Conquistare intero e intatto: Sun Tzu e il conflitto nelle organizzazioni

Tutti citano Sun Tzu per la sua saggezza strategica. Si prende L’arte della guerra, la si applica al business, e si finisce per parlare di “battaglie di mercato”, “nemici da sconfiggere”, “campagne” da vincere. È una lettura legittima, ma superficiale. Perché il trattato di guerra più famoso della storia, composto in Cina tre secoli prima di Cristo, ha nel suo cuore un messaggio sorprendente: la non-aggressione.

“La miglior battaglia è quella che vinciamo senza combattere.” Non è un aforisma decorativo da mettere in fondo a una slide. È la tesi centrale del libro. Sun Tzu non si limita a dare precetti per sconfiggere i nemici sul campo, ci insegna a gestire i conflitti in modo profondo e non distruttivo. E questa, a ben vedere, è la cosa più utile che possiamo portarci in azienda.

Il conflitto è dentro il sistema, non fuori

In un articolo precedente, parlando di variabilità stagionale, ho sostenuto un concetto semplice: il picco di lavoro prevedibile non è un’emergenza da affrontare a colpi di straordinari, è una condizione da conoscere. Chi tratta l’onda annuale come un nemico improvviso ha già perso, perché sta combattendo qualcosa che poteva leggere con mesi di anticipo nei propri dati.

Il conflitto organizzativo funziona allo stesso modo. La tentazione, quando in un’azienda due reparti si scontrano, quando le priorità entrano in collisione, quando un team non consegna e un altro si lamenta, è individuare il colpevole. La persona difficile. Il manager che non capisce. Il reparto che rema contro. E poi combatterlo.

Il conflitto, si legge nell’introduzione alla mia edizione di Sun Tzu, è una componente integrante della vita umana, si trova dentro di noi e intorno a noi. Non possiamo soffocarlo, ignorarlo, negargli l’esistenza. Possiamo solo imparare a gestirlo. E, aggiungo io, in un’organizzazione il conflitto tra le persone è quasi sempre il sintomo di un sistema mal disegnato: lavoro in corso senza limiti, nessuna cadenza condivisa, dipendenze invisibili, priorità che cambiano ogni settimana. Combattere le persone significa accanirsi sul sintomo. Ridisegnare il sistema significa rimuovere la causa.

Conoscere se stessi e l’altro

In Sun Tzu c’è un passaggio che torna come un ritornello. Se conosco le mie truppe ma non il nemico, le mie possibilità di vittoria sono dimezzate. Se conosco il nemico ma non le mie truppe, le mie possibilità di vittoria sono sempre dimezzate. Se conosco entrambi ma non le condizioni del terreno, le mie possibilità di vittoria sono di nuovo dimezzate. La conoscenza completa – di sé, dell’altro, del contesto – è ciò che separa la vittoria dalla sconfitta.

Mi capita spesso che mi dicano che sono stato fortunato. Fortunato a poter fare certe cose in azienda, a incontrare certi responsabili che mi hanno lasciato spazio. E rispondo sempre la stessa cosa: sì, è vero, sono stato fortunato. Ma ho anche fatto del mio meglio per conquistarli a fare cose di cui non erano necessariamente convinti, anzi, certe volte all’inizio erano contrari.

Convincere il proprio responsabile è la situazione che chiunque lavori in un’organizzazione ha vissuto mille volte. È anche il caso in cui la lezione di Sun Tzu si vede meglio, perché chi vuole convincere il proprio responsabile non ha l’autorità formale per imporre nulla. Proprio per questo deve conoscere l’altro davvero – le sue preoccupazioni, i suoi vincoli, ciò che lo muove, il momento giusto per parlargliene – invece di affidarsi a una forza che non possiede. La conoscenza dell’altro e del contesto, qui, è tutto.

Credo nelle persone, e credo che diano il meglio quando perseguono un sogno. In un altro articolo ho parlato di come il senso, lo diceva Viktor Frankl, non sia un lusso ma una necessità costitutiva dell’essere umano, e di come l’ossessione paralizzi mentre il sogno liberi. Conquistare un responsabile inizialmente contrario, per me, ha sempre voluto dire questo: costruire insieme a lui un senso abbastanza solido da rendere il sogno suo, non più solo mio. E a volte un sogno che nemmeno io credevo di avere.

Perché qui, se mi permettete, vado un po’ più in là di Sun Tzu. Nel Sun Tzu il generale conquista l’altro intero e intatto, ma resta sé stesso. Nella mia esperienza non funziona così. Conquistando le persone mi faccio conquistare anch’io. Cambio anch’io. E ciò che ne viene fuori non è la mia vittoria né la loro: è una vittoria che abbiamo costruito insieme, diversa da quella che ciascuno aveva in mente all’inizio. È ciò che al Faust di Goethe, davanti a un attimo finalmente pieno di valore, fa dire “fermati, sei bello”. Quell’attimo non si impone, e non lo possiede nessuno. Si crea insieme.

Conquistare intero e intatto

Qui sta il concetto che dà il titolo a questo articolo, ed è lo spunto più profondo che trovo in Sun Tzu: prendere il nemico “intero e intatto”, perché danneggiarlo o distruggerlo non è altrettanto buono. Significa vincere preservando sia le proprie risorse sia quelle dell’avversario. Una vittoria che lascia intatto ciò su cui si potrà costruire.

Non è una posizione altruistica. È pura efficacia. La distruzione lascia devastazione non solo per gli sconfitti, ma anche per i vincitori, che dovranno imporre a lungo la loro “pace”. Il responsabile che sbugiardi in riunione, il collega che metti in difficoltà davanti agli altri, il reparto che umili come “sconfitto” non scompaiono. Diventano nemici in attesa della rivincita. L’alleato conquistato intero resta un alleato. Il nemico sottomesso aspetta invece solo l’occasione per sabotarti. Non è un caso che il cambiamento più solido nelle organizzazioni sia quello evolutivo, che parte da ciò che già si fa: proprio perché non minaccia l’identità delle persone, non trasforma nessuno in avversario o peggio in nemico.

E c’è di più. Rifiutare in partenza la logica vittoria/sconfitta non è solo più nobile, è più intelligente. Chi entra in una discussione pensando “devo vincere io” ha già rinchiuso la propria mente. Si è reso prevedibile, ha smesso di vedere le possibilità, ha trasformato l’altro nel proprio opposto. Vedere il conflitto come “o vinco o perdo” cattura le nostre percezioni dentro un mondo ristretto e ci impedisce di accedere a una conoscenza più ampia.

Il ponte con il flusso

C’è una ragione per cui tutto questo mi parla così da vicino, ed è il lavoro che faccio ogni giorno. Un sistema Kanban ben disegnato non impone: rende visibile. Non costringe il management a limitare il lavoro in corso per decreto. Rende evidente, con i dati, il costo del troppo lavoro contemporaneo – i tempi di consegna che si allungano, le code che crescono, il flusso che si ingolfa – finché limitarlo diventa una decisione ovvia. Condivisa. Loro.

Il management che adotta un limite al WIP perché l’ha capito guardando i propri numeri è un alleato conquistato intero e intatto. Ha cambiato idea da sé, e quella decisione regge nel tempo perché è sua. Il management a cui quel limite viene imposto dall’esterno torna alle vecchie abitudini appena ci si volta. È la stessa dinamica del responsabile da convincere, del generale che preferisce la vittoria senza battaglia. Non si vince contro le persone. Si creano le condizioni perché le persone vincano con te, e tu con loro.

Lo stesso Kanban Maturity Model, per descrivere come si guida il cambiamento senza scatenare resistenza, cita Bruce Lee: “be like water”. Invece di sfondare frontalmente la roccia della resistenza – che è quasi sempre resistenza dell’identità di qualcuno, la paura di non essere più ciò che si era – conviene girarci intorno, lasciare che le pratiche nuove e più efficaci sostituiscano da sole quelle vecchie. È il “conquistare intero e intatto” tradotto in metodo: non si abbatte, si asseconda il terreno.

La saggezza della non-aggressione

Questa visione di Sun Tzu, naturalmente, è un modello. E come tutti i modelli è una rappresentazione semplificata della realtà, non la realtà stessa: guai a prenderlo come una ricetta da applicare meccanicamente a ogni situazione. Ma la saggezza che lo attraversa non è solo una tecnica militare cinese di venticinque secoli fa. È, come dice l’introduzione all’edizione che ho tra le mani, un sapere fondamentale che appartiene all’uomo: la saggezza della non-aggressione.

Non vedere l’altro – il responsabile, il collega, il reparto, persino il mercato – come un nemico da distruggere, ma come qualcuno con cui costruire qualcosa che prima non c’era, è il fondamento di ogni conflitto gestito bene. È, a sorpresa, anche il fondamento di un flusso di lavoro sano. Una saggezza che ha una radice profonda, che dal pensiero cinese di Sun Tzu arriva fino al pensiero giapponese dietro a Toyota e a Kanban. Ma questa è la storia del prossimo articolo.

Bibliografia

  1. David J. Anderson, Teodora Bozheva, Kanban Maturity Model: A Map to Organizational Agility, Resilience, and Reinvention – 2nd Edition, Kanban University Press, 2021
  2. Sun Tzu, L’arte della guerra, a cura del Denma Translation Group, Oscar Mondadori, 2003

Le quattro dimensioni della leadership in Kanban: il catalizzatore del cambiamento evolutivo

Nel contesto del Kanban Maturity Model (KMM), la leadership non è una posizione gerarchica, ma l’energia cinetica necessaria per superare l’inerzia e la resistenza naturale al cambiamento. A differenza dei modelli prescrittivi, che impongono strutture rigide rischiando il rigetto organizzativo, il modello evolutivo di Kanban utilizza la leadership come motore per passare dal caos (ML0) all’antifragilità (ML6).

Il ruolo del leader è paragonabile a quello di un allenatore sportivo: egli conosce il manuale di gioco e applica intenzionalmente un livello di stress positivo per provocare una reazione antifragile nel sistema. L’obiettivo è stimolare il miglioramento senza mai superare il punto di rottura che causerebbe una regressione organizzativa. Questa leadership trasforma lo stress in un catalizzatore evolutivo, guidando l’azienda verso la maturità attraverso quattro dimensioni critiche.

Dimensione 1: gli Atti di Leadership

Gli Atti di Leadership sono la scintilla che rompe l’inerzia ai primi stadi della maturità. Non si tratta di direttive burocratiche, ma di gesti che dimostrano i valori Kanban – trasparenza, equilibrio, rispetto – prima ancora che le pratiche siano consolidate.

Capitale sociale e status

Un principio cardine del KMM è che la leadership deve emergere a tutti i livelli. Quando un individuo compie un atto di leadership assumendosi un rischio che altri non prenderebbero, egli acquisisce status sociale e accumula capitale sociale. Questo prestigio guadagnato sul campo è essenziale per catalizzare l’azione collettiva.

  • Leadership per ispirazione: fornire uno scopo superiore che trascenda le frizioni quotidiane.
  • Leadership per esempio: manifestare coerenza tra parole e azioni (es. rispettare i limiti WIP anche sotto pressione).
  • Leadership per direzione: fornire chiarezza decisionale nei momenti di ambiguità sistemica.

L’impatto: chi si assume un rischio che gli altri evitano guadagna rispetto, e con esso la capacità di muovere il gruppo. Senza atti di leadership, le pratiche rimangono gusci vuoti; con essi, il sistema inizia a muoversi verso la collaborazione.

Dimensione 2: empatia e rispetto (dignità e psicologia sociale)

Un equivoco frequente confonde la leadership con la simpatia: il leader che ammorbidisce i toni, evita i conflitti, cerca il consenso. In Kanban, questa non è empatia, è compiacenza. La vera empatia riconosce il bisogno dell’altro senza rinunciare alla chiarezza. Questo concetto è strettamente legato al thymos, il bisogno umano primordiale di riconoscimento e dignità.

Dallo psicoterapeuta dilettante all’allenatore sportivo

Molti coach cadono nella trappola di comportarsi da psicoterapeuta dilettante, cercando di curare la psiche individuale o l’autoconsapevolezza dei singoli. Nel KMM, l’empatia è ortogonale all’autoconsapevolezza individuale. Non è necessario che un lavoratore conosca perfettamente se stesso per sapere se conduce una vita professionale dignitosa.

  • Focus sulla sociologia: il leader agisce sul gruppo e sulle dinamiche di sistema, non sulla psicoterapia individuale.
  • Rispetto come virtù: il rispetto non è mera cortesia o educazione; è il riconoscimento del valore generato attraverso l’assunzione virtuosa dei ruoli.

L’impatto: definire ruoli chiari e responsabilità non è un atto burocratico, ma un profondo gesto di empatia. Ridurre il sovraccarico (muri) e l’ansia derivante dall’ambiguità è il modo reale in cui la leadership restaura la dignità professionale, aumentando l’autostima collettiva del team.

Dimensione 3: scopo e unità di intenti

Al raggiungimento di ML3, la leadership deve costruire l’unità attraverso un orientamento al servizio. Lo scopo (Purpose) funge da collante sociale per abbattere le barriere dipartimentali e allineare l’intera catena del valore verso la Fitness-for-Purpose per il cliente.

Ruoli critici e congruenza

L’unità di intenti si manifesta attraverso ruoli specializzati che gestiscono il rischio lungo il flusso di lavoro:

  • Service Request Manager (SRM): agisce come Risk Manager per le attività di upstream. È il custode della Definition of Ready, assicurando che solo opzioni di valore e ben comprese vengano prese in carico.
  • Service Delivery Manager (SDM): garantisce che il servizio sia erogato secondo le aspettative, gestendo il flusso downstream e facilitando il miglioramento continuo.

L’impatto: l’unità di intenti è possibile solo se esiste congruenza tra decisioni strategiche e capacità operativa. Se la strategia aziendale ignora la realtà visualizzata dal sistema Kanban, il leader agisce senza congruenza. L’unità nasce quando i processi consistenti sostituiscono gli “eroi” e la strategia riflette fedelmente ciò che il sistema può effettivamente produrre.

Dimensione 4: equilibrio e giustizia quantitativa

Verso il ML4, la leadership compie il passaggio verso la gestione analitica. L’equità non è più un’intuizione emotiva, ma una giustizia quantitativa basata su modelli probabilistici.

Mediocristan vs. Extremistan

Una distinzione fondamentale riguarda la natura del rischio:

  • Mediocristan: è il mondo della statistica tradizionale (distribuzione gaussiana), gli eventi variano attorno a una media e i casi estremi sono rari e non influenzano significativamente il totale. Qui, la priorità è gestita tramite Triage e Classi di Servizio standard.
  • Extremistan: è il mondo dell’innovazione radicale, della ricerca, del cinema o dell’editoria. Qui la media è priva di significato perché un singolo evento poco probabile – un cigno nero – può dominare l’intera distribuzione. Il leader non può gestire questo dominio con il semplice Triage: deve riservare capacità dedicata alla classe di servizio Intangible, garantendo all’innovazione uno spazio protetto dalle pressioni urgenti del Mediocristan.

Il Two-Phase Commit: fiducia e aspettative

Il leader utilizza il Two-Phase Commit per gestire le promesse. Si tratta di separare due momenti distinti: l’impegno a prendere in carico il lavoro, e la promessa di una data di consegna. Il primo può essere dato subito; il secondo solo quando i dati lo supportano. Questo approccio, basato sull’onestà intellettuale e sui dati di lead time storici, protegge l’organizzazione da stress inutili e sorprese economiche.

L’impatto: l’uso di previsioni probabilistiche invece di stime deterministiche (spesso inaffidabili) costruisce un rapporto di fiducia con gli stakeholder. La leadership quantitativa trasforma l’organizzazione in un partner affidabile che decide sulla base di evidenze matematiche, garantendo stabilità economica e operativa.

Sintesi dei ruoli di leadership

L’evoluzione dei ruoli attraverso i livelli di maturità riflette il passaggio dalla gestione dei compiti alla gestione del rischio e del sistema.

Livello di maturitàRuolo di leadershipFocus principaleCompetenza chiave richiesta
ML2 (emergente)Flow ManagerSollievo dal sovraccarico locale e efficienza del flusso.Facilitazione dei meeting e raccolta dati di base.
ML3 (consolidata)Service Delivery Manager/Service Request ManagerValore del servizio e Fitness-for-Purpose.Gestione della presa in carico e negoziazione dei livelli di servizio.
ML4 (ottimizzata)Risk/Operations ManagerGiustizia quantitativa e bilanciamento del rischio economico.Valutazione del rischio e previsioni probabilistiche (Monte Carlo).
ML5 (eccellente)Service Delivery Director/Product ExecutiveRicerca della perfezione e ottimizzazione dell’efficienza economica tramite guadagni marginaliSperimentazione guidata da ipotesi scientifiche e gestione di domini ad alto rischio (Extremistan)
ML6 (antifragile)Senior ExecutiveSopravvivenza a lungo termine, congruenza strategica e reinvenzione dell’identità aziendaleDouble-loop learning (mettere in discussione il “chi” e il “perché”) e sviluppo della cultura per l’antifragilità

Conclusione: verso una leadership antifragile

Cosa significa in pratica reinventare l’identità aziendale sotto pressione? L’esempio di Fujifilm e Kodak lo rende concreto. Entrambe le aziende hanno visto la stessa disruption: la fotografia digitale che rendeva obsoleto il loro core business. Kodak ha risposto difendendo il modello esistente, incapace di mettere in discussione non solo i propri processi, ma il proprio “perché”. Fujifilm ha fatto qualcosa di più radicale: ha applicato il double-loop learning al livello più profondo, chiedendosi non solo “come miglioriamo la pellicola” ma “chi siamo davvero”. La risposta – un’azienda chimica con competenze avanzate in materiali e trattamenti molecolari – ha aperto la strada a mercati completamente nuovi nel settore cosmetico e farmaceutico. La congruenza tra strategia e capacità reale, che nei livelli precedenti si costruisce pazientemente sul flusso di lavoro quotidiano, a ML6 diventa la bussola per reinventare l’intera identità dell’organizzazione.

A questo punto il ruolo dell’allenatore si trasforma. Nei livelli iniziali calibrava lo stress positivo per non superare il punto di rottura, accompagnando il sistema verso pratiche stabili e flusso prevedibile. A ML6 il leader guida un’organizzazione che è diventata capace di dare il meglio di sé sotto pressione. Come certe squadre di calcio che, rimaste in dieci, riorganizzano il gioco e finiscono per vincere proprio perché la riduzione di risorse ha attivato risorse latenti – coesione, intelligenza tattica collettiva, lettura condivisa del campo – l’organizzazione antifragile non gestisce l’imprevisto, lo utilizza come leva per uscirne più forte di prima. È questo il risultato di una leadership che ha costruito, nel tempo, la capacità di trasformare ogni vincolo in vantaggio competitivo.

La tua organizzazione usa Kanban? Le cinque lezioni di leadership strategica che (forse) stai ignorando

Quando si parla di Kanban, si pensa spesso a bacheche digitali, post-it colorati e flussi di lavoro resi più efficienti. Tuttavia, limitarsi all’efficienza operativa significa considerare solo una parte del quadro. Il contributo più rilevante di Kanban, quello più nascosto e trasformativo, risiede in un ambito molto più profondo: la leadership e la trasformazione culturale.

Non è un caso. Come ha affermato Lou Gerstner, l’artefice della rinascita di IBM:

“La cultura non è solo un aspetto del gioco, è il gioco.”

In questo articolo esamineremo cinque lezioni di leadership significative che emergono dal Kanban Maturity Model (KMM), un modello che aiuta a rendere la gestione della cultura più concreta e sistematica.

Prima lezione: la cultura non è un’opzione, è il vero campo di gioco

I leader più efficaci sanno che la loro responsabilità primaria, quella che non possono delegare, è la definizione della cultura aziendale. Strategia, marketing, finanza: tutto può essere affidato a specialisti. La cultura, invece, è il dominio esclusivo di chi guida.

È qui che il KMM interviene come strumento strategico: trasforma concetti apparentemente astratti come fiducia, innovazione e senso di appartenenza in leve concrete e misurabili, offrendo ai leader aziendali un manuale operativo per modellare il loro vero campo di gioco.

Seconda lezione: il segreto per un cambiamento di successo è guidare l’evoluzione, non forzare la rivoluzione

Il KMM ribalta la logica convenzionale sulla gestione del cambiamento: il successo non arriva da grandi rivoluzioni top-down, ma da un’evoluzione guidata e progressiva. Perché? La risposta risiede nella Identity Threat Theory: le persone non resistono al cambiamento in sé, ma alla minaccia che esso rappresenta per il loro status, il loro ruolo e la loro dignità.

Ignorare questa dinamica porta a paura e conflitti. Il KMM, invece, mitiga questa resistenza naturale concentrandosi su cambiamenti normativi (l’introduzione di nuove pratiche e strumenti) piuttosto che su interventi strutturali che stravolgono ruoli e gerarchie. Questo approccio riduce la profondità e la durata della cosiddetta “curva a J” – l’inevitabile calo iniziale di performance che accompagna ogni trasformazione – rendendo il cambiamento più sostenibile e meno traumatico per le persone e l’organizzazione.

Terza lezione: la fiducia non è un’emozione, ma una condizione organizzativa che si costruisce con pratiche precise

Nel mondo del KMM, la fiducia (definita “capitale sociale“) smette di essere un “soft skill” e diventa una condizione organizzativa misurabile. Un’organizzazione con un alto capitale sociale riduce burocrazia, costi di transazione e inefficienze, guadagnando in velocità e agilità.

Il modello non si ferma alla teoria, ma offre un manuale d’istruzioni composto da cinque pratiche concrete per costruire attivamente la fiducia:

  • Trasparenza: l’apertura genera empatia e sicurezza.
  • Mantenimento delle promesse: ogni promessa rispettata rafforza la fiducia reciproca.
  • Coerenza e prevedibilità: comportamenti stabili rendono affidabili persone e sistemi.
  • Politiche esplicite: chiariscono le aspettative e riducono l’ambiguità.
  • Atti di fiducia deliberati: il leader deve scegliere di fidarsi per primo.

La sua forza sta nel trasformare uno degli aspetti più sfuggenti della leadership – la costruzione della fiducia – in un processo strutturato, supportato da pratiche concrete e misurabili.

Quarta lezione: esiste una roadmap per la crescita come leader, livello per livello

Il KMM non è solo una mappa per la maturità organizzativa, ma anche un percorso di sviluppo personale per chi guida l’organizzazione. Ogni livello di maturità richiede e al tempo stesso rafforza specifici tratti di leadership, creando una roadmap di evoluzione precisa.

Ecco la progressione completa che il modello delinea:

  • ML0 (Oblivious): si parte dall’autenticità, valorizzando i piccoli successi come leva per innescare la motivazione.
  • ML1 (Team-Focused): si impara a costruire fiducia, promuovendo la collaborazione e guidando i manager verso un approccio di servizio.
  • ML2 (Customer-Driven): si sviluppa il carisma, necessario per favorire la cooperazione tra team diversi con un obiettivo comune: il cliente.
  • ML3 (Fit-for-Purpose): si evolve verso l’altruismo, sviluppando una leadership diffusa e allineando l’intera organizzazione alla strategia.
  • ML4 (Risk-Hedged): si coltivano empatia e integrità, essenziali per gestire il rischio in modo quantitativo e costruire intimità con il cliente.
  • ML5 (Market Leader): si raggiunge l’umiltà, indispensabile per guidare il miglioramento continuo e ricercare i guadagni marginali che creano un vantaggio competitivo.
  • ML6 (Built for Survival): si incarna il senso del dovere, ridefinendo l’identità e lo scopo dell’azienda per garantirne la resilienza a lungo termine.

Per il leader di un organizzazione, a qualunque livello, avere un percorso di evoluzione così chiaro è uno strumento di self-coaching potentissimo. Non si tratta più di navigare a vista, ma di seguire una mappa che collega la propria crescita personale al livello di maturità dell’intera organizzazione.

Quinta lezione: smettere di fare il terapeuta, diventare un coach sportivo

Il KMM propone una metafora potente per il ruolo di un leader aziendale: non un terapeuta, ma l’head coach di una squadra sportiva. La distinzione è cruciale:

  • L’approccio da terapeuta si concentra sulla psicologia individuale, cercando di “aggiustare” le persone. Questo crea dipendenza e rallenta la maturazione del team.
  • L’approccio da coach sportivo si focalizza sulla sociologia, sulla psicologia sociale e sulle dinamiche di sistema. Utilizza il KMM come un playbook strategico e misura il successo attraverso risultati di business tangibili e il raggiungimento di nuovi livelli di maturità.

Questo si traduce in linee guida chiare per ogni leader aziendale, il cui ruolo è: esigere risultati di business concreti, non metriche di vanità scollegate dal valore; promuovere una vera empatia, non una simpatia di facciata; incoraggiare l’autonomia, non la dipendenza dal proprio leader; far crescere altri leader, non limitarne il potenziale.

Conclusione

Il Kanban Maturity Model si rivela essere molto più di un framework per la gestione operativa. È un modello sistemico per la leadership strategica, che offre strumenti per modellare la cultura, un approccio a basso rischio al cambiamento e un percorso di crescita chiaro tanto per l’azienda quanto per i suoi leader.

Come architetto della tua organizzazione, ogni tua decisione è un atto di definizione della cultura. La sola domanda che conta è se stai costruendo a caso o secondo un disegno.

Qual è la singola pratica Kanban, tra quelle che conosci, che potresti adottare da domani per iniziare a evolvere la cultura della tua organizzazione in modo più consapevole?

Il valore del Cambiamento Evolutivo nel metodo Kanban: evolvere per adattarsi e prosperare

Nel mondo della gestione aziendale e dello sviluppo tecnologico, la parola cambiamento evoca spesso immagini di riorganizzazioni drastiche, produttività in calo a seguito di tali iniziative e resistenza da parte del personale coinvolto. Il metodo Kanban propone un approccio radicalmente diverso: il cambiamento evolutivo. Invece di imporre trasformazioni traumatiche, Kanban promuove un’evoluzione graduale e collaborativa, partendo dalla situazione attuale per costruire un’organizzazione più resiliente, adatta allo scopo (fit-for-purpose) e, in ultima analisi, costruita per la sostenibilità a lungo termine.

Il fumetto originale sulla copertina del libro Kanban: Successful Evolutionary Change for Your Technology Business di David J. Anderson.

Inizia con quello che fai oggi: un principio fondamentale

Il cuore del cambiamento evolutivo in Kanban risiede nel principio di Change Management “Inizia con quello che fai oggi“. Questo approccio rispetta i processi, i ruoli e le responsabilità esistenti, evitando di scatenare quella crisi psicologica che spesso accompagna i cambiamenti strutturali drastici. I metodi tradizionali di gestione del cambiamento e molti approcci Agile spesso impongono nuovi ruoli e riorganizzazioni, che possono essere percepiti come una minaccia all’identità, allo status e alla dignità delle persone, generando resistenza. Come ha affermato Peter Senge, “le persone non resistono al cambiamento, resistono all’essere cambiate”.

Il cambiamento evolutivo è di natura normativa, ovvero si concentra sulla modifica di metodi e strumenti senza alterare immediatamente la struttura sociale. Questo approccio riduce l’ansia e la paura, rendendo le modifiche più accettabili e, di conseguenza, più facili da istituzionalizzare.

Il motore del cambiamento: stressor, riflessione e atto di leadership

Il cambiamento evolutivo non avviene per caso, ma è guidato da tre elementi essenziali, magnificamente illustrati nella vignetta sulla copertina del libro Kanban: Successful Evolutionary Change for Your Technology Business di David J. Anderson:

  1. Uno stressor: è necessaria una motivazione per cambiare. Può trattarsi di insoddisfazione per lo stato attuale, come evidenziato dalle frasi “Sono bloccato“, “Ho troppo da fare” o “Non ho nulla da fare” nella vignetta. Lo stressor crea una tensione emotiva che spinge alla ricerca di un miglioramento.
  2. Un meccanismo di riflessione: la Kanban board e le Cadenze Kanban (Team Kanban Meeting, Replenishment Meeting, Service Delivery Review, ecc.), forniscono l’occasione per visualizzare e riflettere sugli stressor. Le cadenze sono meccanismi di riflessione codificati, progettati per catalizzare la domanda di cambiamento.
  3. Un atto di leadership: senza un catalizzatore, la frustrazione diventa inerzia. La frase “Facciamo qualcosa al riguardo!” rappresenta l’atto di leadership che trasforma la riflessione in azione. Questo va oltre la semplice iniziativa, tipica di organizzazioni poco strutturate, perché catalizza l’azione di tutto il gruppo. Valorizzare gli atti di leadership è fondamentale perché comportano un rischio personale; l’organizzazione deve quindi creare sicurezza psicologica per incoraggiarli.

Un percorso guidato: il Kanban Maturity Model (KMM)

Il Kanban Maturity Model (KMM) funge da roadmap per questo percorso evolutivo, fornendo una guida pragmatica, basata sull’evidenza, per raggiungere una vera agilità aziendale. Il KMM riconosce che le organizzazioni meno strutturate non sono in grado di gestire grandi iniziative di cambiamento con profonde fasi di transizione. Propone invece un approccio incrementale con tante piccole transizioni, molto più adatto a tali contesti.

Il modello utilizza le pratiche di transizione per introdurre piccoli stressor, pensati per scuotere le persone dalla loro zona di comfort e creare una richiesta (“pull“) per ulteriori cambiamenti. Queste pratiche sono normative e facili da adottare, preparando il terreno per le pratiche di consolidamento, che sono necessarie per raggiungere i risultati attesi per un determinato livello di maturità ma che incontrerebbero resistenza se introdotte troppo presto. Questo modello, simile al coaching sportivo, applica la giusta dose di stress per catalizzare il miglioramento senza portare l’organizzazione e le persone a un punto di rottura.

I benefici tangibili del Cambiamento Evolutivo

Adottare un approccio evolutivo con Kanban porta a vantaggi significativi e duraturi.

  • Robustezza e antifragilità: i processi che emergono da forze evolutive sono intrinsecamente più robusti e adatti al contesto specifico rispetto a soluzioni progettate ‘a tavolino’. Le soluzioni progettate a tavolino sono fragili, il cambiamento evolutivo è robusto. Questa capacità di adattarsi continuamente agli stress ambientali è ciò che Nassim Nicholas Taleb ha definito antifragilità.
  • Riduzione della resistenza: evitando cambiamenti strutturali drastici, si minimizza la resistenza emotiva radicata nella minaccia all’identità. L’approccio “sii come l’acqua” suggerisce di aggirare gli ostacoli (la resistenza) scegliendo cambiamenti normativi che non attaccano il thymos (lo spirito, l’identità) delle persone.
  • Cambiamenti che si istituzionalizzano: poiché i cambiamenti emergono in modo collaborativo e vengono proposti dalle persone che compongono l’organizzazione stessa, hanno molte più probabilità di essere interiorizzati e di diventare “il modo in cui qui facciamo le cose“. Sono cambiamenti che durano nel tempo, anche al cambiare delle persone.
  • Migliore performance economica: un approccio evolutivo è molto più economico. Uno studio comparativo della China Merchants Bank ha mostrato che Kanban ha prodotto risultati migliori e più rapidi di altri approcci a solo una frazione del costo per dipendente, proprio perché evita la necessità di un coaching costante per gestire la crisi psicologica indotta dai metodi più drastici.
  • Costruzione della resilienza organizzativa: il cambiamento evolutivo è al centro della costruzione della resilienza. Permette di orchestrare rapidamente nuovi servizi e di adattarsi a crisi e turbolenze di mercato. In un’epoca in cui la resilienza è il nuovo imperativo per i leader, l’approccio evolutivo di Kanban fornisce gli strumenti fondamentali per costruirla.

Conclusione

In conclusione, il valore del cambiamento evolutivo nel metodo Kanban non risiede solo nel miglioramento dei processi, ma nella trasformazione fondamentale dell’organizzazione in un’entità vivente, capace di apprendere, adattarsi e prosperare in un mondo complesso e in continuo mutamento. Non si tratta di implementare una nuova metodologia, ma di integrare nel DNA dell’organizzazione la capacità di evolvere.

La sindrome del ‘plateau della presunta eccellenza’: quando il successo iniziale arresta l’evoluzione

Nel percorso di miglioramento organizzativo, in particolare quando si adotta un approccio di cambiamento evolutivo come quello proposto dal metodo Kanban, è fondamentale essere consapevoli delle trappole comuni in cui si rischia di inciampare. Una delle più insidiose è la sindrome del cosiddetto ‘false summit plateau‘ (traducibile con ‘plateau della presunta eccellenza’, la traduzione è mia). Capire questa sindrome è fondamentale per non fermarsi dopo i primi successi e per continuare a perseguire un’evoluzione che porti a benefici più profondi e duraturi.

Che cos’è il cambiamento evolutivo?

Il metodo Kanban si basa su un approccio al cambiamento che è intrinsecamente evolutivo. A differenza dei metodi che propongono cambiamenti strutturali drammatici e prescrittivi, spesso introducendo nuovi ruoli e riorganizzazioni, il metodo Kanban mira a un cambiamento incrementale. L’idea è iniziare da ciò che si fa attualmente e migliorare gradualmente nel tempo. L’approccio risulta meno minaccioso e genera minori resistenze, in quanto evita di intaccare l’identità individuale e le dinamiche sociali consolidate. In questo contesto, il cambiamento evolutivo non ha un punto finale prestabilito: si definisce piuttosto un risultato desiderato o accettabile e si adattano i processi per avvicinarvisi. Il percorso si sviluppa affrontando un problema alla volta: si identifica la principale criticità, la si risolve e si passa poi alla successiva.

L’emergere del plateau della presunta eccellenza

Dopo aver adottato inizialmente il metodo Kanban, spesso attraverso iniziative in contesti limitati, le organizzazioni sperimentano rapidamente una serie di benefici tangibili. Nelle organizzazioni meno strutturate, l’attenzione si focalizza spesso sul benessere delle persone, con l’obiettivo di contenere lo stress, ridurre il sovraccarico e rafforzare il senso del lavoro quotidiano. A questo livello, i team o piccoli gruppi sociali iniziano a collaborare e sviluppano un senso di identità di squadra.

I risultati tipici che si ottengono e che portano alla percezione di “aver fatto Kanban” includono:

  • Sollievo dal sovraccarico e da ambienti stressanti.
  • Miglioramento della trasparenza.
  • Miglioramento della collaborazione.
  • Sensazione di aver “ottenuto ciò di cui avevamo bisogno”.

Questa fase di successi iniziali porta l’organizzazione a raggiungere quello che viene definito il ‘plateau della presunta eccellenza’. L’organizzazione ha raggiunto alcuni benefici evidenti e utili e crede di aver già sperimentato tutti i vantaggi del metodo Kanban.

Perché si ferma l’evoluzione?

Il problema è che, sebbene validi, questi successi rappresentano solo adozioni limitate del metodo. I benefici più significativi, tipici dei livelli di sviluppo più avanzati, restano in gran parte inespressi.

Il plateau si manifesta quando l’organizzazione si adagia sui successi iniziali. Il raggiungimento di una migliore dinamica di team, pur essendo un traguardo positivo, può trasformarsi in una zona di comfort. L’inerzia tende a consolidarsi attorno alla coesione sociale del gruppo. Sebbene il metodo Kanban favorisca l’evoluzione dei ruoli e dell’identità attraverso cambiamenti condivisi, il progresso si blocca di fronte a una serie di barriere all’adozione.

Nelle organizzazioni poco strutturate, la leadership è spesso caratterizzata da un approccio ancora reattivo o operativo, più che strategico, e da una ridotta gestione del rischio, il che rende difficile sostenere iniziative di cambiamento significative. Per superare lo stadio attuale e progredire verso livelli più evoluti di organizzazione, è necessario affrontare ostacoli più profondi, spesso di natura sociologica e psicologica.

Alcune delle barriere comuni che contribuiscono a rimanere bloccati al plateau includono:

  • Cultura individualistica: resistenza anche a processi a livello di team per motivi culturali e di identità.
  • Immagine di sé ‘eroica’: preferenza per azioni individuali piuttosto che per il lavoro di squadra.
  • Sfiducia nei confronti dei processi e della governance, alimentata dal timore che possano trasformarsi in meccanismi burocratici eccessivamente rigidi.
  • Comportamenti dei clienti focalizzati esclusivamente sui propri vantaggi.
  • Resistenza all’idea che tutti possano contribuire attivamente alle decisioni gestionali.

In particolare, il passaggio a sistemi organizzativi maggiorente strutturati, affronta ulteriori barriere:

  • Perdita di identità e scopo nei manager: lo sviluppo del lavoro di squadra mette in crisi i manager tradizionali, che possono sentirsi privati del loro ruolo e della loro autostima.
  • Ambizione e ricerca del potere: manager con interessi personali nel mantenimento dello status quo o con un’identità fortemente legata ai metodi consolidati, che percepiscono l’evoluzione organizzativa come una minaccia al loro potere e alla loro identità.
  • Mancanza di pensiero sistemico: difficoltà a percepire l’organizzazione come una rete di servizi interdipendenti.
  • Mancanza di focalizzazione sul cliente: alcune organizzazioni non adottano una visione centrata sui servizi e bisogni del cliente finale, limitando i benefici alle sole aree interne.
  • Mancanza di una direzione condivisa: senza uno scopo chiaro e significativo, il progresso risulta difficile da sostenere.

Quando un’organizzazione ritiene di aver ottenuto i benefici desiderati con le prime adozioni e si adagia su questi risultati, le barriere latenti rimangono inevase e l’impulso evolutivo si arresta. La percezione di “aver fatto Kanban” genera una mancanza di motivazione a proseguire nel difficile percorso di cambiamento necessario per superare le resistenze più profonde.

Superare il plateau con il KMM

È proprio qui che il Kanban Maturity Model (KMM) assume un ruolo fondamentale. Il KMM è stato creato per evidenziare come molte adozioni iniziali, che sono parziali, lascino inespresse numerose opportunità di beneficio aggiuntivo. Fornisce una roadmap per un’adozione più ampia e profonda nel tempo, articolata in sette livelli, ciascuno con risultati osservabili, pratiche specifiche e una cultura associata.

Grazie al KMM, le organizzazioni possono valutare il proprio livello di evoluzione e identificare le pratiche più appropriate da implementare per passare al livello successivo. Queste pratiche sono studiate per generare il “giusto grado di stress”, incentivando il miglioramento continuo senza provocare rotture. Inoltre, il KMM aiuta a riconoscere e mitigare le barriere all’adozione specifiche di ogni livello di evoluzione, offrendo una guida per rompere l’equilibrio esistente e raggiungere un nuovo equilibrio stabile al livello successivo.

Plateau della presunta eccellenza vs. overreaching

È utile notare che il ‘plateau della presunta eccellenza’ rappresenta una delle due modalità di fallimento più comuni nell’implementazione del metodo Kanban. L’altra è il cosiddetto ‘overreaching‘ (traducibile come ‘eccesso di ambizione’, la traduzione è sempre mia). Quest’ultimo si verifica quando un piano di transizione risulta troppo ambizioso, puntando direttamente a un sistema organizzativo fortemente evoluto. Spesso è il risultato della pressione esercitata da consulenti desiderosi di dimostrare la propria competenza ed efficacia. Tuttavia, un cambiamento troppo drastico e strutturale può generare una destabilizzazione profonda, portando in molti casi all’abbandono dell’iniziativa.

Al contrario, il metodo Kanban — se implementato con il supporto del KMM — promuove un approccio incrementale, basato su piccoli passi successivi, molto più adatto a favorire il successo, soprattutto nelle organizzazioni inizialmente poco strutturate.

Conclusione

La sindrome del ‘plateau della presunta eccellenza’ rappresenta un ostacolo significativo al cambiamento evolutivo. Si manifesta quando, dopo aver ottenuto rapidi benefici iniziali, le organizzazioni credono erroneamente di aver completato il proprio percorso con Kanban e interrompono il processo di miglioramento. Sebbene questi primi successi siano legittimi, spesso si limitano ad adozioni parziali che lasciano inespresso un ampio potenziale di crescita.

Superare questo plateau richiede consapevolezza del fatto che esiste un livello successivo e la disponibilità ad affrontare barriere più profonde — di natura culturale, psicologica e sociologica — che ostacolano l’evoluzione organizzativa.

Strumenti come il Kanban Maturity Model (KMM) possono fornire una direzione chiara: aiutano a visualizzare il percorso evolutivo, a riconoscere dove si trova l’organizzazione e a proseguire oltre il punto di stallo. Il KMM consente di sbloccare benefici più significativi in termini di focalizzazione sul cliente, gestione del flusso di lavoro, prevedibilità e resilienza.

Il cambiamento evolutivo, infatti, non è una destinazione, ma un viaggio continuo.