Dal caos al flusso: note a margine della presentazione di un libro

Il 7 maggio scorso, con Paolo Cavicchioli e con Leonarda Vanicelli che ha moderato la conversazione, abbiamo presentato Dal caos al flusso alla Cascina Sant’Alberto di Milano. Quello che segue non è un resoconto dell’evento, ma un tentativo di mettere a fuoco alcune idee che la conversazione ha fatto emergere – idee che, in parte, non avevo articolato così chiaramente nemmeno nel libro.

Come nasce un libro che non pensavo nemmeno di scrivere

Il libro non nasce da un piano editoriale. Nasce da un blog: una serie di risposte scritte a problemi reali, con un filo narrativo implicito ma non evidente. Quando mi si è presentata l’occasione di utilizzare i contenuti del blog per guidare un’implementazione end-to-end del metodo Kanban in un contesto aziendale articolato, ho cercato una referenza sistematica da dare alle persone coinvolte. Quello che era un archivio di articoli è diventato un indice, e quell’indice è diventato un manoscritto.

La versione disponibile oggi comprende una presentazione di David J. Anderson, che ha visto nel libro un testo scritto a partire dall’esperienza diretta, con spunti pragmatici e attuabili.

Doxee: una fabbrica dell’immateriale

Uno dei casi di studio del libro – e quello centrale della conversazione del 7 maggio – è Doxee, azienda multinazionale con base a Modena che trasforma dati grezzi in documenti dinamici su volumi che Paolo Cavicchioli, suo CEO, ha quantificato in circa 9 miliardi di documenti l’anno. Un numero che, detto così, rischia di scivolare via. Vale la pena fermarcisi un momento: significa che il problema della variabilità, dei picchi di domanda, della sincronizzazione tra reparti con logiche diverse non è un problema marginale. È il problema centrale dell’organizzazione.

Doxee lavora su tre linee: tecnologia proprietaria, prodotti SaaS, e gestione di progetti su commessa. Quest’ultima era storicamente la parte più esposta alle inefficienze sistemiche, con il team di delivery compresso tra una forza commerciale che vende e una tecnologia che evolve, spesso senza che le due cose possano allinearsi con sufficiente anticipo. È in questo contesto che ciò che solo successivamente è stato inquadrato come metodo Kanban ha trovato un terreno non banale su cui misurarsi.

Oggi il team di delivery dialoga con gli altri reparti con pari dignità e gode del “privilegio” di poter affermare con autorevolezza quando qualcosa non è possibile, basandosi su dati oggettivi.

Il problema non era il metodo

Una delle cose che ho raccontato durante la presentazione, e che ribadisco sempre, è che ciò che è stato introdotto in Doxee non lo è stato perché qualcuno aveva letto un libro e voleva provare. È stato introdotto perché il team di delivery stava pagando un costo reale – in ore extra, in turnover, in qualità degradata. Vale anche la pena ricordare che quella implementazione è avvenuta prima che il metodo Kanban venisse codificato formalmente a livello internazionale: era, in senso proprio, un proto-Kanban, una risposta empirica a un problema reale che solo in seguito ha trovato corrispondenza in un metodo. Non è stato calato dall’alto su un’organizzazione. È cresciuto insieme a essa.

E lo strumento decisivo è stato un report all’interno del quale avevo inserito quella che avevo definito, un po’ provocatoriamente, “tolleranza di Marco Re”: una contingency del 15% nella pianificazione, con il mio nome esplicito come referente in caso di critiche. L’idea era semplice: fare da scudo al team mentre si stabilizzava il nuovo regime. Ma l’effetto non era scontato. Funziona solo se chi fa da scudo riesce ad avere credibilità sufficiente da rendere il gesto credibile, e se il team percepisce che lo scudo è reale e non simbolico.

La prevedibilità delle consegne, che nella fase iniziale era molto bassa, ha progressivamente raggiunto valori superiori al 90% dopo la piena implementazione del sistema. Non è un risultato che si ottiene facilmente: richiede disciplina nel limitare il lavoro in corso, l’abitudine di pianificare la capacità in anticipo di settimane, e soprattutto la volontà e il coraggio di dire di no quando la domanda supera la capacità disponibile.

WIP limits, capacità, traffico cognitivo

Tre strumenti hanno fatto la differenza pratica.

Il primo sono stati i limiti al lavoro in corso. Ho usato durante la presentazione l’analogia delle autostrade svizzere, che regolano l’accesso al traffico per evitare gli ingorghi: meno veicoli in ingresso significa velocità più sostenuta per chi è già in carreggiata, maggiore numero di veicoli a destinazione per unità di tempo. Lo stesso principio vale per i team: ridurre il numero di attività in corso aumenta la quantità di attività completate.

Il secondo è stato il capacity planning su orizzonte lungo – fino a dodici mesi – con slot di disponibilità aggiornati regolarmente. La conversazione tra chi vende e chi produce cambia registro quando entrambe le parti guardano lo stesso dato.

Il terzo è stato la strutturazione delle riunioni come momenti di sincronizzazione deliberata, non di escalation improvvisata. Bloccare la pianificazione per periodi di quindici giorni – nessuna nuova priorità inserita senza accordo esplicito e una solida ragione per farlo – ha ridotto il traffico cognitivo asincrono che logora i team più di qualsiasi carico di lavoro.

Un elemento trasversale a tutti e tre è il passaggio dalle stime analitiche al forecast statistico. Invece di cercare di stimare analiticamente ogni attività – esercizio costoso e spesso illusorio nel software – si identificano pattern ricorrenti nel lavoro e si usano distribuzioni storiche per prevedere i tempi. Non è una rinuncia alla precisione: è una forma di precisione più onesta, che riconosce la variabilità invece di ignorarla.

T-shape e contaminazione disciplinare

Paolo Cavicchioli ha portato all’evento una riflessione che merita di essere riportata, perché tocca un tema più ampio della gestione di progetto. La sua esperienza in Doxee con i cosiddetti profili T-shape – persone con una competenza verticale profonda e una capacità orizzontale di collaborare con discipline diverse dalla propria – lo ha convinto che la contaminazione tra culture diverse non è un esercizio di inclusività aziendale, ma un vantaggio competitivo concreto.

L’esempio che ha citato è quello di un laureato in storia, diventato un elemento chiave del team tecnico proprio per la capacità di costruire metafore comprensibili, di semplificare senza banalizzare, di tenere presente la prospettiva dell’utente finale in un contesto dominato da logiche ingegneristiche. Lo stesso ragionamento vale per la gestione di team internazionali: le differenze culturali tra contesti lavorativi italiani, tedeschi e austriaci non si governano ignorandole, ma riconoscendone le logiche e trovando un terreno comune su cui il flusso possa continuare a scorrere.

Nel tempo, Doxee è diventata anche un luogo dove i giovani talenti crescono, sviluppano competenze, e in alcuni casi maturano abbastanza da avviare percorsi imprenditoriali autonomi. È un indicatore di salute organizzativa che non compare in nessun report, ma che dice qualcosa di preciso sulla qualità dell’ambiente di lavoro che si è costruito.

Una nota finale sul miglioramento continuo

C’è un rischio che ho imparato a riconoscere nel tempo e che nel libro chiamo “plateau della presunta eccellenza”: la tendenza delle organizzazioni a fermarsi non appena i risultati diventano accettabili. I miglioramenti iniziali sono spesso rapidi e visibili, il che può essere paradossalmente un problema, perché crea l’illusione che il sistema sia “a posto”.

Il caso Doxee lo conferma: il miglioramento continuo non è uno stato che si raggiunge. È un’abitudine, e come tutte le abitudini, si coltiva con costanza o si perde per inerzia. La differenza tra le organizzazioni che sostengono i risultati nel tempo e quelle che dopo un po’ regrediscono non sta nella qualità degli strumenti adottati, ma nella capacità di continuare a fare domande scomode anche quando le cose vanno bene. È più facile interrogarsi sui propri processi in una fase di crisi che in una fase di successo. Eppure è proprio nel successo che si creano le condizioni per la crisi successiva, se si smette di interrogarsi.

L’arte del timing strategico: l’importanza del Last Responsible Moment (LRM) nell’impresa resiliente

Nel panorama della gestione organizzativa moderna, l’ossessione per la velocità ha spesso oscurato la qualità del processo decisionale. Tuttavia, nel quadro del Kanban Maturity Model (KMM), la vera agilità non risiede nel decidere il più velocemente possibile, ma nel decidere al momento giusto. Il concetto di Last Responsible Moment (LRM) emerge non come una forma di procrastinazione, ma come una scelta strategica di gestione del rischio economico.

In un contesto caratterizzato da incertezza e complessità, decidere troppo presto è un errore pari a quello di decidere troppo tardi: impegna risorse preziose su basi informative incomplete, precludendo la possibilità di adattarsi a nuovi dati. L’LRM invece rappresenta il punto immediatamente precedente alla perdita di fattibilità di un’opzione. Comprendere l’LRM è il primo passo per evolvere da una cultura dell’urgenza reattiva a una gestione proattiva del flusso, dove il tempo è una variabile economica controllata e non un nemico da rincorrere.

La logica del differimento: perché “aspettare” è un vantaggio competitivo

Il differimento dell’impegno (deferred commitment) è una delle pratiche più controintuitive dell’enterprise agility. Permettere a un elemento di lavoro di rimanere nello stato di opzione il più a lungo possibile riduce drasticamente l’impatto della failure demand, ovvero il lavoro abortito e i rifacimenti (rework). Da un punto di vista del senior management, differire l’impegno significa mantenere maggiore liquidità del sistema – capacità produttiva non ancora congelata in scommesse premature, e quindi disponibile per essere allocata quando le informazioni sono più complete.

I tre benefici strategici del differimento dell’impegno sono:

  • Acquisizione di conoscenza: più a lungo si attende, più informazioni si raccolgono su mercato, tecnologie ed esigenze reali dei clienti.
  • Riduzione dell’incertezza: il tempo permette di dissipare l’incertezza decisionale, trasformando intuizioni rischiose in decisioni basate su evidenze.
  • Aumento del tasso di scarto delle opzioni non valide: un sistema che differisce l’impegno seleziona solo le opzioni che sopravvivono all’evoluzione del contesto, eliminando lo spreco alla radice.
Fonte Kanban University – dettaglio del poster Triage Tables

Anatomia matematica del Last Responsible Moment e del rischio temporale

L’LRM non è un’intuizione soggettiva, ma un calcolo basato sulla distribuzione statistica dei tempi di completamento (Lead Time). In un sistema evoluto, la determinazione del momento in cui iniziare un lavoro dipende dalla data di consegna desiderata (Desired Delivery Date – DDD) e dalla probabilità di completamento entro quella data.

Operativamente, l’LRM è definito come il 50° percentile del Lead Time calcolato a ritroso rispetto alla DDD. Iniziare un lavoro esattamente al LRM significa che, in base alla distribuzione storica dei tempi di consegna (Lead Time), c’è solo una possibilità su due (50%) di consegnare entro la data desiderata (DDD). Per le organizzazioni a ML2/ML3, questo rappresenta il punto di equilibrio tra rischio di consegna tardiva e costo del ritardo.

ConcettoDefinizione operativaImplicazione economica
Last Responsible MomentDecisione consapevole basata sul 50° percentile della distribuzione del Lead Time.Rischio gestito: equilibrio tra informazione acquisita, Cost of Delay e probabilità di consegna puntuale.
Irresponsibly LateDecisione presa oltre la finestra di confidenza statistica.Scommessa probabilistica: l’organizzazione subisce le conseguenze di un eventuale fallimento invece di gestire il rischio.

Un pilastro tecnico fondamentale è l’Urgenza, definita come la derivata (pendenza) della funzione Probable Cost of Delay in Starting (PCoDS). Senza entrare in tecnicismi matematici, la PCoDS è una curva che indica il rischio economico immediato derivante dal non iniziare un lavoro in una data specifica.

Il Last Responsible Moment e la disciplina del triage: ora, dopo, mai

L’integrazione dell’LRM trasforma il Replenishment Meeting in un processo di triage rigoroso. Basandoci sulla valutazione delle opzioni reali, comprendiamo che queste hanno valore e hanno una scadenza; pertanto, non si deve mai decidere in anticipo senza un motivo esplicito.

Il triage categorizza il lavoro in tre direzioni:

  1. Ora: elementi che hanno raggiunto il proprio LRM e devono essere messi in lavorazione per onorare la promessa di consegna.
  2. Dopo: opzioni che non hanno ancora raggiunto l’LRM e restano in attesa perché si possa acquisire ulteriore conoscenza relativa alla loro lavorazione.
  3. Mai: opzioni scartate perché superate da nuove informazioni.

Questa logica di triage è applicabile esclusivamente a opzioni per le quali i dati storici sono significativi. Se il valore dell’opzione è incerto o imprevedibile l’LRM perde di efficacia e l’elemento deve essere gestito tramite allocazione di capacità dedicata come classe Intangible.

Il compromesso strategico: Classi di Servizio e Costo del Ritardo

Differire l’impegno fino all’LRM comporta un trade-off. Se si attende troppo vicino al limite, il sistema viene caricato di rischi temporali che possono richiedere classi di servizio costose per garantire la consegna.

Le quattro classi di servizio canoniche riflettono la sensibilità al tempo e alla PCoDS:

  1. Expedite: per elementi con urgenza critica e pendenza della PCoDS altissima. Richiedono un intervento immediato, spesso violando i limiti al lavoro in corso (WIP).
  2. Fixed Date: elementi con data di consegna fissa e costo elevato per il superamento della scadenza. Richiedono impegno vicino all’LRM con priorità di pianificazione alta.
  3. Standard: il cuore del sistema, gestito solitamente tramite logica FIFO (First-In, First-Out) per garantire massima prevedibilità e stabilità del Lead Time.
  4. Intangible: elementi con basso costo del ritardo immediato ma alto valore a lungo termine. Fungono da protezione rispetto al rischio strategico: la loro presenza nel sistema crea lo spazio necessario per assorbire le richieste Expedite senza destabilizzare il flusso.

Evoluzione organizzativa: dal caos alla resilienza

La padronanza dell’LRM evolve man mano che le organizzazioni si strutturano:

  • ML2 (Customer Awareness): le decisioni sono spesso emotive o reattive. Il Flow Manager inizia a raccogliere dati, ma la mancanza di stabilità rende il calcolo dell’LRM ancora approssimativo.
  • ML3 (Fit-for-Purpose): emergono i ruoli chiave. Il Service Request Manager (SRM) diventa il custode delle opzioni e dell’LRM, mentre il Service Delivery Manager (SDM) garantisce la stabilità della capacità del sistema. Il triage diventa sistematico.
  • ML4 (Risk-Hedged): l’LRM non è più una stima generale al 50° percentile, ma un calcolo specifico per ogni elemento di lavoro ad alto valore, basato su simulazioni Monte Carlo e profili PCoDS personalizzati.

Conclusione: il Last Responsible Moment come pilastro della prosperità aziendale

Il Last Responsible Moment non è un tecnicismo, ma il fondamento della resilienza strategica. La sua applicazione sposta l’attenzione dalla mera efficienza delle risorse (tenere le persone occupate) alla efficienza di flusso e alla resilienza economica.

Il traguardo finale di questa disciplina è l’allineamento tra identità aziendale, strategia (perché/cosa) e decisioni operative quotidiane (come/chi). Quando un’organizzazione sa perché decide e quando è il momento di farlo, smette di subire il mercato e inizia a guidarlo.

La leadership dell’organizzazione deve investire nella raccolta rigorosa dei dati sui Lead Time e nella modellizzazione dei costi del ritardo. Solo trasformando l’LRM da concetto astratto a strumento guidato dai dati, l’organizzazione potrà prosperare a lungo termine in un mondo volatile.

Cicli di Feedback: il sistema nervoso dell’agilità organizzativa

Un’altra domanda che mi è stata fatta durante la presentazione del mio libro riguardava i Cicli di Feedback, che nel libro descrivo come vera catena di trazione di un sistema Kanban. Vale la pena approfondire questo tema e nel farlo affidarsi a una analisi fatta da Andreas Bartel, che ha dato un significativo contributo alla definizione e rappresentazione delle cadenze Kanban così come le conosciamo oggi nel Kanban Maturity Model (KMM). Ho tratto i concetti di questo articolo da un intervista fatta allo stesso Bartel nel 2023, ho indicato il link al video originale nelle Fonti.

Immaginate di fare trekking tra le vette delle Alpi. Per raggiungere la meta in un ambiente così dinamico, non basta la forza muscolare; serve un dialogo costante tra voi, la mappa e la bussola. Questo rapporto è un sistema chiuso di retroazione: la bussola fornisce una direzione, voi agite camminando e il mutamento della vostra posizione offre nuovi dati allo strumento. Nel management moderno, questo fenomeno prende il nome di Ciclo di Feedback. Sebbene le aziende ne siano immerse, questi cicli sono spesso invisibili o, peggio, ignorati. Eppure, comprendere la meccanica dei cicli di feedback non è un mero esercizio accademico: è l’essenza stessa della navigazione in condizioni di incertezza, il confine sottile tra un’organizzazione che evolve e una che declina senza nemmeno rendersene conto.

I Cicli di Feedback sono fenomeni naturali, non invenzioni umane

Un ciclo di feedback è una relazione bidirezionale intrinseca: l’output di una parte diventa l’input dell’altra, creando una circolarità continua. È fondamentale liberarsi dell’idea che i cicli di feedback siano “processi burocratici” o semplici riunioni istituite dal management. Essi esistono in natura – regolano il clima e le popolazioni animali – e proliferano spontaneamente in ogni azienda sotto forma di network organizzativi informali o sistemi di retroazione ombra. Le conversazioni non strutturate davanti alla macchinetta del caffè sono cicli di feedback tanto quanto i report finanziari.

I cicli di feedback sono agnostici rispetto a qualsiasi cosa l’uomo possa inventare o introdurre in un’organizzazione, perché esistono comunque. Riconoscere questa natura spontanea e non governabile dei feedback è il primo passo per smettere di subirli e iniziare a gestirli consapevolmente.

La polarità del successo: perché il feedback negativo può salvarci

In teoria dei sistemi, i cicli di feedback non sono tutti uguali; possiedono polarità distinte che determinano il comportamento dell’organizzazione:

  • Ciclo di Feedback positivo (rinforzante): amplifica la direzione attuale. Pensate all’interesse composto: più capitale genera più interessi, che aumentano il capitale. È il motore della crescita, ma se non regolato, può condurre all’esplosione o al collasso del sistema.
  • Ciclo di Feedback negativo (bilanciante): funziona come un meccanismo di stabilizzazione. In natura, è il rapporto preda-predatore (ghepardo-gazzella): l’aumento dei predatori riduce le prede, il che alla fine riduce i predatori, riportando il sistema in equilibrio.

L’intuizione paradossale per un leader è che, mentre il business insegue ossessivamente il “positivo”, è la capacità di innescare cicli negativi a garantire la stabilità e la sopravvivenza a lungo termine, impedendo al sistema di andare fuori giri.

L’errore fatale di Kodak e la metafora delle neuroscienze

Perché aziende leader falliscono nonostante vedano arrivare il cambiamento? Bartel introduce una potente analogia tratta dalle neuroscienze. Un ciclo di feedback interrotto (broken feedback loop) agisce come una patologia delle aree motorie: il cervello percepisce l’ambiente, ma il circuito neurale verso i muscoli è danneggiato. L’individuo vuole afferrare un oggetto, ma non riesce a coordinare il movimento.

Il caso Kodak è l’esempio clinico di un’organizzazione con i “circuiti motori” distrutti. L’azienda aveva percepito il segnale della fotografia digitale, ma non è riuscita a tradurre il segnale in azione, continuando a rinforzare gli investimenti nelle vecchie competenze analogiche. Il fattore critico, però, non è tecnico: è umano. I decisori possono percepire chiaramente i segnali del mercato e tuttavia scegliere di non agire, o di agire nella direzione sbagliata. L’inerzia non è ignoranza: è spesso il risultato di pressioni politiche interne, di identità aziendali consolidate, di incentivi che premiano la continuità piuttosto che il cambiamento. In Kodak, il circuito percettivo funzionava; era il passaggio dal segnale all’azione ad essere bloccato da decenni di successo.

La vera agilità è la gestione della polarità

Per un esperto di business agility, un’organizzazione eccellente non è quella che cresce linearmente, ma quella capace di cambiare polarità in modo fluido.

La vera agilità consiste nella capacità sistemica di accendere o spegnere i cicli positivi e negativi. Se il mercato cambia, bisogna avere il coraggio di attivare un ciclo negativo per “smorzare” e disinvestire in settori storici, liberando capacità per costruire nuove competenze. Molte aziende restano vittime di un ciclo negativo disfunzionale che protegge lo status quo: ogni tentativo di cambiamento viene “rimbalzato” dal sistema, che torna pigramente al punto di partenza. L’agilità è, in ultima analisi, il potere di decidere quale ciclo alimentare e quale interrompere, prima che sia il sistema a decidere per noi.

Riunioni vs. Cadenze: riprendere il controllo del sistema

È vitale distinguere il ciclo di feedback (il fenomeno naturale) dalla Cadenza (lo strumento di controllo). Se i cicli di feedback avvengono ovunque, la cadenza è il ritmo regolare che rende questi cicli espliciti e governabili. In ambito Kanban, abbiamo otto cadenze, delle quali tre essenziali:

  1. Replenishment Meeting: il momento della selezione strategica. Si decide cosa iniziare, prendendo in carico il lavoro in base alle reali priorità degli stakeholder.
  2. Kanban Meeting: una cadenza operativa che agisce come regolatore del flusso di lavoro. Non è un semplice aggiornamento, ma una prospettiva operativa per gestire la pipeline e assicurare la fluidità della consegna.
  3. Service Delivery / Flow Review: un momento di riflessione profonda sulla qualità e l’efficacia del sistema. La frequenza di questa cadenza dipende dal livello di maturità dell’organizzazione e dalla velocità con cui il sistema necessita di apprendere dai propri errori.

Una questione di adattamento evolutivo

La storia economica dimostra che il successo non è legato alla forza, ma alla qualità dei cicli di feedback. Le organizzazioni che prosperano sono quelle che hanno trasformato il feedback in un meccanismo evolutivo: percepiscono il cambiamento, regolano i meccanismi interni e rispondono con senso. Non è solo efficienza, è adattamento biologico applicato al business.

Il contraltare di Kodak esiste, ed è istruttivo proprio perché non racconta una trasformazione semplice. Fujifilm percepì lo stesso identico segnale – la fotografia digitale avrebbe reso obsoleta la pellicola – e scelse di cambiare polarità. Non abbandonò il passato, ma lo usò come piattaforma: le competenze in chimica delle emulsioni fotografiche vennero reindirizzate verso cosmetici, materiali ottici e farmaceutica. Fujifilm non sopravvisse nonostante i suoi successi; li usò come punto di partenza per diventare qualcos’altro.

La tua organizzazione ha il coraggio di cambiare polarità e andare oltre i successi del passato, o sta aspettando che sia il mercato a scegliere per lei?

Fonti

  1. David J. Anderson, Teodora Bozheva, Kanban Maturity Model: A Map to Organizational Agility, Resilience, and Reinvention – 2nd Edition, Kanban University Press, 2021
  2. Andreas Bartel, Understanding Feedback Loops. KMM Plus Talks to Andreas Bartel: full interview, canale YouTube Kanban+ di Kanban University, 2023

Dal vittimismo al sogno: come si accende una leadership vera

Durante la presentazione del mio libro, mi è stato chiesto: Come si porta un team dal “non è colpa mia” al “me ne faccio carico”?

È una domanda che mi sono posto anche nel 2010. Avevo un gruppo di persone capaci, ma bloccate. Il mercato era difficile, le risorse scarse, e in quelle condizioni è facile scivolare nella narrativa della vittima: il sistema non funziona, i piani alti non capiscono, il budget non c’è. Non era pigrizia. Era qualcosa di più sottile: una progressiva abdicazione della responsabilità, fatta di piccoli passi, quasi invisibile.

In quel periodo seguivo Mourinho – lo seguivo da prima che arrivasse all’Inter, perché avevo visto e letto qualcosa di suo e, a prescindere da certi suoi atteggiamenti e dal tifo calcistico, mi ero accorto che quell’uomo aveva qualcosa da dire sulla motivazione, sulla gestione della pressione, sulla capacità di far credere le persone in qualcosa di grande. Nel 2010, alla vigilia della semifinale di Champions League contro il Barcellona, disse una cosa che mi rimase impressa: “Noi vogliamo andare dietro al nostro sogno, per loro la finale è un’ossessione – e la differenza è molto grande.”

Quella distinzione – sogno contro ossessione – mi diede una chiave pratica. L’ossessione genera paura del fallimento, blocca il talento, trasforma ogni ostacolo in una conferma che le cose non possono andare bene. Il sogno libera energia, permette di farsi carico di fatiche che altrimenti sembrerebbero insensate. Trassi ispirazione da quella frase per motivare i miei ragazzi. Non come slogan, ma come specchio: state inseguendo un sogno o state cercando di sopravvivere a un’ossessione? Qualcosa si mosse. Anni dopo avrei scoperto che il metodo Kanban descrive esattamente questo approccio: per far evolvere un’organizzazione, il leader si comporta come un allenatore sportivo.

Frankl e il carburante del coraggio

Ma perché funziona? La risposta più profonda non me la ha data il calcio. Me la ha data Viktor Frankl.

Frankl era uno psichiatra viennese. Sopravvisse ad Auschwitz, e da quella esperienza – che non ha paragoni possibili con nessuna difficoltà aziendale, sia chiaro – trasse un’osservazione radicale sulla natura umana: anche privato di tutto, anche ridotto ai minimi termini, un essere umano che riesce a darsi un senso trova la forza di resistere. Chi non lo trova, si sgretola. Non per debolezza morale, ma perché il senso è una necessità costitutiva dell’essere umano, non un lusso. Per riassumere questo concetto Frankl citava spesso Nietzsche:

“Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come.”

Ma Frankl va oltre la resilienza. Propone quella che chiama una rivoluzione copernicana del senso: non dobbiamo chiederci cosa ci aspettiamo dalla vita, ma capire che è la vita a interrogarci.

“Vivere significa rispondere alle domande che la vita ci pone, assumendoci la responsabilità di ogni istante.”

Vivere – e lavorare – non è attendere che le condizioni migliorino. È rispondere, agire, farsi carico.

Ed è qui che senso e coraggio si intrecciano. Senza senso, il costo del coraggio è troppo alto: ci si espone, si rischia, ci si fa carico di qualcosa che potrebbe andare male, e se non si sa perché, a un certo punto ci si ferma. Il senso non è una consolazione, è il carburante del coraggio.

La promessa onesta

Tutto questo ha conseguenze molto concrete su come si gestiscono le persone.

Quando in un’azienda con cui collaboravo anni dopo abbiamo assunto una persona per un ruolo di responsabilità, le condizioni oggettive non erano un argomento di vendita. L’azienda non era strutturata. La retribuzione era bassa. Potevo raccontarle una favola. Non l’ho fatto. Le ho detto con tutta la sincerità che riuscivo a trovare: “Non ti prometto un lavoro facile. Ti prometto anni entusiasmanti a costruire qualcosa che oggi non esiste.” Lei ha scelto quella proposta e quella scelta era un atto di coraggio, non di ingenuità. Il coraggio di chi ha trovato un senso abbastanza solido da giustificare il rischio. Oggi, quando attraversa un momento di sconforto, a volte è utile ricordare insieme quella conversazione. Non come retorica motivazionale, ma come riaggancio al senso originario.

La leadership diffusa nel metodo Kanban

Tutto questo ha un nome preciso nel metodo Kanban: “incoraggia atti di leadership a tutti i livelli.”

Non è un invito a ignorare la gerarchia. È il riconoscimento che la leadership – nel senso di iniziativa, responsabilità, cura del sistema – non può essere monopolio di chi ha un titolo o un ruolo di responsabilità. Un designer che propone un’interfaccia più semplice senza che nessuno glielo abbia chiesto, uno sviluppatore junior che blocca un rilascio perché ha visto un problema che mina la fiducia dell’utente, un team che rifiuta un compito perché non è coerente con lo scopo dichiarato: questi sono atti di leadership diffusa.

Ma attenzione: questo senso non può essere imposto dall’alto. Un purpose scritto dal CEO e affisso in sala riunioni non accende nulla. Il senso che dà coraggio è quello che il team costruisce insieme, attraverso la conversazione, il confronto, la partecipazione alle decisioni. È per questo che Kanban insiste sulla collaborazione e sul rispetto delle persone come condizioni strutturali, non come valori decorativi.

E quando quel senso è davvero condiviso, i comportamenti cambiano. Il coraggio di esporsi, di dire una cosa scomoda, di assumersi la responsabilità di un’azione non richiesta diventa possibile. Senza senso, il costo dell’iniziativa è troppo alto e le persone, razionalmente, si ritraggono. Nel Kanban Maturity Model, questo salto avviene al Livello 3: l’organizzazione smette di rincorrere l’efficienza per sé stessa e inizia a definire uno scopo che orienta ogni decisione. Il fit-for-purpose non è più un’etichetta tecnica, diventa qualcosa che le persone hanno costruito e interiorizzato insieme, e che dà loro il coraggio di agire.

L’unica metrica che conta

La vera metrica del successo di un leader non è un bilancio, un OKR, un NPS.

È quello che succede anni dopo. Alcuni di quei ragazzi con cui lavoravo allora hanno preso strade imprenditoriali. Parlando con loro di recente, ho capito – e uno me l’ha detto esplicitamente – che stanno ancora inseguendo quel sogno. L’azienda è cambiata, il contesto è cambiato, tutto è cambiato. Ma il germe è rimasto.

Se fossi il Faust di Goethe, direi: “attimo, fermati, sei bello!”.

Non perché sia un risultato mio, non lo è. Ma perché significa che il senso che avevamo trovato insieme era reale, abbastanza reale da durare oltre le circostanze che lo avevano generato. E questo, per me, è l’unica eredità che vale la pena costruire.

Le quattro dimensioni della leadership in Kanban: il catalizzatore del cambiamento evolutivo

Nel contesto del Kanban Maturity Model (KMM), la leadership non è una posizione gerarchica, ma l’energia cinetica necessaria per superare l’inerzia e la resistenza naturale al cambiamento. A differenza dei modelli prescrittivi, che impongono strutture rigide rischiando il rigetto organizzativo, il modello evolutivo di Kanban utilizza la leadership come motore per passare dal caos (ML0) all’antifragilità (ML6).

Il ruolo del leader è paragonabile a quello di un allenatore sportivo: egli conosce il manuale di gioco e applica intenzionalmente un livello di stress positivo per provocare una reazione antifragile nel sistema. L’obiettivo è stimolare il miglioramento senza mai superare il punto di rottura che causerebbe una regressione organizzativa. Questa leadership trasforma lo stress in un catalizzatore evolutivo, guidando l’azienda verso la maturità attraverso quattro dimensioni critiche.

Dimensione 1: gli Atti di Leadership

Gli Atti di Leadership sono la scintilla che rompe l’inerzia ai primi stadi della maturità. Non si tratta di direttive burocratiche, ma di gesti che dimostrano i valori Kanban – trasparenza, equilibrio, rispetto – prima ancora che le pratiche siano consolidate.

Capitale sociale e status

Un principio cardine del KMM è che la leadership deve emergere a tutti i livelli. Quando un individuo compie un atto di leadership assumendosi un rischio che altri non prenderebbero, egli acquisisce status sociale e accumula capitale sociale. Questo prestigio guadagnato sul campo è essenziale per catalizzare l’azione collettiva.

  • Leadership per ispirazione: fornire uno scopo superiore che trascenda le frizioni quotidiane.
  • Leadership per esempio: manifestare coerenza tra parole e azioni (es. rispettare i limiti WIP anche sotto pressione).
  • Leadership per direzione: fornire chiarezza decisionale nei momenti di ambiguità sistemica.

L’impatto: chi si assume un rischio che gli altri evitano guadagna rispetto, e con esso la capacità di muovere il gruppo. Senza atti di leadership, le pratiche rimangono gusci vuoti; con essi, il sistema inizia a muoversi verso la collaborazione.

Dimensione 2: empatia e rispetto (dignità e psicologia sociale)

Un equivoco frequente confonde la leadership con la simpatia: il leader che ammorbidisce i toni, evita i conflitti, cerca il consenso. In Kanban, questa non è empatia, è compiacenza. La vera empatia riconosce il bisogno dell’altro senza rinunciare alla chiarezza. Questo concetto è strettamente legato al thymos, il bisogno umano primordiale di riconoscimento e dignità.

Dallo psicoterapeuta dilettante all’allenatore sportivo

Molti coach cadono nella trappola di comportarsi da psicoterapeuta dilettante, cercando di curare la psiche individuale o l’autoconsapevolezza dei singoli. Nel KMM, l’empatia è ortogonale all’autoconsapevolezza individuale. Non è necessario che un lavoratore conosca perfettamente se stesso per sapere se conduce una vita professionale dignitosa.

  • Focus sulla sociologia: il leader agisce sul gruppo e sulle dinamiche di sistema, non sulla psicoterapia individuale.
  • Rispetto come virtù: il rispetto non è mera cortesia o educazione; è il riconoscimento del valore generato attraverso l’assunzione virtuosa dei ruoli.

L’impatto: definire ruoli chiari e responsabilità non è un atto burocratico, ma un profondo gesto di empatia. Ridurre il sovraccarico (muri) e l’ansia derivante dall’ambiguità è il modo reale in cui la leadership restaura la dignità professionale, aumentando l’autostima collettiva del team.

Dimensione 3: scopo e unità di intenti

Al raggiungimento di ML3, la leadership deve costruire l’unità attraverso un orientamento al servizio. Lo scopo (Purpose) funge da collante sociale per abbattere le barriere dipartimentali e allineare l’intera catena del valore verso la Fitness-for-Purpose per il cliente.

Ruoli critici e congruenza

L’unità di intenti si manifesta attraverso ruoli specializzati che gestiscono il rischio lungo il flusso di lavoro:

  • Service Request Manager (SRM): agisce come Risk Manager per le attività di upstream. È il custode della Definition of Ready, assicurando che solo opzioni di valore e ben comprese vengano prese in carico.
  • Service Delivery Manager (SDM): garantisce che il servizio sia erogato secondo le aspettative, gestendo il flusso downstream e facilitando il miglioramento continuo.

L’impatto: l’unità di intenti è possibile solo se esiste congruenza tra decisioni strategiche e capacità operativa. Se la strategia aziendale ignora la realtà visualizzata dal sistema Kanban, il leader agisce senza congruenza. L’unità nasce quando i processi consistenti sostituiscono gli “eroi” e la strategia riflette fedelmente ciò che il sistema può effettivamente produrre.

Dimensione 4: equilibrio e giustizia quantitativa

Verso il ML4, la leadership compie il passaggio verso la gestione analitica. L’equità non è più un’intuizione emotiva, ma una giustizia quantitativa basata su modelli probabilistici.

Mediocristan vs. Extremistan

Una distinzione fondamentale riguarda la natura del rischio:

  • Mediocristan: è il mondo della statistica tradizionale (distribuzione gaussiana), gli eventi variano attorno a una media e i casi estremi sono rari e non influenzano significativamente il totale. Qui, la priorità è gestita tramite Triage e Classi di Servizio standard.
  • Extremistan: è il mondo dell’innovazione radicale, della ricerca, del cinema o dell’editoria. Qui la media è priva di significato perché un singolo evento poco probabile – un cigno nero – può dominare l’intera distribuzione. Il leader non può gestire questo dominio con il semplice Triage: deve riservare capacità dedicata alla classe di servizio Intangible, garantendo all’innovazione uno spazio protetto dalle pressioni urgenti del Mediocristan.

Il Two-Phase Commit: fiducia e aspettative

Il leader utilizza il Two-Phase Commit per gestire le promesse. Si tratta di separare due momenti distinti: l’impegno a prendere in carico il lavoro, e la promessa di una data di consegna. Il primo può essere dato subito; il secondo solo quando i dati lo supportano. Questo approccio, basato sull’onestà intellettuale e sui dati di lead time storici, protegge l’organizzazione da stress inutili e sorprese economiche.

L’impatto: l’uso di previsioni probabilistiche invece di stime deterministiche (spesso inaffidabili) costruisce un rapporto di fiducia con gli stakeholder. La leadership quantitativa trasforma l’organizzazione in un partner affidabile che decide sulla base di evidenze matematiche, garantendo stabilità economica e operativa.

Sintesi dei ruoli di leadership

L’evoluzione dei ruoli attraverso i livelli di maturità riflette il passaggio dalla gestione dei compiti alla gestione del rischio e del sistema.

Livello di maturitàRuolo di leadershipFocus principaleCompetenza chiave richiesta
ML2 (emergente)Flow ManagerSollievo dal sovraccarico locale e efficienza del flusso.Facilitazione dei meeting e raccolta dati di base.
ML3 (consolidata)Service Delivery Manager/Service Request ManagerValore del servizio e Fitness-for-Purpose.Gestione della presa in carico e negoziazione dei livelli di servizio.
ML4 (ottimizzata)Risk/Operations ManagerGiustizia quantitativa e bilanciamento del rischio economico.Valutazione del rischio e previsioni probabilistiche (Monte Carlo).
ML5 (eccellente)Service Delivery Director/Product ExecutiveRicerca della perfezione e ottimizzazione dell’efficienza economica tramite guadagni marginaliSperimentazione guidata da ipotesi scientifiche e gestione di domini ad alto rischio (Extremistan)
ML6 (antifragile)Senior ExecutiveSopravvivenza a lungo termine, congruenza strategica e reinvenzione dell’identità aziendaleDouble-loop learning (mettere in discussione il “chi” e il “perché”) e sviluppo della cultura per l’antifragilità

Conclusione: verso una leadership antifragile

Cosa significa in pratica reinventare l’identità aziendale sotto pressione? L’esempio di Fujifilm e Kodak lo rende concreto. Entrambe le aziende hanno visto la stessa disruption: la fotografia digitale che rendeva obsoleto il loro core business. Kodak ha risposto difendendo il modello esistente, incapace di mettere in discussione non solo i propri processi, ma il proprio “perché”. Fujifilm ha fatto qualcosa di più radicale: ha applicato il double-loop learning al livello più profondo, chiedendosi non solo “come miglioriamo la pellicola” ma “chi siamo davvero”. La risposta – un’azienda chimica con competenze avanzate in materiali e trattamenti molecolari – ha aperto la strada a mercati completamente nuovi nel settore cosmetico e farmaceutico. La congruenza tra strategia e capacità reale, che nei livelli precedenti si costruisce pazientemente sul flusso di lavoro quotidiano, a ML6 diventa la bussola per reinventare l’intera identità dell’organizzazione.

A questo punto il ruolo dell’allenatore si trasforma. Nei livelli iniziali calibrava lo stress positivo per non superare il punto di rottura, accompagnando il sistema verso pratiche stabili e flusso prevedibile. A ML6 il leader guida un’organizzazione che è diventata capace di dare il meglio di sé sotto pressione. Come certe squadre di calcio che, rimaste in dieci, riorganizzano il gioco e finiscono per vincere proprio perché la riduzione di risorse ha attivato risorse latenti – coesione, intelligenza tattica collettiva, lettura condivisa del campo – l’organizzazione antifragile non gestisce l’imprevisto, lo utilizza come leva per uscirne più forte di prima. È questo il risultato di una leadership che ha costruito, nel tempo, la capacità di trasformare ogni vincolo in vantaggio competitivo.