Le quattro dimensioni della leadership in Kanban: il catalizzatore del cambiamento evolutivo

Nel contesto del Kanban Maturity Model (KMM), la leadership non è una posizione gerarchica, ma l’energia cinetica necessaria per superare l’inerzia e la resistenza naturale al cambiamento. A differenza dei modelli prescrittivi, che impongono strutture rigide rischiando il rigetto organizzativo, il modello evolutivo di Kanban utilizza la leadership come motore per passare dal caos (ML0) all’antifragilità (ML6).

Il ruolo del leader è paragonabile a quello di un allenatore sportivo: egli conosce il manuale di gioco e applica intenzionalmente un livello di stress positivo per provocare una reazione antifragile nel sistema. L’obiettivo è stimolare il miglioramento senza mai superare il punto di rottura che causerebbe una regressione organizzativa. Questa leadership trasforma lo stress in un catalizzatore evolutivo, guidando l’azienda verso la maturità attraverso quattro dimensioni critiche.

Dimensione 1: gli Atti di Leadership

Gli Atti di Leadership sono la scintilla che rompe l’inerzia ai primi stadi della maturità. Non si tratta di direttive burocratiche, ma di gesti che dimostrano i valori Kanban – trasparenza, equilibrio, rispetto – prima ancora che le pratiche siano consolidate.

Capitale sociale e status

Un principio cardine del KMM è che la leadership deve emergere a tutti i livelli. Quando un individuo compie un atto di leadership assumendosi un rischio che altri non prenderebbero, egli acquisisce status sociale e accumula capitale sociale. Questo prestigio guadagnato sul campo è essenziale per catalizzare l’azione collettiva.

  • Leadership per ispirazione: fornire uno scopo superiore che trascenda le frizioni quotidiane.
  • Leadership per esempio: manifestare coerenza tra parole e azioni (es. rispettare i limiti WIP anche sotto pressione).
  • Leadership per direzione: fornire chiarezza decisionale nei momenti di ambiguità sistemica.

L’impatto: chi si assume un rischio che gli altri evitano guadagna rispetto, e con esso la capacità di muovere il gruppo. Senza atti di leadership, le pratiche rimangono gusci vuoti; con essi, il sistema inizia a muoversi verso la collaborazione.

Dimensione 2: empatia e rispetto (dignità e psicologia sociale)

Un equivoco frequente confonde la leadership con la simpatia: il leader che ammorbidisce i toni, evita i conflitti, cerca il consenso. In Kanban, questa non è empatia, è compiacenza. La vera empatia riconosce il bisogno dell’altro senza rinunciare alla chiarezza. Questo concetto è strettamente legato al thymos, il bisogno umano primordiale di riconoscimento e dignità.

Dallo psicoterapeuta dilettante all’allenatore sportivo

Molti coach cadono nella trappola di comportarsi da psicoterapeuta dilettante, cercando di curare la psiche individuale o l’autoconsapevolezza dei singoli. Nel KMM, l’empatia è ortogonale all’autoconsapevolezza individuale. Non è necessario che un lavoratore conosca perfettamente se stesso per sapere se conduce una vita professionale dignitosa.

  • Focus sulla sociologia: il leader agisce sul gruppo e sulle dinamiche di sistema, non sulla psicoterapia individuale.
  • Rispetto come virtù: il rispetto non è mera cortesia o educazione; è il riconoscimento del valore generato attraverso l’assunzione virtuosa dei ruoli.

L’impatto: definire ruoli chiari e responsabilità non è un atto burocratico, ma un profondo gesto di empatia. Ridurre il sovraccarico (muri) e l’ansia derivante dall’ambiguità è il modo reale in cui la leadership restaura la dignità professionale, aumentando l’autostima collettiva del team.

Dimensione 3: scopo e unità di intenti

Al raggiungimento di ML3, la leadership deve costruire l’unità attraverso un orientamento al servizio. Lo scopo (Purpose) funge da collante sociale per abbattere le barriere dipartimentali e allineare l’intera catena del valore verso la Fitness-for-Purpose per il cliente.

Ruoli critici e congruenza

L’unità di intenti si manifesta attraverso ruoli specializzati che gestiscono il rischio lungo il flusso di lavoro:

  • Service Request Manager (SRM): agisce come Risk Manager per le attività di upstream. È il custode della Definition of Ready, assicurando che solo opzioni di valore e ben comprese vengano prese in carico.
  • Service Delivery Manager (SDM): garantisce che il servizio sia erogato secondo le aspettative, gestendo il flusso downstream e facilitando il miglioramento continuo.

L’impatto: l’unità di intenti è possibile solo se esiste congruenza tra decisioni strategiche e capacità operativa. Se la strategia aziendale ignora la realtà visualizzata dal sistema Kanban, il leader agisce senza congruenza. L’unità nasce quando i processi consistenti sostituiscono gli “eroi” e la strategia riflette fedelmente ciò che il sistema può effettivamente produrre.

Dimensione 4: equilibrio e giustizia quantitativa

Verso il ML4, la leadership compie il passaggio verso la gestione analitica. L’equità non è più un’intuizione emotiva, ma una giustizia quantitativa basata su modelli probabilistici.

Mediocristan vs. Extremistan

Una distinzione fondamentale riguarda la natura del rischio:

  • Mediocristan: è il mondo della statistica tradizionale (distribuzione gaussiana), gli eventi variano attorno a una media e i casi estremi sono rari e non influenzano significativamente il totale. Qui, la priorità è gestita tramite Triage e Classi di Servizio standard.
  • Extremistan: è il mondo dell’innovazione radicale, della ricerca, del cinema o dell’editoria. Qui la media è priva di significato perché un singolo evento poco probabile – un cigno nero – può dominare l’intera distribuzione. Il leader non può gestire questo dominio con il semplice Triage: deve riservare capacità dedicata alla classe di servizio Intangible, garantendo all’innovazione uno spazio protetto dalle pressioni urgenti del Mediocristan.

Il Two-Phase Commit: fiducia e aspettative

Il leader utilizza il Two-Phase Commit per gestire le promesse. Si tratta di separare due momenti distinti: l’impegno a prendere in carico il lavoro, e la promessa di una data di consegna. Il primo può essere dato subito; il secondo solo quando i dati lo supportano. Questo approccio, basato sull’onestà intellettuale e sui dati di lead time storici, protegge l’organizzazione da stress inutili e sorprese economiche.

L’impatto: l’uso di previsioni probabilistiche invece di stime deterministiche (spesso inaffidabili) costruisce un rapporto di fiducia con gli stakeholder. La leadership quantitativa trasforma l’organizzazione in un partner affidabile che decide sulla base di evidenze matematiche, garantendo stabilità economica e operativa.

Sintesi dei ruoli di leadership

L’evoluzione dei ruoli attraverso i livelli di maturità riflette il passaggio dalla gestione dei compiti alla gestione del rischio e del sistema.

Livello di maturitàRuolo di leadershipFocus principaleCompetenza chiave richiesta
ML2 (emergente)Flow ManagerSollievo dal sovraccarico locale e efficienza del flusso.Facilitazione dei meeting e raccolta dati di base.
ML3 (consolidata)Service Delivery Manager/Service Request ManagerValore del servizio e Fitness-for-Purpose.Gestione della presa in carico e negoziazione dei livelli di servizio.
ML4 (ottimizzata)Risk/Operations ManagerGiustizia quantitativa e bilanciamento del rischio economico.Valutazione del rischio e previsioni probabilistiche (Monte Carlo).
ML5 (eccellente)Service Delivery Director/Product ExecutiveRicerca della perfezione e ottimizzazione dell’efficienza economica tramite guadagni marginaliSperimentazione guidata da ipotesi scientifiche e gestione di domini ad alto rischio (Extremistan)
ML6 (antifragile)Senior ExecutiveSopravvivenza a lungo termine, congruenza strategica e reinvenzione dell’identità aziendaleDouble-loop learning (mettere in discussione il “chi” e il “perché”) e sviluppo della cultura per l’antifragilità

Conclusione: verso una leadership antifragile

Cosa significa in pratica reinventare l’identità aziendale sotto pressione? L’esempio di Fujifilm e Kodak lo rende concreto. Entrambe le aziende hanno visto la stessa disruption: la fotografia digitale che rendeva obsoleto il loro core business. Kodak ha risposto difendendo il modello esistente, incapace di mettere in discussione non solo i propri processi, ma il proprio “perché”. Fujifilm ha fatto qualcosa di più radicale: ha applicato il double-loop learning al livello più profondo, chiedendosi non solo “come miglioriamo la pellicola” ma “chi siamo davvero”. La risposta – un’azienda chimica con competenze avanzate in materiali e trattamenti molecolari – ha aperto la strada a mercati completamente nuovi nel settore cosmetico e farmaceutico. La congruenza tra strategia e capacità reale, che nei livelli precedenti si costruisce pazientemente sul flusso di lavoro quotidiano, a ML6 diventa la bussola per reinventare l’intera identità dell’organizzazione.

A questo punto il ruolo dell’allenatore si trasforma. Nei livelli iniziali calibrava lo stress positivo per non superare il punto di rottura, accompagnando il sistema verso pratiche stabili e flusso prevedibile. A ML6 il leader guida un’organizzazione che è diventata capace di dare il meglio di sé sotto pressione. Come certe squadre di calcio che, rimaste in dieci, riorganizzano il gioco e finiscono per vincere proprio perché la riduzione di risorse ha attivato risorse latenti – coesione, intelligenza tattica collettiva, lettura condivisa del campo – l’organizzazione antifragile non gestisce l’imprevisto, lo utilizza come leva per uscirne più forte di prima. È questo il risultato di una leadership che ha costruito, nel tempo, la capacità di trasformare ogni vincolo in vantaggio competitivo.

L’A3 Thinking nelle cadenze Kanban: risolvere i problemi giusti nel modo giusto

Ogni organizzazione ha riunioni. Poche organizzazioni hanno riunioni che cambiano davvero qualcosa.

Il metodo Kanban prevede un sistema di cadenze – incontri ricorrenti con scopi precisi – progettate per mantenere il flusso di lavoro sotto controllo e far evolvere il sistema nel tempo. Ma c’è un rischio concreto: senza un approccio strutturato al problem solving, le cadenze diventano sessioni di aggiornamento in cui si osservano i problemi senza capirli e risolverli davvero.

L’A3 Thinking è uno strumento che trasforma questo rischio in un’opportunità.

Single-loop e double-loop learning: due modi di imparare

Immagina un termostato. Quando la temperatura scende sotto la soglia impostata, accende il riscaldamento. Quando la raggiunge, si spegne. Il termostato corregge l’errore in modo efficiente, ma non si chiede mai se la temperatura impostata sia quella giusta per chi vive in quella casa.

Questo è il single-loop learning: si rileva uno scarto tra il risultato atteso e quello ottenuto, e si corregge il comportamento. È utile, necessario, e costituisce la base di quasi tutto il miglioramento operativo. Un team che analizza il proprio Lead Time, identifica un collo di bottiglia e modifica un limite WIP sta facendo single-loop learning e lo sta facendo bene.

Il double-loop learning aggiunge una domanda diversa: non “come correggiamo lo scarto?” ma “perché abbiamo impostato quella temperatura?” Nel contesto organizzativo, significa mettere in discussione i modelli mentali e i presupposti che stanno dietro al sistema, non solo le sue regole operative. Non “come gestiamo meglio le urgenze?” ma “la nostra definizione di urgenza riflette davvero le priorità del cliente? Il servizio che stiamo ottimizzando è ancora quello giusto da offrire?”

Nel Kanban Maturity Model, questa distinzione ha un peso preciso. I livelli da ML1 a ML5 si muovono nel territorio del single-loop learning: l’organizzazione impara progressivamente a fare meglio quello che già fa, gestire il flusso, ridurre la variabilità, coordinare servizi interdipendenti. È al livello ML6 che il double-loop learning emerge pienamente, quando l’organizzazione sviluppa la capacità di interrogarsi sulle quattro domande fondamentali: Come lavoriamo è ancora competitivo? Cosa offriamo è ancora rilevante? Perché esistiamo ha ancora senso nel mercato attuale? Chi siamo è ancora adeguato al contesto?

Perché è importante chiarirlo prima di parlare di A3 Thinking? Perché l’A3 è uno strumento potente per il single-loop learning strutturato e questo non è poco. Trasforma le cadenze Kanban da sessioni di aggiornamento in motori di apprendimento sistematico. Ma il suo contributo al double-loop learning, quando arriva, non riguarda la gestione dei blocchi o l’ottimizzazione del Lead Time: riguarda la capacità di usare i dati del sistema per mettere in discussione la direzione stessa dell’organizzazione.

Il Kanban Maturity Model: un’evoluzione per livelli

Il Kanban Maturity Model (KMM) articola la crescita organizzativa in sei livelli e l’A3 Thinking non è rilevante allo stesso modo per tutti i livelli.

Ai livelli ML1 e ML2, dove il lavoro dipende ancora dagli individui e dal loro buon senso, mancano ancora le basi – dati affidabili, policy esplicite, cultura del feedback – per usarlo efficacemente. È a partire da ML3, quando l’organizzazione arriva a gestire il lavoro come un vero sistema end-to-end, che l’A3 diventa uno strumento di evoluzione reale, ed è ai livelli superiori che esprime tutto il suo potenziale come motore di single-loop learning strutturato, costruendo le fondamenta su cui, a ML6, può emergere il double-loop learning.

Cos’è l’A3 Thinking (e come si usa nelle cadenze Kanban)

L’A3 Thinking è un metodo di problem solving sviluppato in Toyota. Il nome viene dal foglio di carta formato A3: l’idea originale era che un problema – dalla descrizione alla soluzione – dovesse stare tutto su un singolo foglio. Non per superficialità, ma per disciplina. È una forma di slow thinking, pensiero lento e profondo: se non riesci a sintetizzare un problema su una pagina, probabilmente non lo hai ancora capito abbastanza bene.

Il template si compone di cinque sezioni, distribuite su un foglio A3 o su fronte e retro di un foglio A4.

Definizione del problema. Prima ancora di cercare soluzioni, bisogna capire cosa si sta osservando e perché conta. Nelle cadenze di revisione periodica – la Service Delivery Review o la Risk Review – questa è la domanda di apertura: qual è il gap tra la performance attuale del servizio e quello che il cliente si aspetta? Definire bene il problema in questa fase evita di sprecare energie su sintomi invece che su cause.

Analisi del problema. È la sezione più importante, e quella più spesso saltata. L’analisi non si fa a parole, ma con i dati di flusso: quanto tempo impiega mediamente un elemento di lavoro ad attraversare il sistema? Dove si accumula? Quanto tempo passa in attesa rispetto al tempo in cui qualcuno ci sta lavorando davvero? Il modo più efficace per rispondere a queste domande non è scrivere una lista di osservazioni, ma incollare direttamente sul foglio A3 i grafici che raccontano la storia: un Cumulative Flow Diagram (CFD) che mostra dove il lavoro si accumula, un grafico di Lead Time che rivela la variabilità del sistema, un aging chart che evidenzia cosa è fermo da troppo tempo. L’A3 non è un documento di testo con qualche numero: è uno strumento visivo, e la differenza si vede.

Nelle cadenze operative – il Kanban Meeting quotidiano – questa mentalità analitica serve a leggere i blocchi non come eccezioni da risolvere in fretta, ma come segnali che raccontano qualcosa sul sistema. La domanda non è “chi lo sblocca?”, ma “perché si è bloccato?”.

Esperimento e piano di implementazione. Una volta identificata la causa, si progetta un intervento – non una soluzione definitiva, ma un esperimento. Questa distinzione è importante: un esperimento ha un’ipotesi verificabile (“se modifichiamo il limite di lavoro in corso in questo punto, il tempo di attraversamento dovrebbe ridursi”), mentre una soluzione è spesso solo un’opinione con più autorevolezza. Il piano di implementazione definisce chi fa cosa, in quale cadenza si osserveranno i risultati, e quali metriche si useranno per giudicare se l’esperimento ha funzionato. Un esperimento per volta, altrimenti non si riesce a capire cosa ha funzionato e che cosa no.

Risultati dell’esperimento. La cadenza naturale per questa sezione è la Service Delivery Review: si torna sui dati dopo un ciclo sufficiente a produrre segnale, e si misura l’effetto reale dell’intervento. Anche qui, i risultati non si raccontano a parole: si mostrano. Lo stesso grafico usato nell’analisi, aggiornato dopo l’esperimento, dice immediatamente se qualcosa è cambiato e in che direzione. Se il Lead Time si è stabilizzato, il CFD mostra bande più uniformi, se si è ridotto l’aging chart ha meno elementi in zona critica. La continuità visiva tra analisi e risultati è parte del metodo: rende evidente il confronto e riduce lo spazio per le interpretazioni di comodo. Questo passaggio è quello che trasforma un’opinione in apprendimento. Senza di esso, il sistema non impara, accumula solo iniziative.

Prossimi passi. Se l’esperimento ha funzionato, il risultato non è “problema risolto” ma “nuova policy da codificare”. Una regola di ingresso rivista, un criterio di priorità esplicitato, una soglia di allerta definita. È qui che il cambiamento smette di dipendere dalla memoria delle persone e diventa parte del sistema. Se invece l’esperimento non ha prodotto i risultati attesi, i prossimi passi riportano all’analisi con nuove informazioni.

Questa struttura ciclica è ciò che distingue l’A3 da una normale checklist: non si compila una volta, si percorre più volte, ciascuna con una comprensione più profonda del problema.

Il problema che l’A3 risolve nelle cadenze Kanban

Nelle organizzazioni ai livelli ML1 e ML2, i problemi vengono ancora affrontati in modo reattivo: è single-loop learning, ma applicato in modo caotico e inconsapevole, senza che l’organizzazione ne tragga apprendimento stabile.

Il salto verso ML3 non è un salto verso il double-loop learning: è il passaggio a un single-loop learning maturo, strutturato e consapevole. L’A3 Thinking può supportare questo passaggio spostando il focus dalle persone al sistema. La domanda non è “chi ha sbagliato?” ma “cosa nel nostro modo di lavorare produce questo risultato?” È una distinzione che Deming aveva reso famosa decenni fa, e che ancora oggi fatica a entrare nella cultura di molte aziende.

Ai livelli ML4 e ML5, quando le decisioni si basano su modelli probabilistici e il miglioramento si estende oltre i confini del singolo team, l’A3 consolida questo percorso: aiuta a orchestrare il miglioramento tra servizi interdipendenti, a gestire il rischio in modo strutturato, a rendere l’apprendimento operativo una pratica normale e non un evento eccezionale. Sempre nell’ambito del single-loop learning, ma portato alla sua massima maturità, come preparazione al salto qualitativo che avviene a ML6.

Dall’analisi alla policy: il cambiamento che rimane

Un problema risolto una volta non è un problema risolto. Lo è solo quando la soluzione viene codificata in una regola esplicita che il sistema segue anche quando chi ha trovato la soluzione non c’è più.

L’A3 Thinking, in questo percorso, è uno strumento che aiuta a costruire le fondamenta. Senza la disciplina del single-loop learning strutturato – senza la capacità di analizzare, sperimentare e codificare – il double-loop rimane un esercizio intellettuale senza radici operative. Le organizzazioni che arrivano a ML6 non saltano i livelli precedenti: li attraversano, e l’A3 è parte di come lo fanno.

Una nota finale

W. Edwards Deming diceva che l’apprendimento non è obbligatorio, così come non lo è la sopravvivenza. L’A3 Thinking nelle cadenze Kanban non è una tecnica sofisticata riservata alle organizzazioni avanzate. È il modo in cui si fa sul serio con il miglioramento continuo a partire da ML3: guardare i dati, capire il sistema, cambiare le regole. E ricominciare.

Quando i leader arrivano tutti alla stessa conclusione

Lo scorso febbraio, Fortune ha pubblicato un articolo che ha catturato la mia attenzione. La sostanza del titolo era già tutto un programma: il CEO di Anthropic, Dario Amodei, dichiara di dedicare quasi la metà del suo tempo non ai prodotti, non ai modelli di IA, non agli investitori, ma alla cultura aziendale.

Non è un titolo da comunicato stampa. È una presa di posizione. E il contenuto regge la promessa.

Il CEO che dedica il 40% del suo tempo alla cultura

Amodei ha dichiarato che la cosa più importante che fa ogni giorno non ha nulla a che fare con l’addestramento di modelli di IA o con il rilascio di prodotti. Guida un’azienda da 2.500 persone, valutata 380 miliardi di dollari, ed è convinto che l’unica leva davvero scalabile sia la cultura organizzativa.

Non si tratta di un impegno generico. Amodei ha costruito rituali precisi: riunioni bi-settimanali chiamate DVQ (Dario Vision Quest), durante le quali si presenta davanti all’intera azienda con un documento di tre o quattro pagine e parla per un’ora di argomenti che vanno dalla strategia di prodotto alla geopolitica. A questo si aggiunge una presenza quotidiana su Slack, con risposte alle domande dei dipendenti e riflessioni sulla direzione dell’azienda.

Il principio guida è esplicito: costruirsi una reputazione basata sul dire la verità all’azienda su ciò che sta accadendo, chiamare le cose con il loro nome, riconoscere i problemi ed evitare quello che ha chiamato corpo speak, quella comunicazione difensiva spesso necessaria in pubblico.

La sua tesi è semplice: con 2.500 persone è diventato quasi impossibile supervisionare ogni decisione tecnica o di prodotto. L’unico sistema che scala è la cultura: un insieme di valori condivisi che guida migliaia di scelte autonome ogni giorno, senza bisogno di supervisione dall’alto.

Una conclusione già raggiunta altrove

Ciò che colpisce di questa dichiarazione non è la novità, ma la coerenza con ciò che altri leader, in contesti ed epoche diversi, avevano già osservato percorrendo la stessa strada.

Lou Gerstner, che guidò la rinascita di IBM negli anni ’90, lo aveva sintetizzato in modo lapidario: la cultura non è un aspetto del gioco, è il gioco stesso.

Il metodo Kanban e il Kanban Maturity Model (KMM) hanno elaborato questa stessa osservazione in modo sistematico, a partire dall’analisi di numerose organizzazioni. La conclusione è la medesima: le pratiche operative funzionano solo se sono radicate in una cultura coerente. I valori guidano l’adozione delle pratiche. Le pratiche rinforzano i valori. I due elementi sono inseparabili.

Tre percorsi diversi, tre contesti diversi. La stessa verità.

Quello che il KMM ha codificato

Ciò che accomuna Amodei, Gerstner e l’approccio del KMM è la sostanza, non il linguaggio. Nel framework del KMM, quello che Amodei chiama “investimento nella cultura” si articola in tre dimensioni organizzative precise.

Capitale sociale. Amodei costruisce fiducia attraverso la trasparenza: condividere i ragionamenti interni, ammettere i problemi prima che diventino evidenti, essere presenti e diretti anche quando sarebbe più comodo non esserlo. Nel KMM, il capitale sociale è la valuta della velocità organizzativa – alta fiducia significa meno attrito, decisioni più rapide, meno energia dispersa in dinamiche difensive. Si costruisce esattamente come Amodei lo costruisce: abbassando lo scudo prima di pretendere che lo facciano gli altri.

Innovazione sociale. Il rifiuto del corpo speak non è solo una preferenza stilistica. È un segnale organizzativo: le idee scomode hanno diritto di cittadinanza, il dissenso costruttivo è benvenuto. Nel KMM, la capacità di tollerare e valorizzare il pensiero non convenzionale è un prerequisito per i livelli più alti di maturità organizzativa, dove l’organizzazione sa reinventarsi sotto pressione invece di irrigidirsi.

Coesione sociale. I DVQ, i messaggi quotidiani su Slack, la comunicazione costante sulla missione: tutto questo alimenta il senso di appartenenza e di direzione condivisa. Nel KMM questa è la forza che tiene unita un’organizzazione quando la pressione esterna aumenta. Con un’avvertenza importante: una coesione troppo alta, senza apertura critica, rischia di trasformarsi in conformismo. L’antidoto – trasparenza sui problemi reali, non solo sui successi – è esattamente ciò che Amodei vuole praticare.

Dalla cultura agli strumenti: come il KMM rende tutto questo praticabile

Identificare le tre dimensioni culturali è utile, ma non sufficiente. Il KMM va oltre la diagnosi e offre strumenti concreti per agire.

Il primo è la visualizzazione del lavoro. Rendere visibile ciò che sta accadendo in un’organizzazione – chi sta facendo cosa, dove si accumulano i colli di bottiglia, cosa è bloccato e perché – non è solo una pratica operativa. È un atto culturale: genera una conversazione onesta sulla realtà, elimina le asimmetrie informative e costruisce la stessa fiducia che Amodei cerca con i suoi DVQ e i suoi messaggi su Slack.

Il secondo è il limite al WIP (Work In Progress). Vincolare la quantità di lavoro simultaneamente in corso obbliga l’organizzazione a fare scelte esplicite sulle priorità, invece di accumulare impegni che nessuno porterà mai a termine. È l’applicazione pratica di un principio semplice: smetti di iniziare, inizia a finire. Una regola che cambia la logica operativa quotidiana senza bisogno di ristrutturazioni.

Il terzo è il decision filter, una gerarchia esplicita di criteri per orientare le scelte quando le priorità entrano in conflitto: il valore per il cliente precede la fluidità del flusso, che precede la riduzione degli sprechi, che precede le economie di scala. Una bussola condivisa che riduce il bisogno di supervisione dall’alto, esattamente il problema che Amodei sta cercando di risolvere.

Questi strumenti non sostituiscono la cultura, la rendono tangibile. Ogni pratica diventa un segnale ripetuto nel tempo: cosa conta davvero qui, come prendiamo le decisioni, come trattiamo il lavoro e le persone. È così che i valori smettono di essere poster appesi alle pareti e diventano il modo in cui l’organizzazione funziona ogni giorno.

Perché questa convergenza è utile

Il punto non è stabilire chi è arrivato prima a queste conclusioni. È riconoscere che quando leader con background molto diversi, in settori diversi, in epoche diverse, convergono sulle stesse pratiche, questo dice qualcosa di interessante sulla natura del problema.

La cultura organizzativa risponde a logiche proprie. Chi le rispetta ottiene risultati coerenti. Chi le trascura, indipendentemente dalla qualità della propria strategia di prodotto o tecnologica, si trova prima o poi a gestire organizzazioni che non riescono a esprimere il proprio potenziale.

Vale la pena sottolineare un dettaglio spesso trascurato: il metodo Kanban e il KMM non sono costruzioni teoriche elaborate a tavolino. Sono il risultato di anni di osservazione diretta sul campo, in organizzazioni reali, alle prese con problemi reali. Le loro linee guida sono pragmatiche, attuabili e basate su evidenze concrete, accumulate nel tempo attraverso lo stesso processo empirico con cui Amodei ha sviluppato il proprio approccio. La differenza è che quell’esperienza è stata sistematizzata, resa trasferibile, affinata attraverso il confronto con numerosi contesti diversi.

Questo è il valore pratico per un leader: non dover ricominciare ogni volta da zero, non dover aspettare che l’esperienza diretta insegni ciò che altri hanno già imparato. Avere una mappa non elimina il bisogno di camminare. Ma permette di orientarsi più rapidamente e di commettere meno errori lungo la strada.

Costruire una startup di successo: creare un sistema scalabile, resiliente e valorizzabile

Nell’ultimo anno mi è stato spesso chiesto di offrire consigli su nuove iniziative imprenditoriali, sia nel caso di vere e proprie startup, sia quando si trattava di nuovi progetti all’interno di aziende già esistenti e consolidate. L’avventura imprenditoriale è un percorso ricco di entusiasmo e promesse, ma anche, inevitabilmente, di insidie. Molti aspiranti fondatori partono da un’idea brillante, convinti che la sua forza sia sufficiente a garantirne il successo. La realtà, però, è ben più complessa.

In questo articolo ho raccolto e distillato i consigli che abitualmente condivido con chi me li chiede. Non propone formule magiche né scorciatoie, ma una serie di lezioni strategiche fondamentali, maturate attraverso esperienze dirette e fallimenti altrettanto istruttivi. L’obiettivo è offrire una bussola ai futuri imprenditori, aiutandoli a porsi le domande giuste fin dal primo giorno, per costruire un’impresa che non sia soltanto innovativa, ma anche solida, scalabile e pronta per il futuro.

Il vero obiettivo: lavorare per crearsi un lavoro o per costruirsi un capitale?

La prima domanda che pongo a ogni fondatore è tanto semplice quanto brutale: “che cosa vuoi davvero fare di questa azienda? Vuoi creare un lavoro su misura per te, da portare avanti per tutta la vita, oppure costruire un capitale che un domani possa garantirti la pensione?”

Non si tratta di una riflessione filosofica, ma della scelta strategica più importante in assoluto: una decisione che orienterà ogni passo successivo, dalla selezione dei soci alla struttura dei costi, fino alle modalità e ai tempi della crescita.

Dall’analisi di numerosi casi aziendali che ho avuto modo di osservare, emergono infatti due archetipi di obiettivi, spesso confusi tra loro ma in realtà profondamente diversi:

  • Crearsi un lavoro per gli anni a venire
    Questo modello consiste nel costruire un’attività che, per quanto profittevole, resta intrinsecamente legata alle tue competenze e alla tua presenza. È la classica boutique che offre un servizio in cui tu stesso rappresenti l’asset principale. Pur potendo garantire grandi soddisfazioni personali, questo approccio limita drasticamente la crescita e rende l’azienda fragile e difficilmente trasferibile. Se vai in vacanza, l’attività rallenta; se ti ammali, si ferma; se decidi di ritirarti, l’azienda smette semplicemente di esistere. Il suo valore, infatti, coincide con la tua persona, non con il sistema che hai costruito.
  • Costruire un asset da vendere successivamente
    Il secondo modello punta alla costruzione di un’entità autonoma: un meccanismo progettato fin dall’inizio per funzionare e crescere indipendentemente da te. L’obiettivo non è diventare l’esecutore indispensabile, ma l’architetto di una macchina che altri possano gestire e far evolvere. Questo è il percorso di chi mira a un’exit strategica: la vendita dell’azienda per finanziare la pensione o dare vita a nuovi progetti. Un’impresa di questo tipo è un asset reale, dotato di un valore di mercato definito e appetibile per chi desidera acquisire un sistema che funziona.

Scegliere di costruire un asset impone fin dall’inizio una disciplina rigorosa e costringe a evitare la trappola più comune di tutte: creare un’impresa fondata sugli eroi, anziché su un sistema.

La struttura: costruire un sistema, non un’impresa basata sugli eroi

Il segreto per costruire un’azienda di valore, soprattutto nei settori basati sui servizi, risiede in un concetto tanto essenziale quanto spesso trascurato: l’industrializzazione. Non si tratta di “deumanizzare” il lavoro, bensì di progettare processi e metodologie standardizzate che consentano di erogare servizi di alta qualità in modo coerente e replicabile, riducendo la dipendenza dalle capacità dei singoli individui.

Un avvocato con cui abbiamo implementato un modello di lavoro standardizzato per la gestione dei servizi legali mi ha offerto una metafora particolarmente efficace: “Prima dovevo cercare come collaboratore qualcuno che sapesse ‘disegnare bene’. Oggi, avendo costruito un modello per governare il flusso di lavoro, mi basta trovare persone che magari ‘sappiano fare bene solo i cerchi’ “. In questo modo ha scomposto un’attività complessa in compiti standardizzati, trasformandola in un sistema. Così facendo ha anche ridotto la dipendenza dello studio dalla propria presenza costante. Il principio guida è ben riassunto nella massima “work yourself out of your job”: lavorare ogni giorno per rendersi progressivamente superflui.

Il ruolo del fondatore, infatti, non è essere l’esecutore, ma l’architetto del sistema. Questo approccio, affinato nel mondo dei servizi attraverso il metodo Kanban e il Kanban Maturity Model (KMM), e ispirato al modello di produzione industriale Toyota, consente di trasformare un insieme di individui in un sistema coeso, generando vantaggi strategici rilevanti e duraturi.

  • Scalabilità
    Quando il business si basa su processi replicabili e kit operativi, la crescita diventa un’opportunità. Puoi formare nuovi collaboratori in modo rapido, gestire più clienti senza che la qualità degradi e senza che la struttura imploda sotto il peso del suo stesso successo.
  • Riduzione del rischio
    Un’azienda fondata sulle competenze di poche persone chiave è fragile. La perdita di una figura strategica crea un unique point of failure – un anello debole della catena. Basare l’azienda su un sistema solido mitiga questo rischio: le persone sono importanti, ma il vero asset è il sistema di lavoro, che sopravvive a prescindere da chi vi stia operando.
  • Valore di mercato
    Per un potenziale acquirente, un’azienda che “gira da sola” ha un valore superiore. Acquistare un’impresa che dipende totalmente dai fondatori significa comprare un rischio. Acquistare un sistema collaudato, invece, significa investire in un asset che continuerà a generare valore.

Costruire un sistema, tuttavia, non è solo una sfida tecnica e organizzativa. La dipendenza dalle persone è uno dei rischi più critici, e l’ho imparato sulla mia pelle.

Le persone: gestire il rischio umano in soci e collaboratori

Le persone sono il cuore di ogni startup: rappresentano la risorsa più preziosa e, allo stesso tempo, il principale fattore di rischio. Lasciate che vi racconti un episodio accaduto in una startup a cui ho preso parte diversi anni fa, per chiarire meglio cosa intendo.

Eravamo quattro soci con quote al 25% ciascuno: la peggiore configurazione possibile, perché prepara il terreno allo stallo decisionale. Il problema emerse quando le cose, inevitabilmente, non andarono come previsto – non vanno mai esattamente come pianificato! Ci trovammo con obiettivi finali divergenti, il conflitto divenne inevitabile, paralizzando l’azienda e prosciugando energie preziose proprio nel momento più critico, quando avremmo invece dovuto essere uniti e focalizzati.

Questa esperienza mi ha insegnato tre lezioni fondamentali sul rischio umano:

  1. L’allineamento tra soci è fondamentale: la divergenza sugli obiettivi finali è una vera e propria bomba a orologeria. Assicurati che tutti condividano la stessa visione a lungo termine. Evita inoltre un numero pari di soci o di quote: al primo disaccordo serio, il rischio è il blocco totale dell’azienda.
  2. La dipendenza da figure chiave rappresenta una debolezza significativa: affidarsi a consulenti o collaboratori indispensabili, che potrebbero andarsene in qualsiasi momento, crea un unique point of failure e limita drasticamente la capacità dell’azienda di crescere e scalare.
  3. La trappola del potere personale: la standardizzazione incontra spesso la resistenza di chi detiene conoscenze esclusive. Per molti, questa competenza rappresenta una forma di potere. Superare questa resistenza è però essenziale per non rimanere prigionieri delle dinamiche interne all’azienda.

La gestione di questi rischi richiede una chiarezza cristallina fin dall’inizio, soprattutto per quanto riguarda gli scenari di uscita.

La strategia di uscita: pianificare la fine prima dell’inizio

Parlare di exit quando l’azienda non è ancora partita può sembrare eccessivamente pessimista, ma ignorarlo sarebbe un errore strategico. Definire fin dall’inizio una chiara strategia di wayout è uno strumento di pianificazione che offre allineamento e sicurezza a tutti i soci. Un piano condiviso aiuta a evitare conflitti potenzialmente devastanti quando emozioni e interessi personali raggiungono il picco.

Ogni startup dovrebbe pianificare, nero su bianco, almeno tre scenari:

ScenarioDescrizione e azioni da prevedere
OttimisticoÈ la vendita dell’azienda a un prezzo vantaggioso. Per evitare conflitti, definite in anticipo i criteri per la valutazione delle quote (es. multipli sull’EBITDA, valutazione di un arbitro terzo). Questo previene la classica dinamica in cui una quota “per chi vende vale milioni, per chi compra spiccioli”.
PessimisticoL’idea di business non decolla. Sebbene spiacevole, questo scenario è relativamente più semplice da gestire se pianificato. È fondamentale avere un piano chiaro e rapido per la liquidazione della società, che definisca come chiudere le operazioni e minimizzare le perdite.
Intermedio (il più pericoloso)Questa è la trappola in cui sono personalmente caduto. L’azienda si trovava a metà del guado: aveva clienti e obblighi, ma non generava abbastanza ricavi per sostenersi e continuava a richiedere finanziamenti. È in momenti come questi che le divergenze tra soci esplodono: chi vuole continuare a investire, chi preferirebbe chiudere. Ci si ritrova intrappolati nella propria stessa azienda.
Nel mio caso, ci è voluto un anno per trovare una via d’uscita: la vendita dell’azienda a terzi. Avere un piano predefinito per questo tipo di scenario è quindi vitale.

La gestione dello scenario intermedio è strettamente legata a un’altra fase critica: la trappola della crescita.

La trappola della crescita: perché scalare è il momento più delicato

Paradossalmente, molte startup non falliscono per mancanza di clienti, ma proprio a causa di una crescita troppo rapida e mal gestita. Scalare significa trasformare un’organizzazione artigianale in una struttura solida, ed è proprio in questa fase che ogni debolezza progettuale emerge con forza.

È proprio la fase del “mezzo del guado”: l’azienda è troppo grande per essere gestita solo dai fondatori, ma non ancora abbastanza redditizia da sostenere una struttura organizzativa complessa. I fondatori si trovano sopraffatti, la qualità rischia di calare e i costi crescono più rapidamente dei ricavi.

Per evitare questa trappola, è fondamentale prepararsi alla crescita fin dal primo giorno:

  • Pensare in grande da subito: anche se all’inizio la gestione è “artigianale”, il modello di business deve essere progettato per essere scalabile. Chiediti come funzioneranno i processi e i flussi di lavoro quando l’azienda sarà dieci volte più grande.
  • Identificare le risorse future: mappa in anticipo le competenze e i ruoli necessari per sostenere l’espansione. Inizia la ricerca prima che l’urgenza diventi un’emergenza.
  • Standardizzare per delegare: si torna al concetto chiave. L’unico modo per delegare efficacemente è attraverso la creazione di kit operativi, manuali e flussi di lavoro standardizzati. Solo ciò che è standardizzato può essere insegnato, misurato e delegato con successo.

Tutte queste strategie, però, devono poggiare su fondamenta solide: un’analisi numerica rigorosa.

Il business case: oltre l’idea, i conti devono tornare

Un’idea, per quanto brillante, rimane una visione finché non è supportata da numeri credibili. Un business case ben articolato è lo strumento che trasforma un’intuizione in un piano d’azione sostenibile. È la prova di fattibilità che permette di valutare i rischi e capire se il gioco vale la candela.

Un’analisi finanziaria preliminare deve includere almeno questi elementi:

  • Proiezione dei ricavi: stimare, anche in modo conservativo, come potrebbe evolvere il fatturato nel tempo. Quanti clienti? A quale prezzo? Con quale ritmo di crescita?
  • Struttura dei costi: mappare con attenzione i costi, fissi e variabili. Questo include le spese operative, ma anche i costi futuri spesso trascurati, come gli stipendi dei soci fondatori e i compensi per i collaboratori.
  • Investimento iniziale: calcolare l’investimento necessario non solo per coprire le perdite iniziali, ma soprattutto per costruire il sistema. Questo capitale finanzia lo sviluppo di flussi di lavoro, materiali e kit formativi che permetteranno all’azienda di scalare. È un investimento sull’infrastruttura operativa.

Questo esercizio numerico è il test di realtà di base per ogni startup.

Conclusione

Il successo di una startup dipende meno dalla genialità dell’idea e più dalla disciplina nel porsi domande difficili su obiettivi, sistemi, persone e strategie di uscita. La differenza tra un’impresa che prospera e una che implode risiede nella capacità di affrontare queste scomode verità fin dal primo giorno. Considerate questi spunti come una vera bussola strategica. Uno strumento utile per affrontare questo percorso in modo strutturato è il Business Model Canvas.

Un approccio consapevole e pianificato non solo aumenta le probabilità di successo, ma consente di costruire un’impresa che non sia soltanto redditizia, ma anche resiliente, di valore e, in ultima analisi, un vero veicolo per la vostra libertà. Un esempio concreto di quanto detto è la storia di Global Alloys, raccontata in un case study che ho scritto per il portale Kanban di Kanban University, disponibile cliccando qui.

Il viaggio del Personal & Team Capacity Planning: dalle congetture ai flussi di lavoro stabili

Da oltre un decennio ho il privilegio di affiancare individui e team in numerose organizzazioni, aiutandoli con l’ausilio di una pratica che ho chiamato Personal Capacity Planning e, più recentemente, Personal & Team Capacity Planning. Si tratta di un metodo che, secondo la mia esperienza empirica, aumenta la produttività e offre un maggiore senso di controllo sul modo in cui i team gestiscono il proprio lavoro. Questo percorso, dalle sue origini alla sua applicazione odierna, si è profondamente intrecciato con i principi e le pratiche del metodo Kanban.

L’origine di un’idea: supportare l’implementazione di Lean

I miei primi passi in quello che sarebbe poi diventato il Personal & Team Capacity Planning risalgono al 2009-2010, quando applicavo Lean come Delivery Manager in un’azienda tecnologica. All’epoca non era una pratica formalizzata con un nome; ho semplicemente iniziato a fare pianificazione delle capacità personali su un foglio di carta. Era un approccio pragmatico ed empirico, inizialmente poco più che un esercizio per comprendere l’utilizzo del tempo personale e far sì che i miei team prendessero coscienza del fatto che le loro capacità personali erano limitate.

La mia comprensione di questo concetto si è approfondita notevolmente nel tempo e dopo aver iniziato a studiare Kanban e il Kanban Maturity Model (KMM). Ad un certo punto è diventato chiaro come questa riflessione personale sulla capacità potesse essere uno strumento utile per le organizzazioni. Ho riportato brevemente questa evoluzione iniziale nel mio primo articolo sull’argomento.

L’evoluzione con Kanban: definire i limiti al WIP

Man mano che la mia conoscenza di Kanban cresceva, cresceva anche la pratica. Si è evoluta in modo specifico per aiutare a definire i limiti al lavoro in corso (WIP). Questo è stato un passo fondamentale, riconoscendo che la necessità di limiti al WIP deriva direttamente dalla capacità produttiva limitata di un team, che a sua volta è vincolata dalla capacità limitata di ogni singolo membro. Il mio secondo articolo ha approfondito come il Personal Capacity Planning aiuti a definire questi limiti fondamentali.

Mi ha ispirato anche lo scambio di idee con Susanne Bartel di Flow Hamburg su questo argomento, così come una presentazione che ha tenuto all’Agile & Kanban Coaching Exchange. Questa presentazione mi ha fatto conoscere il Token System, un concetto che ora ho integrato pienamente nella mia pratica.

Il panorama attuale: token di capacità e bilanciamento dei flussi

Oggi ritengo che questa pratica sia fondamentale per supportare i team consolidati che lavorano su due o più flussi di lavoro. Una sfida comune per tali organizzazioni, in particolare quando iniziano a utilizzare Kanban, è l’allocazione delle risorse tra i vari flussi di lavoro.

L’implementazione di Kanban può essere sfidante per i team che lavorano su più flussi di lavoro, soprattutto se questi flussi differiscono in modo significativo o sono vincolati da sistemi legacy separati. Sebbene spesso vi sia il desiderio di integrare i flussi, ciò è raramente fattibile praticamente a causa delle diverse esigenze operative o degli strumenti incompatibili. I team fanno anche resistenza all’adozione di nuovi sistemi, come le Kanban board, percependoli come un ulteriore onere di gestione. Una strategia più pragmatica consiste nell’integrare i principi e le pratiche Kanban direttamente nell’infrastruttura di flusso di lavoro esistente, trasformando efficacemente i sistemi attuali in ambienti compatibili con Kanban senza la necessità di piattaforme completamente nuove.

Nel prossimo capitolo approfondirò queste idee, concentrandomi sull’applicazione pratica del metodo Kanban all’interno di organizzazioni che già gestiscono più flussi di lavoro. Descriverò come aiuto questi team ad allocare le risorse in modo più efficace. Il processo inizia con la mappatura di una “settimana tipica ipotetica”, prima a livello individuale, poi aggregata per team. Le fasce orarie vengono convertite in “token di capacità”, che vengono poi distribuiti tra i vari flussi di lavoro. Questo metodo aiuta a bilanciare i carichi di lavoro e a ottimizzare l’uso delle risorse. In definitiva, l’obiettivo è quello di stabilizzare il sistema complessivo applicando limiti al WIP dei singoli flussi e bilanciando la capacità tra di essi, garantendo una distribuzione del lavoro più efficiente e armoniosa.

L’implementazione pratica: il Personal & Team Capacity Planning all’opera

Ecco come funziona in pratica il Personal & Team Capacity Planning:

  • Immaginare la settimana: chiedo ai team di immaginare la loro settimana tipo teorica, proprio come descritto nei miei articoli precedenti. Ciò comporta che ogni membro annoti una stima della propria capacità settimanale, quasi come una previsione di programma suddivisa in slot orari. È fondamentale sottolineare che non si tratta di un programma, ma di uno strumento per riflettere su come utilizzano il proprio tempo e per riconoscere i limiti fisici della propria capacità.
  • Dagli slot ai token di capacità: una volta che ogni membro del team ha ipotizzato i propri slot, viene calcolata la capacità totale del team e trasformata in token di capacità. È importante stabilire una connessione tra gli slot individuali e i token collettivi del team per sottolineare che ogni individuo contribuisce al team e che ciò che conta è la capacità collettiva del team.
  • Allocazione strategica e limiti al WIP: durante le cadenze Kanban, riflettiamo collettivamente su come assegnare questi token di capacità ai vari flussi di lavoro. In base alla capacità assegnata a ciascun flusso, definiamo quindi i rispettivi limiti al WIP. L’obiettivo è quello di bilanciare i flussi, evitando situazioni in cui alcuni flussi hanno una capacità eccessiva mentre altri ne hanno troppo poca. Se osserviamo un flusso sottoperformante mentre altri eccellono, possiamo riequilibrare visivamente spostando la capacità. Questo spostamento segnala intuitivamente la necessità di adeguare i limiti al WIP per limitare i flussi con risorse in eccesso e dare spazio a quelli che necessitano di maggiore capacità. Si tratta di un equilibrio empirico in cui i limiti al WIP non solo stabilizzano il flusso, ma svolgono anche un duplice ruolo nell’assegnazione della capacità tra flussi paralleli, rendendo così l’intero sistema più stabile e affidabile.

La pratica attraverso i livelli del Kanban Maturity Model

Tipicamente introduco la pratica di Personal & Team Capacity Planning quando analizzo la capacità produttiva attuale all’interno di STATIK (System Thinking Approach to Implementing Kanban). Retrospettivamente, ho visto questa pratica evolversi in modo significativo attraverso diversi livelli di maturità all’interno di un’organizzazione, come definito dal Kanban Maturity Model (KMM).

livello di maturità zero (ML0), quando l’organizzazione è assente e gli individui operano in modo indipendente, questa pratica serve ad aiutare le persone a comprendere il proprio lavoro. L’obiettivo è incoraggiare il passaggio da un approccio individualistico a uno in cui gli individui iniziano a lavorare in squadra a ML1. Per facilitare questa transizione, ogni membro del team identifica i propri token di capacità personali e il modo in cui li assegna. Ciò consente una discussione collettiva tra i membri del team per ridistribuire questi token, ora considerati come capacità complessiva del team, su un flusso di lavoro unificato.

Passando da ML1 a ML2, questa pratica sposta il proprio focus sul cliente. Il team decide collettivamente come allocare i propri token tra le attività e i flussi di lavoro per migliorare il servizio ai clienti. Ciò è particolarmente importante quando si ha a che fare con flussi di lavoro diversi difficili da unificare, poiché questi possono causare problemi e spingere le persone a tornare a gestire i sistemi individualmente o in silos. L’obiettivo in questa fase è gestire i sistemi in modo unificato, il che è fondamentale affinché un team possa passare da ML1 a ML2.

Lo stesso approccio si applica alla transizione da ML2 a ML3, anche se possono essere coinvolti team di lavoro diversi. Sebbene non sia sempre necessario, il riequilibrio dei carichi di lavoro all’interno di un team può comunque essere vantaggioso. A ML3, l’attenzione è rivolta all’allineamento dei flussi di lavoro in un sistema di servizi complessivo. Ciò può comportare la riallocazione delle risorse trasferendo i token dal flusso di lavoro di un team a quello di un altro, a condizione che ciò contribuisca al riequilibrio complessivo di tutti i flussi.

Infine, una volta che il sistema ha raggiunto ML3 ed è bilanciato su tutto il servizio, l’attenzione si sposta sulla gestione della variabilità della domanda e sulla copertura dei rischi per raggiungere ML4. Ciò comporta la possibilità di aggiungere token, ovvero di riservare una capacità che in realtà non esiste, ma che viene utilizzata nei periodi di picco. Ad esempio, durante i picchi stagionali (come settembre e giugno per un reparto risorse umane che sto seguendo), vengono utilizzate risorse aggiuntive (ad esempio, dipendenti part-time di altri reparti disposti a lavorare ore extra) come “team di riservisti”. Queste persone aggiuntive corrispondono ai token extra resi disponibili quando necessario. Questo concetto è integrato e ampliato nella pratica dell’utilizzo di classi di prenotazione in un sistema di prenotazione dinamico (MF 4.6), e consente la prenotazione di capacità non ancora disponibile.

Questo crea un continuum di sistemi di gestione della capacità, da ML0 a ML4 e oltre.

Affrontare realtà complesse: flussi di lavoro multipli e sistemi legacy

Il presupposto fondamentale di questo approccio è che i team lavorino tipicamente su più flussi di lavoro. Sebbene in alcune situazioni sia possibile gestire un singolo team con diversi tipi di attività all’interno di un unico flusso, spesso ciò non è fattibile. Questi flussi possono essere intrinsecamente diversi, con fasi e dinamiche uniche, oppure possono essere legati a sistemi di flusso di lavoro legacy disparati. In questi casi, è comune fare resistenza all’introduzione di nuove Kanban board perché i dati sono già presenti nei sistemi esistenti. La mia strategia consiste nello sfruttare questi sistemi esistenti e trasformarli in un sistema Kanban, in linea con il principio Kanban di “inizia con quello che fai oggi”.

I tre passi per ottenere un team maggiormente in controllo

Il metodo è fortemente empirico e pragmatico, pensato per evitare stime dispendiose in termini di tempo o pianificazioni rigide.

  1. Primo passo: cercare modelli settimanali. Anziché fare previsioni, analizziamo ciò che è stato fatto in media nelle ultime settimane o semplicemente monitoriamo le attività per due o tre settimane. Questo rivela come vengono distribuiti tipicamente i carichi di lavoro. Anche nelle organizzazioni meno mature (da ML0 a ML2), è affascinante vedere come emergano modelli sensati, come se le persone creassero istintivamente routine prevedibili per compensare le incongruenze. Questo rimane valido anche a livelli di maturità più avanzati.
  2. Secondo passo: adeguare i modelli per evolvere il flusso di lavoro. Questa tendenza istintiva può essere utilizzata per stabilizzare ed evolvere i flussi di lavoro. Ho osservato che assegnare token di capacità ai flussi di lavoro e assicurarsi che il team ne comprenda l’importanza contribuisce a stabilizzare il comportamento individuale e, di conseguenza, il sistema. Combinando questo approccio con altre pratiche Kanban, come la visualizzazione del lavoro, la raccolta di metriche e l’identificazione dei miglioramenti, i team sono in grado di adeguare collettivamente i modelli di capacità e migliorare i flussi di lavoro. Le cadenze Kanban, come il Team Kanban Meeting e la Service Delivery Review, forniscono un’occasione per discutere e condividere esperimenti sicuri per la regolazione dei modelli di capacità. Ciò porta a flussi di lavoro stabilizzati e ottimizzati nel tempo.
  3. Terzo passo: riservare la capacità come si ritiene opportuno. Questo processo di adeguamento e riequilibrio spesso comporta l’assegnazione di una capacità specifica. Quando ho implementato questo processo per la prima volta nel 2011 come Delivery Manager, il problema principale era la condivisione delle risorse tra i progetti e la manutenzione. Abbiamo creato degli slot di capacità per evitare conflitti e garantire che la capacità del progetto fosse realistica. Da allora, questo approccio è stato utile in vari scenari, dall’applicazione di Scrum con membri del team condivisi al bilanciamento dei carichi di lavoro per i team di supporto e sviluppo.

Il vero impatto: stabilità e padronanza di sé

La reazione iniziale all’introduzione di questa pratica è spesso il sospetto, la sensazione che io voglia “ingabbiare” e controllare il team. Tuttavia, con il passare del tempo, i team scoprono inevitabilmente che è esattamente il contrario: si tratta di un metodo gestito in modo autonomo che favorisce la stabilità e la prevedibilità nel loro sistema di lavoro, indipendentemente dalle pressioni esterne.

Una maggiore stabilità e prevedibilità consentono ai singoli individui e ai team di acquisire un controllo sempre maggiore sui livelli di servizio offerti ai propri clienti. Non si tratta di una limitazione, ma di un miglioramento del controllo. Allevia la pressione esterna e consente ai team di padroneggiare davvero i propri flussi di lavoro. Questo concetto controintuitivo trova la sua vera applicazione solo quando viene sperimentato, poiché si integra perfettamente con il metodo Kanban e i suoi principi fondamentali.

Fonti

  1. David J. Anderson, Kanban: Successful Evolutionary Change for Your Technology Business, Blue Hole Press, 2010
  2. David J. Anderson, Teodora Bozheva, Kanban Maturity Model: A Map to Organizational Agility, Resilience, and Reinvention – 2nd Edition, Kanban University Press, 2021
  3. Susanne Bartel, Managing Hybrid Projects with Kanban, canale YouTube dell’Agile & Kanban Coaching Exchange, 2024
  4. Marco Re, A Kanban-like system successfully implemented at Doxee in 2010-2012, portale Kanban+ della Kanban University, 2023
  5. Marco Re, Personal Capacity Planning: a practice that boosts Kanban teams productivity, pubblicato su blog, 2024
  6. Marco Re, An update on Personal Capacity Planning: a practice that boosts Kanban teams productivity, pubblicato su blog, 2024

Link all’articolo originale (in inglese).