendale a larga scala, andando oltre i singoli team per ottimizzare l’intero ecosistema di erogazione dei servizi delle organizzazioni.