Metriche di flusso: cosa misuriamo davvero quando misuriamo la produttività?

In molte organizzazioni, quando si parla di produttività degli uffici, si parte da un’intuizione apparentemente ragionevole: se le persone sono occupate, il lavoro avanza. Se le ore registrate aumentano, la produttività aumenta. Peccato che questa logica, portata alla prova dei dati, si riveli quasi sempre sbagliata.

Il problema dell’effort

Misurare le ore di lavoro – l’effort – dice quanto tempo le persone hanno dedicato a qualcosa. Non dice quanto lavoro è stato effettivamente completato. Sono due cose diverse, e confonderle genera decisioni sbagliate.

Un ufficio che gestisce pratiche amministrative può essere pieno di persone impegnate tutto il giorno, eppure produrre meno output di un ufficio più snello e meno saturo. Il motivo è semplice: quando le persone sono troppo occupate, il sistema si inceppa alla minima perturbazione – una richiesta urgente, un’assenza, una dipendenza esterna. Il lavoro si accumula, i tempi si allungano, e nessuno capisce esattamente perché.

La misura che conta, invece, è il Throughput: quante pratiche vengono effettivamente completate in un dato periodo. Registrazioni, contratti, acquisti, variazioni – qualsiasi cosa rappresenti un’unità di lavoro conclusa. Se il Throughput aumenta a parità di organico, la produttività sta crescendo. Non ci sono interpretazioni: è un dato empirico, diretto, semplice da raccogliere.

Livelli di servizio: sapere non basta, bisogna collegare

Una volta che si inizia a misurare il Throughput, emerge naturalmente una seconda domanda: in quanto tempo completiamo le pratiche? È qui che entrano in gioco i Service Level Agreement (SLA), ovvero gli impegni misurabili che un ufficio può comunicare ai propri interlocutori interni ed esterni.

Un esempio concreto: l’ottantacinquesimo percentile dei Lead Time è di 15 giorni. Che in termini semplici significa: l’85% delle richieste di un determinato servizio viene gestito entro 15 giorni. È un dato reale, ricavato dai sistemi in uso, ma da solo non dice ancora nulla di utile. La domanda che conta non è “è tanto o è poco?”, ma: qual è l’impatto reale sull’organizzazione se questi tempi restano invariati, si allungano, o si accorciano?

Senza questa misura di impatto, qualsiasi target è arbitrario. Fissare un obiettivo di 8 giorni invece di 15 potrebbe essere un miglioramento significativo o uno spreco di risorse, dipende da cosa succede a valle. Finché non colleghiamo le metriche operative alle conseguenze organizzative, stiamo ottimizzando nel vuoto.

Questo è il nodo: spesso non è che manchino i dati. Manca il collegamento tra i dati e le decisioni.

Gestire i picchi con i dati storici

Molte organizzazioni di servizio, e anche molti uffici amministrativi, vivono di stagionalità: certi periodi dell’anno concentrano volumi di lavoro molto superiori alla media. Pensate per esempio un ufficio paghe: avrà dei picchi di lavoro da evadere in corrispondenza di ogni fine mese.

Il modo tradizionale di gestire questi picchi è reattivo: si aspetta che il sistema si inceppi, poi si aggiunge personale o si fanno straordinari. Il modo alternativo è usare i dati storici per anticipare i picchi e attivare risorse aggiuntive – interne o esterne – solo quando e dove servono davvero. Una capacità extra controllata invece di un’emergenza ricorrente.

Capacity planning: vedere la coperta prima che sia troppo corta

Quando un ufficio gestisce attività diverse, la sfida non è solo fare di più, ma bilanciare. La coperta è sempre potenzialmente corta, e senza una mappa dell’allocazione reale delle risorse è impossibile sapere dove concentrare l’attenzione.

La settimana tipo è uno strumento semplice: si mappa come viene effettivamente distribuito il tempo del team tra le diverse categorie di attività, e si confronta questa distribuzione con i volumi di lavoro in arrivo. Questo confronto rende visibili i colli di bottiglia prima che diventino crisi, e permette di spostare risorse in modo consapevole invece di rincorrere le urgenze.

Ho diffusamente parlato di questa pratica in un’articolo al quale rimando per gli approfondimenti.

Il lavoro sommerso

C’è un ultimo problema, forse il più sottovalutato: il lavoro invisibile. In ogni ufficio esiste una quota significativa di attività che non viene tracciata – richieste gestite via email, richieste urgenti, eccezioni, supporto informale. Questo lavoro sommerso consuma capacità reale, ma non appare in nessuna metrica. Risultato: le analisi partono da dati incompleti, e le decisioni che ne derivano sono distorte.

La soluzione non è burocratizzare ogni attività, ma rendere visibile almeno la massa del lavoro sommerso – anche in modo aggregato – per avere una visione sistemica e bilanciata della situazione.

Le cadenze: dove avviene il vero miglioramento

Tutto questo – throughput, SLA, capacity planning, visibilità sul lavoro sommerso – è necessario ma non sufficiente. Le metriche contano solo se vengono usate con regolarità per fare domande precise: cosa sta cambiando? Cosa proviamo a migliorare? Come misuriamo se l’intervento ha funzionato?

Questo è il principio del miglioramento continuo: non un progetto straordinario, ma un meccanismo ordinario. Si fissa una cadenza di revisione – settimanale, bisettimanale, mensile – si guardano i dati, si formula un’ipotesi di miglioramento, si prova, si misura l’effetto. Se funziona, si consolida nel metodo. Se non funziona, si cambia strada.

È un metodo forse noioso da farsi, ma sorprendentemente foriero di risultati nel tempo.

In sintesi

Cosa misurarePerché
ThroughputMisura il lavoro realmente completato, non l’occupazione di tempo
Lead time / SLAPermette di prendere impegni misurabili con gli interlocutori interni ed esterni
Distribuzione per attivitàRende visibili i colli di bottiglia e bilancia i carichi
Volume storicoPermette di anticipare i picchi invece di subirli
Cadenze di revisioneTrasforma i dati in decisioni e iniziative di miglioramento continuo

Nessuno di questi strumenti richiede tecnologie complesse. Richiedono disciplina, continuità, e la disponibilità a prendere decisioni basate sui dati invece che sulle sensazioni. Il metodo Kanban offre esattamente questo: un sistema di pratiche, cadenze e metriche progettato per rendere tutto ciò ordinario – non un progetto straordinario, ma il modo normale di lavorare.

Un’ultima cosa: non è una questione di settore

C’è una storia che vale la pena raccontare, perché smonta un alibi molto comune.

Toyota è oggi il produttore di auto più grande al mondo. Produce 2 milioni di auto in più rispetto a Volkswagen (11 milioni circa contro 9 milioni circa), con circa la metà del personale. Non è successo perché fanno auto, perché sono giapponesi, o perché hanno avuto accesso a tecnologie particolari. È successo perché hanno applicato per più di settant’anni con rigore e continuità il metodo scientifico ai propri processi: osservare, misurare, formulare un’ipotesi, sperimentare, misurare di nuovo. Consolidare ciò che funziona, abbandonare ciò che non funziona. Ricominciare.

Chi dice “da noi non funzionerebbe, il nostro settore è diverso” di solito non sta descrivendo una realtà, sta descrivendo una resistenza. Il metodo scientifico non conosce settori. Funziona dove si è disposti a guardare i dati e a cambiare idea quando i dati lo chiedono.

Un ufficio amministrativo o una organizzazione di servizi non è una fabbrica di automobili. Ma le domande sono le stesse: quanto lavoro stiamo completando? In quanto tempo? Dove si accumula? Cosa succede se cambiamo qualcosa? La differenza tra chi migliora e chi resta fermo non è mai nella complessità degli strumenti, è nella disponibilità a fare quelle domande ogni settimana, senza mai smettere.

Controllare la prevedibilità e la qualità per migliorare i risultati aziendali

Lo scorso 23 luglio ho tenuto un webinar, all’interno della nuova serie dedicata ai Kanban Basics, frutto di una collaborazione con Kanban+ e Kanban University. Ho esplorato come il metodo Kanban possa aiutare le organizzazioni a migliorare la prevedibilità e la qualità dei loro servizi, portando a migliori risultati di business. Ho cercato di portare nel webinar consigli pratici e approfondimenti basati sull’esperienza reale.

Qui di seguito riporto una sintesi in italiano dei contenuti, mentre è possibile rivedere la registrazione del webinar in inglese cliccando sull’immagine qui sotto.

La sfida della prevedibilità operativa

Molte organizzazioni, pur utilizzando pratiche e framework consolidati (come per esempio best practice ITSM), faticano a rispondere a domande fondamentali come “quanto tempo ci vuole per fare le cose?” o “cosa promettiamo ai nostri clienti?”. Questa difficoltà rivela una consapevolezza ridotta del rischio operativo, che può essere definito come il rischio che eventi interni o esterni possano causare un allungamento dei tempi di completamento del lavoro rispetto alle attese.

Le risposte comuni a queste domande sono spesso un numero singolo o un punto di domanda, raramente una metrica basata sulla distribuzione dei tempi. Per affrontare questa indeterminatezza, in Kanban viene introdotto il concetto di lead time, inteso come il tempo che intercorre tra l’inizio (colonna “to-do”) e la fine (colonna “done”) di un elemento di lavoro (un “work item”, cioè un elemento di lavoro richiesto da un cliente), se lo rappresentiamo su una board Kanban di base.

È cruciale capire che il lead time non è un valore singolo, ma una distribuzione di valori che mostra variabilità. La rappresentazione visiva di questa distribuzione (frequenza vs. unità di tempo) rivela che alcuni valori si ripetono più spesso, ma esiste sempre una variazione significativa.

L’insidia dei bias cognitivi nelle previsioni

Quando si chiede quale valore prendere come riferimento per una previsione, le risposte più comuni sono:

• La media: somma dei valori divisa per il numero di valori, che però viene confusa con la mediana.

• La mediana (50° percentile): il valore per cui metà delle volte il lavoro impiega meno tempo e metà delle volte impiega di più. Promettere la mediana implica un rischio del 50% di essere in ritardo, che i clienti solitamente non sono disposti ad accettare.

• La moda: il valore più frequente, ovvero il picco della curva di distribuzione. Tuttavia, nelle distribuzioni tipiche dei lead time, la moda è spesso a sinistra della mediana, il che significa che prometterla comporta un rischio di ritardo ancora maggiore del 50%.

Questi approcci intuitivi sono soggetti a bias cognitivi, portando a stime troppo ottimistiche e a rischi inaccettabili per le previsioni.

La soluzione di Kanban: rischio accettabile e qualità

L’approccio Kanban suggerisce di invertire la prospettiva: partire dalla probabilità di essere in ritardo che i clienti sono disposti ad accettare. Questo spesso mette in discussione la base su cui sono stati definiti gli attuali Service Level Agreements (SLA), che potrebbero essere stati stabiliti senza un’adeguata misurazione storica.

Una buona misura per la prevedibilità è l’85° percentile, che implica un rischio del 15% di essere in ritardo (una volta su sette). Questo è generalmente considerato un rischio accettabile per i servizi. Tuttavia, per servizi critici con implicazioni legali o di business, potrebbe essere necessario optare per percentili più alti, come il 95°, per ridurre ulteriormente il rischio (ad esempio, al 5%).

Il metodo Kanban offre una soluzione per aumentare la prevedibilità e, di conseguenza, migliorare la qualità del servizio. La qualità, infatti, è un “bonus” della prevedibilità: un sistema prevedibile consente una maggiore concentrazione e affidabilità, fattori che nel tempo porteranno a un miglioramento della qualità.

Gestire le code grasse (fat tail) di distribuzione

L’85° percentile potrebbe però non fornire un valore sufficientemente affidabile da utilizzare a scopo previsionale. Un problema comune nelle distribuzioni dei lead time infatti è la presenza di una coda grassa (fat tail), ovvero una porzione estesa a destra del grafico che indica che, se si è in ritardo, il ritardo può essere estremamente lungo (ad esempio, decine di giorni oltre il previsto). Tali ritardi, anche se rari, minano rapidamente la fiducia del cliente.

Per affrontare questo, Kanban promuove come prima cosa il taglio della coda (trimming the tail) per ottenere una distribuzione con una coda sottile (thin tail). Questo si ottiene in due modi:

1. Analisi delle occorrenze individuali: Le lunghe code sono spesso composte da pochi valori anomali. Analizzare questi casi specifici permette di comprendere le cause radice dei ritardi estremi e di affrontare i problemi sottostanti, riducendo la probabilità che si ripetano.

2. Limiti al lavoro in corso (WIP Limits): Una delle pratiche fondamentali di Kanban è limitare la quantità di lavoro in corso. Questo costringe il team a concentrarsi su pochi elementi di lavoro alla volta, promuovendo il completamento piuttosto che l’avvio di nuove attività. È un concetto controintuitivo: limitare la capacità fa sì che si vada più veloci e si completino più cose (aumentando il throughput, ovvero il tasso di consegna). Si riduce il “context switching” e si migliora la qualità complessiva.

Un esempio di successo reale: HR Onboarding

Ho condiviso un caso reale di successo con un processo di onboarding HR. Inizialmente, il processo era totalmente inaffidabile, con tempi di completamento che variavano da 1 a 96 giorni. Attraverso l’applicazione delle pratiche Kanban (senza nemmeno implementare una nuova board, ma utilizzando il sistema di workflow esistente), l’azienda ha raggiunto un livello di prevedibilità del 97% di onboarding completati entro 6 giorni, riducendo il rischio a solo il 3%. Questo è stato cruciale, data la natura critica e le implicazioni legali del servizio di onboarding. Il progetto ha anche portato a standardizzazione, scalabilità e capacità di prevedere i carichi di lavoro futuri, il tutto con un investimento contenuto.

E’ possibile leggere il caso di studio completo in inglese cliccando qui.

Ho raccontato il medesimo caso di studio in un precedente webinar in italiano che può essere rivisto cliccando qui.

Domande e risposte

Durante la sessione di Q&A, sono emersi ulteriori elementi:

• Lead Time vs. Cycle Time: Il lead time è la misura che interessa il cliente (dal momento della richiesta alla consegna finale), mentre il cycle time misura il tempo in cui il lavoro è attivamente in corso (escludendo il tempo di attesa in coda). Spesso, i problemi di efficienza risiedono nella coda piuttosto che nell’esecuzione del lavoro. Concentrarsi sulla distribuzione del tempo in coda e definire classi di servizio basate sul costo del ritardo (cost of delay) può essere molto efficace.

• Kanban vs. overhead di Scrum: Kanban mira a ridurre l’overhead inutile, come il grooming del backlog, che può essere uno spreco di effort. In Kanban, si assegna una classe di servizio e si procede. Le cadenze (riunioni periodiche) in Kanban sono minimizzate per essere pragmatiche e orientate all’azione, pur mantenendo la sincronizzazione del lavoro. A differenza degli sprint di Scrum (che possono essere troppo lunghi o troppo corti), Kanban promuove un flusso continuo e stabile, riducendo lo stress di fine sprint e il “context switching”, portando a un passo sostenibile e a una maggiore efficienza. L’implementazione Kanban è altamente personalizzabile e non prescrittiva, per cui le cadenze possono essere adattate o combinate. È anche possibile applicare principi e pratiche Kanban all’interno di uno sprint Scrum per migliorarne l’efficacia.

Per maggiori informazioni sull’implementazione di Kanban insieme a Scrum potete cliccare qui.

Sintesi

In sintesi, il metodo Kanban offre un percorso pragmatico ed evolutivo per migliorare la prevedibilità e la qualità dei servizi professionali, aiutando le aziende a gestire meglio i rischi e a costruire la fiducia dei clienti attraverso consegne più affidabili.