Budgeting con Kanban: un guida pratica per pianificare la capacità di un’intera azienda

Il processo di budgeting annuale è, per molte aziende, un rituale stressante e spesso frustrante. Si trascorrono settimane a elaborare stime dettagliate, negoziare risorse e definire obiettivi ambiziosi, per poi scoprire che questi documenti sono scollegati dalla realtà operativa quasi dal momento in cui vengono approvati. Questo approccio tradizionale, basato su stime e ipotesi astratte più che su dati concreti, genera un ciclo di sovraccarico, promesse mancate e stress diffuso. L’obiettivo di questo articolo è presentare un metodo alternativo, un approccio evolutivo basato su dati empirici e sui principi Kanban, che trasforma il budgeting da un esercizio astratto a un processo agile, realistico e strategico.

Il mio percorso professionale con questo metodo è iniziato anni fa, quando la lettura del libro Kanban: Successful Evolutionary Change for Your Technology Business ha cambiato radicalmente il mio modo di vedere la gestione del lavoro. Da quel momento, non mi sono più fermato. Ho iniziato ad applicare e sviluppare il metodo Kanban a diversi livelli: dal singolo team, passando per il portfolio di progetti, fino a estenderlo al portfolio dipartimentale e, infine, all’intera capacità aziendale.

In questo articolo, voglio condividere con voi un’attività concreta che sto conducendo: la creazione del budget per il 2026 in un’azienda di servizi di circa tremila persone. Vi guiderò passo dopo passo attraverso un processo di pianificazione della capacità che si fonda sulla realtà misurabile dell’organizzazione, non su ipotesi astratte. Vedremo come trasformare il processo di budgeting in un dialogo strategico basato su dati reali. Tutto inizia con un atto radicale di onestà: smettere di pianificare sulla base dei desiderata e iniziare a misurare la realtà così com’è.

Le fondamenta del nostro budget: dalle persone ai “token” di capacità

Per costruire un budget realistico, dobbiamo partire da una misurazione oggettiva della capacità produttiva reale dell’azienda. Questo primo passo è strategico perché sposta il focus dalla “gestione delle risorse” (resource efficiency), che cerca di tenere le persone sempre occupate, alla “gestione del flusso” (flow efficiency), che si concentra sul far scorrere il lavoro in modo fluido e prevedibile. Questo non è solo un cambio di metrica; è un cambio di paradigma. Come Kanban insegna, la performance aziendale non deriva dal tenere le persone occupate, ma dal far progredire il lavoro di valore.

La fase iniziale per quantificare questa capacità è relativamente semplice e si articola in tre passaggi:

  1. Rilevazione della capacità
    Il punto di partenza è un’analisi pragmatica: contiamo le persone disponibili, le “teste”, per avere un quadro chiaro e inequivocabile della capacità teorica di cui disponiamo oggi. Questo non è un esercizio di stima, ma un censimento che ci ancora alla realtà.
  2. Tokenizzazione della capacità
    Una volta contate le persone, trasformiamo questa capacità umana in “token” di capacità. Questo passaggio ci permette di creare un’unità di misura standard e flessibile per la pianificazione. Invece di pensare a “mezza persona per tre mesi”, pianifichiamo con “X token di capacità”, svincolando il discorso dalle singole persone e rendendolo più strategico e modulare.
  3. Aggregazione a livello aziendale
    Infine, aggreghiamo questi token. Prima li raggruppiamo a livello dipartimentale per avere una visione chiara della capacità di ogni funzione aziendale. Poi, sommiamo i totali dipartimentali per ottenere una visione complessiva e tokenizzata della capacità dell’intera organizzazione.

A questo punto, abbiamo un modello della nostra capacità produttiva. Ma come possiamo essere sicuri che questi token abbiano un significato nel mondo reale? Il passo successivo è ancorare questa teoria alla pratica, collegando i token ai risultati concreti e misurabili che l’azienda è in grado di produrre.

Dalla teoria alla pratica: validare la capacità con il throughput reale

Un modello è utile solo se riflette la realtà. Per questo motivo, il passo successivo è fondamentale: dobbiamo validare il nostro modello di capacità tokenizzata utilizzando un approccio empirico, basato sui dati storici. Questo processo ancora la nostra pianificazione a risultati misurabili, trasformando i token da un concetto teorico a un affidabile strumento previsionale.

Nella mia esperienza, questo si traduce in un’analisi comparativa. Prendiamo la capacità tokenizzata di ogni dipartimento e la confrontiamo con il throughput reale dei sistemi Kanban già attivi. Il throughput è il numero di elementi di lavoro (attività, progetti, ticket) completati in un dato periodo. Nell’azienda in questione dispongo dei dati provenienti da quasi una decina di sistemi Kanban attivi, sviluppati nel tempo. Questo patrimonio informativo mi offre una base empirica solida e affidabile, quantomeno per le funzioni principali.

Dopo aver analizzato i dati storici, possiamo arrivare a una conclusione chiara e supportata dai fatti:

“Ok, con questa quantità di token, otteniamo questo determinato throughput.”

A questo punto, il token non è più solo una convenzione operativa, ma diventa una vera e propria unità previsionale. Abbiamo creato un legame matematico e verificabile tra la capacità che investiamo e i risultati che possiamo realisticamente attenderci. Non stiamo più facendo supposizioni: stiamo costruendo un modello predittivo fondato su evidenze storiche. Questo approccio incarna uno dei principi fondamentali di Kanban: prendere decisioni basate sui dati (data-driven decision making). Con un modello validato, non siamo più in balia di opinioni o pressioni politiche: disponiamo di uno strumento oggettivo per simulare scenari futuri e pianificare con reale cognizione di causa.

La pianificazione strategica come esperimento controllato

Una volta stabilita una relazione affidabile tra capacità (token) e risultati (throughput), la pianificazione strategica si trasforma. Non è più un esercizio statico di allocazione di risorse aziendali, ma una serie di esperimenti controllati per ottimizzare l’utilizzo delle risorse stesse. Questo approccio ci consente di prendere decisioni strategiche con una consapevolezza che i metodi tradizionali non possono offrire.

La fase di simulazione è dove la pianificazione si libera dalle catene dei fogli di calcolo per diventare un vero strumento di navigazione strategica. Iniziamo a simulare diversi scenari, spostando virtualmente i token da un servizio all’altro per osservare l’impatto previsto sul throughput complessivo. Cosa succede se allochiamo il 10% in più della capacità al servizio A a discapito del servizio B? Il nostro modello, basato su dati storici, ci fornisce una previsione attendibile.

Il budget cessa di essere un documento statico e diventa un laboratorio strategico, incarnando il principio Kanban di “migliorare collaborando ed evolvere sperimentando“. La nostra pianificazione annuale non è un più un decreto immutabile, ma una serie di ipotesi concrete da validare, orientate a ottimizzare l’allocazione della capacità per massimizzare i risultati desiderati. L’azienda impara e si adatta attraverso esperimenti controllati, costruendo un budget che non è solo un documento finanziario, ma una vera e propria mappa strategica dinamica.

A questo punto, possiamo estendere questo approccio dalla pianificazione generale alla gestione del portfolio progetti. Avendo misurato il throughput a livello aziendale, sappiamo anche quanta capacità possiamo effettivamente dedicare ai progetti e, di conseguenza, quanti progetti siamo realmente in grado di completare in un anno.

Gestire il portfolio progetti: il flusso upstream

Il segreto per allineare le ambizioni strategiche con la capacità operativa reale risiede nell’applicare i principi Kanban non solo alla fase di esecuzione (il flusso downstream), ma anche e soprattutto alla fase di selezione e pianificazione dei progetti (il flusso upstream). Si crea un vero e proprio sistema controllato, a monte, per la selezione delle iniziative da avviare in funzione della capacità produttiva. Gestire il flusso upstream significa smettere di avviare più lavoro di quanto se ne possa completare, concentrandosi solo sulle iniziative che generano il massimo valore.

Definire il limite al lavoro in corso (WIP Limit)

Il cardine di questo sistema è l’introduzione di un WIP limit (limite al lavoro in corso) a livello di portfolio progetti. Questo non è altro che un limite al numero di progetti che possono essere gestiti contemporaneamente dal flusso downstream. Non è una scelta arbitraria, ma una decisione strategica basata sulla nostra capacità effettiva e sui token di capacità che possiamo dedicare ai progetti. Questo limite garantisce che il flusso di lavoro downstream rimanga scorrevole e che le energie dell’organizzazione non vengano disperse su troppi fronti.

Un processo di triage guidato dalla leadership

Il processo di selezione upstream prevede un potente meccanismo di triage. Tutti i progetti in pipeline vengono analizzati sulla base di due criteri chiave: il valore che portano all’azienda e il costo del ritardo (cost of delay), ovvero il valore economico che l’azienda perde per ogni settimana o mese in cui un progetto non è ancora stato realizzato. Fatto il triage, solo i progetti che la nostra capacità effettiva può sostenere vengono approvati e avviati. E gli altri?

“Tutti gli altri? Aspettano, semplicemente.”

Questa disciplina è ciò che distingue un’organizzazione matura. Si accetta la realtà della propria capacità e si prendono decisioni difficili ma necessarie, invece di cedere alla pressione di avviare tutto subito.

La gestione del portfolio è una responsabilità della leadership aziendale. Il WIP limit a valle e la selezione dei progetti a monte vengono discussi e approvati dal comitato direttivo, che include l’amministratore delegato e i direttori. Questo garantisce un allineamento tra le decisioni operative e la visione strategica.

I benefici: meno sprechi, più valore

I vantaggi di questo approccio sono immediati e tangibili. In primo luogo, si evita lo spreco più grande: avviare lavori che non si ha la capacità di completare. In secondo luogo, ci si concentra esclusivamente sui progetti a più alto valore, massimizzando il ritorno sull’investimento della nostra capacità. Infine, si crea un sistema prevedibile e sostenibile. In sintesi, si passa dal “caos della speranza“, dove si avvia tutto sperando che qualcosa finisca, alla “disciplina del valore“, dove ogni token di capacità è investito deliberatamente per ottenere il massimo impatto strategico. Ma cosa succede quando le ambizioni future superano la capacità attuale? È il momento di guardare oltre l’ottimizzazione e pensare a come far crescere il sistema.

Guardare al futuro: come “elevare il sistema” aumentando la capacità

Una volta che il sistema è stabile e prevedibile, la conversazione strategica si sposta naturalmente verso il futuro: “come possiamo raggiungere obiettivi ancora più ambiziosi?” La risposta è “elevare il sistema“, ovvero aumentare la capacità produttiva dell’organizzazione. Questo, infatti, è un obiettivo strategico per i budget del 2026 e 2027 della nostra azienda.

Tuttavia, c’è un aspetto cruciale da comprendere: aumentare la capacità non è un cambiamento istantaneo. Non basta assumere nuove persone per vedere un aumento lineare della produttività. L’insegnamento fondamentale è che bisogna iniziare oggi a lavorare per aumentare la capacità, con la piena consapevolezza che i risultati concreti si vedranno solo tra sei mesi o un anno.

Questo ritardo è spiegato dalle dinamiche del cambiamento organizzativo. Quando si inseriscono nuove persone o si formano nuovi team, si verifica inevitabilmente un calo iniziale di produttività. Il tempo necessario per l’inserimento, la formazione e l’integrazione con i team esistenti crea un rallentamento temporaneo prima che la curva della capacità inizi a risalire, superando il livello precedente. È l’impatto economico di dinamiche umane ben note che ogni nuovo team deve affrontare. Ignorare questa dinamica porta a frustrazione e a piani irrealistici. Pianificare l’aumento di capacità significa investire oggi per raccogliere i frutti domani, con pazienza e visione di lungo termine.

Conclusione: un budget basato sulla realtà, non su ipotesi astratte

Fare proprio un approccio al budgeting basato su Kanban significa operare una trasformazione profonda, che va ben oltre i numeri su un foglio di calcolo. Significa scegliere la realtà come fondamento della propria strategia. I benefici di questo metodo sono chiari e di forte impatto:

  • Passaggio da un processo “politico” a uno basato sui dati: le decisioni non sono più il frutto di negoziazioni o della voce più autorevole, ma sono guidate da misurazioni empiriche di capacità e throughput. La realtà dei fatti diventa il principale arbitro.
  • Allineamento strategico con la realtà operativa: l’azienda si impegna solo su ciò che può realisticamente portare a termine. Questo non solo massimizza il valore effettivamente realizzato, ma allinea le ambizioni della leadership con le reali possibilità operative dell’organizzazione.
  • Prevedibilità e riduzione dello stress: eliminando le false promesse e il sovraccarico sistematico, si crea un ambiente di lavoro più sostenibile. La fiducia aumenta, perché le persone e i team sanno che gli impegni presi sono realistici e che il sistema è progettato per il loro successo.

In definitiva, questo non è solo una tecnica di budgeting. È un modo per costruire un’organizzazione più matura, resiliente e consapevole. È la scelta di fare della realtà, con i suoi limiti e le sue potenzialità, il più grande alleato strategico per una crescita sostenibile e di valore. La domanda, quindi, non è se la vostra azienda può permettersi di adottare questo approccio, ma se può ancora permettersi di basare il proprio futuro su ipotesi astratte.

Il viaggio del Personal & Team Capacity Planning: dalle congetture ai flussi di lavoro stabili

Da oltre un decennio ho il privilegio di affiancare individui e team in numerose organizzazioni, aiutandoli con l’ausilio di una pratica che ho chiamato Personal Capacity Planning e, più recentemente, Personal & Team Capacity Planning. Si tratta di un metodo che, secondo la mia esperienza empirica, aumenta la produttività e offre un maggiore senso di controllo sul modo in cui i team gestiscono il proprio lavoro. Questo percorso, dalle sue origini alla sua applicazione odierna, si è profondamente intrecciato con i principi e le pratiche del metodo Kanban.

L’origine di un’idea: supportare l’implementazione di Lean

I miei primi passi in quello che sarebbe poi diventato il Personal & Team Capacity Planning risalgono al 2009-2010, quando applicavo Lean come Delivery Manager in un’azienda tecnologica. All’epoca non era una pratica formalizzata con un nome; ho semplicemente iniziato a fare pianificazione delle capacità personali su un foglio di carta. Era un approccio pragmatico ed empirico, inizialmente poco più che un esercizio per comprendere l’utilizzo del tempo personale e far sì che i miei team prendessero coscienza del fatto che le loro capacità personali erano limitate.

La mia comprensione di questo concetto si è approfondita notevolmente nel tempo e dopo aver iniziato a studiare Kanban e il Kanban Maturity Model (KMM). Ad un certo punto è diventato chiaro come questa riflessione personale sulla capacità potesse essere uno strumento utile per le organizzazioni. Ho riportato brevemente questa evoluzione iniziale nel mio primo articolo sull’argomento.

L’evoluzione con Kanban: definire i limiti al WIP

Man mano che la mia conoscenza di Kanban cresceva, cresceva anche la pratica. Si è evoluta in modo specifico per aiutare a definire i limiti al lavoro in corso (WIP). Questo è stato un passo fondamentale, riconoscendo che la necessità di limiti al WIP deriva direttamente dalla capacità produttiva limitata di un team, che a sua volta è vincolata dalla capacità limitata di ogni singolo membro. Il mio secondo articolo ha approfondito come il Personal Capacity Planning aiuti a definire questi limiti fondamentali.

Mi ha ispirato anche lo scambio di idee con Susanne Bartel di Flow Hamburg su questo argomento, così come una presentazione che ha tenuto all’Agile & Kanban Coaching Exchange. Questa presentazione mi ha fatto conoscere il Token System, un concetto che ora ho integrato pienamente nella mia pratica.

Il panorama attuale: token di capacità e bilanciamento dei flussi

Oggi ritengo che questa pratica sia fondamentale per supportare i team consolidati che lavorano su due o più flussi di lavoro. Una sfida comune per tali organizzazioni, in particolare quando iniziano a utilizzare Kanban, è l’allocazione delle risorse tra i vari flussi di lavoro.

L’implementazione di Kanban può essere sfidante per i team che lavorano su più flussi di lavoro, soprattutto se questi flussi differiscono in modo significativo o sono vincolati da sistemi legacy separati. Sebbene spesso vi sia il desiderio di integrare i flussi, ciò è raramente fattibile praticamente a causa delle diverse esigenze operative o degli strumenti incompatibili. I team fanno anche resistenza all’adozione di nuovi sistemi, come le Kanban board, percependoli come un ulteriore onere di gestione. Una strategia più pragmatica consiste nell’integrare i principi e le pratiche Kanban direttamente nell’infrastruttura di flusso di lavoro esistente, trasformando efficacemente i sistemi attuali in ambienti compatibili con Kanban senza la necessità di piattaforme completamente nuove.

Nel prossimo capitolo approfondirò queste idee, concentrandomi sull’applicazione pratica del metodo Kanban all’interno di organizzazioni che già gestiscono più flussi di lavoro. Descriverò come aiuto questi team ad allocare le risorse in modo più efficace. Il processo inizia con la mappatura di una “settimana tipica ipotetica”, prima a livello individuale, poi aggregata per team. Le fasce orarie vengono convertite in “token di capacità”, che vengono poi distribuiti tra i vari flussi di lavoro. Questo metodo aiuta a bilanciare i carichi di lavoro e a ottimizzare l’uso delle risorse. In definitiva, l’obiettivo è quello di stabilizzare il sistema complessivo applicando limiti al WIP dei singoli flussi e bilanciando la capacità tra di essi, garantendo una distribuzione del lavoro più efficiente e armoniosa.

L’implementazione pratica: il Personal & Team Capacity Planning all’opera

Ecco come funziona in pratica il Personal & Team Capacity Planning:

  • Immaginare la settimana: chiedo ai team di immaginare la loro settimana tipo teorica, proprio come descritto nei miei articoli precedenti. Ciò comporta che ogni membro annoti una stima della propria capacità settimanale, quasi come una previsione di programma suddivisa in slot orari. È fondamentale sottolineare che non si tratta di un programma, ma di uno strumento per riflettere su come utilizzano il proprio tempo e per riconoscere i limiti fisici della propria capacità.
  • Dagli slot ai token di capacità: una volta che ogni membro del team ha ipotizzato i propri slot, viene calcolata la capacità totale del team e trasformata in token di capacità. È importante stabilire una connessione tra gli slot individuali e i token collettivi del team per sottolineare che ogni individuo contribuisce al team e che ciò che conta è la capacità collettiva del team.
  • Allocazione strategica e limiti al WIP: durante le cadenze Kanban, riflettiamo collettivamente su come assegnare questi token di capacità ai vari flussi di lavoro. In base alla capacità assegnata a ciascun flusso, definiamo quindi i rispettivi limiti al WIP. L’obiettivo è quello di bilanciare i flussi, evitando situazioni in cui alcuni flussi hanno una capacità eccessiva mentre altri ne hanno troppo poca. Se osserviamo un flusso sottoperformante mentre altri eccellono, possiamo riequilibrare visivamente spostando la capacità. Questo spostamento segnala intuitivamente la necessità di adeguare i limiti al WIP per limitare i flussi con risorse in eccesso e dare spazio a quelli che necessitano di maggiore capacità. Si tratta di un equilibrio empirico in cui i limiti al WIP non solo stabilizzano il flusso, ma svolgono anche un duplice ruolo nell’assegnazione della capacità tra flussi paralleli, rendendo così l’intero sistema più stabile e affidabile.

La pratica attraverso i livelli del Kanban Maturity Model

Tipicamente introduco la pratica di Personal & Team Capacity Planning quando analizzo la capacità produttiva attuale all’interno di STATIK (System Thinking Approach to Implementing Kanban). Retrospettivamente, ho visto questa pratica evolversi in modo significativo attraverso diversi livelli di maturità all’interno di un’organizzazione, come definito dal Kanban Maturity Model (KMM).

livello di maturità zero (ML0), quando l’organizzazione è assente e gli individui operano in modo indipendente, questa pratica serve ad aiutare le persone a comprendere il proprio lavoro. L’obiettivo è incoraggiare il passaggio da un approccio individualistico a uno in cui gli individui iniziano a lavorare in squadra a ML1. Per facilitare questa transizione, ogni membro del team identifica i propri token di capacità personali e il modo in cui li assegna. Ciò consente una discussione collettiva tra i membri del team per ridistribuire questi token, ora considerati come capacità complessiva del team, su un flusso di lavoro unificato.

Passando da ML1 a ML2, questa pratica sposta il proprio focus sul cliente. Il team decide collettivamente come allocare i propri token tra le attività e i flussi di lavoro per migliorare il servizio ai clienti. Ciò è particolarmente importante quando si ha a che fare con flussi di lavoro diversi difficili da unificare, poiché questi possono causare problemi e spingere le persone a tornare a gestire i sistemi individualmente o in silos. L’obiettivo in questa fase è gestire i sistemi in modo unificato, il che è fondamentale affinché un team possa passare da ML1 a ML2.

Lo stesso approccio si applica alla transizione da ML2 a ML3, anche se possono essere coinvolti team di lavoro diversi. Sebbene non sia sempre necessario, il riequilibrio dei carichi di lavoro all’interno di un team può comunque essere vantaggioso. A ML3, l’attenzione è rivolta all’allineamento dei flussi di lavoro in un sistema di servizi complessivo. Ciò può comportare la riallocazione delle risorse trasferendo i token dal flusso di lavoro di un team a quello di un altro, a condizione che ciò contribuisca al riequilibrio complessivo di tutti i flussi.

Infine, una volta che il sistema ha raggiunto ML3 ed è bilanciato su tutto il servizio, l’attenzione si sposta sulla gestione della variabilità della domanda e sulla copertura dei rischi per raggiungere ML4. Ciò comporta la possibilità di aggiungere token, ovvero di riservare una capacità che in realtà non esiste, ma che viene utilizzata nei periodi di picco. Ad esempio, durante i picchi stagionali (come settembre e giugno per un reparto risorse umane che sto seguendo), vengono utilizzate risorse aggiuntive (ad esempio, dipendenti part-time di altri reparti disposti a lavorare ore extra) come “team di riservisti”. Queste persone aggiuntive corrispondono ai token extra resi disponibili quando necessario. Questo concetto è integrato e ampliato nella pratica dell’utilizzo di classi di prenotazione in un sistema di prenotazione dinamico (MF 4.6), e consente la prenotazione di capacità non ancora disponibile.

Questo crea un continuum di sistemi di gestione della capacità, da ML0 a ML4 e oltre.

Affrontare realtà complesse: flussi di lavoro multipli e sistemi legacy

Il presupposto fondamentale di questo approccio è che i team lavorino tipicamente su più flussi di lavoro. Sebbene in alcune situazioni sia possibile gestire un singolo team con diversi tipi di attività all’interno di un unico flusso, spesso ciò non è fattibile. Questi flussi possono essere intrinsecamente diversi, con fasi e dinamiche uniche, oppure possono essere legati a sistemi di flusso di lavoro legacy disparati. In questi casi, è comune fare resistenza all’introduzione di nuove Kanban board perché i dati sono già presenti nei sistemi esistenti. La mia strategia consiste nello sfruttare questi sistemi esistenti e trasformarli in un sistema Kanban, in linea con il principio Kanban di “inizia con quello che fai oggi”.

I tre passi per ottenere un team maggiormente in controllo

Il metodo è fortemente empirico e pragmatico, pensato per evitare stime dispendiose in termini di tempo o pianificazioni rigide.

  1. Primo passo: cercare modelli settimanali. Anziché fare previsioni, analizziamo ciò che è stato fatto in media nelle ultime settimane o semplicemente monitoriamo le attività per due o tre settimane. Questo rivela come vengono distribuiti tipicamente i carichi di lavoro. Anche nelle organizzazioni meno mature (da ML0 a ML2), è affascinante vedere come emergano modelli sensati, come se le persone creassero istintivamente routine prevedibili per compensare le incongruenze. Questo rimane valido anche a livelli di maturità più avanzati.
  2. Secondo passo: adeguare i modelli per evolvere il flusso di lavoro. Questa tendenza istintiva può essere utilizzata per stabilizzare ed evolvere i flussi di lavoro. Ho osservato che assegnare token di capacità ai flussi di lavoro e assicurarsi che il team ne comprenda l’importanza contribuisce a stabilizzare il comportamento individuale e, di conseguenza, il sistema. Combinando questo approccio con altre pratiche Kanban, come la visualizzazione del lavoro, la raccolta di metriche e l’identificazione dei miglioramenti, i team sono in grado di adeguare collettivamente i modelli di capacità e migliorare i flussi di lavoro. Le cadenze Kanban, come il Team Kanban Meeting e la Service Delivery Review, forniscono un’occasione per discutere e condividere esperimenti sicuri per la regolazione dei modelli di capacità. Ciò porta a flussi di lavoro stabilizzati e ottimizzati nel tempo.
  3. Terzo passo: riservare la capacità come si ritiene opportuno. Questo processo di adeguamento e riequilibrio spesso comporta l’assegnazione di una capacità specifica. Quando ho implementato questo processo per la prima volta nel 2011 come Delivery Manager, il problema principale era la condivisione delle risorse tra i progetti e la manutenzione. Abbiamo creato degli slot di capacità per evitare conflitti e garantire che la capacità del progetto fosse realistica. Da allora, questo approccio è stato utile in vari scenari, dall’applicazione di Scrum con membri del team condivisi al bilanciamento dei carichi di lavoro per i team di supporto e sviluppo.

Il vero impatto: stabilità e padronanza di sé

La reazione iniziale all’introduzione di questa pratica è spesso il sospetto, la sensazione che io voglia “ingabbiare” e controllare il team. Tuttavia, con il passare del tempo, i team scoprono inevitabilmente che è esattamente il contrario: si tratta di un metodo gestito in modo autonomo che favorisce la stabilità e la prevedibilità nel loro sistema di lavoro, indipendentemente dalle pressioni esterne.

Una maggiore stabilità e prevedibilità consentono ai singoli individui e ai team di acquisire un controllo sempre maggiore sui livelli di servizio offerti ai propri clienti. Non si tratta di una limitazione, ma di un miglioramento del controllo. Allevia la pressione esterna e consente ai team di padroneggiare davvero i propri flussi di lavoro. Questo concetto controintuitivo trova la sua vera applicazione solo quando viene sperimentato, poiché si integra perfettamente con il metodo Kanban e i suoi principi fondamentali.

Fonti

  1. David J. Anderson, Kanban: Successful Evolutionary Change for Your Technology Business, Blue Hole Press, 2010
  2. David J. Anderson, Teodora Bozheva, Kanban Maturity Model: A Map to Organizational Agility, Resilience, and Reinvention – 2nd Edition, Kanban University Press, 2021
  3. Susanne Bartel, Managing Hybrid Projects with Kanban, canale YouTube dell’Agile & Kanban Coaching Exchange, 2024
  4. Marco Re, A Kanban-like system successfully implemented at Doxee in 2010-2012, portale Kanban+ della Kanban University, 2023
  5. Marco Re, Personal Capacity Planning: a practice that boosts Kanban teams productivity, pubblicato su blog, 2024
  6. Marco Re, An update on Personal Capacity Planning: a practice that boosts Kanban teams productivity, pubblicato su blog, 2024

Link all’articolo originale (in inglese).