La radice comune: Sun Tzu, il Tao e il pensiero Toyota

Nell’articolo precedente ho lasciato in sospeso un tema: che la saggezza di Sun Tzu, quella del conquistare intero e intatto senza distruggere, ha una radice profonda che arriva fino al pensiero giapponese dietro a Toyota e a Kanban. È il momento di affrontarlo.

Attenzione, però. È facile cadere nella scorciatoia: “Cina e Giappone, in fondo è tutto Oriente, tutto si tiene”. Sarebbe una semplificazione grossolana. La cultura cinese di Sun Tzu e quella giapponese di Toyota sono profondamente diverse, e le differenze contano più delle somiglianze. Ma sotto le differenze c’è davvero una radice condivisa, e ha un nome: il Tao. Sun Tzu pone il Tao come il primo dei cinque fattori fondamentali dell’analisi strategica, prima ancora del cielo, della terra, del comando e della disciplina. La cultura giapponese ha assorbito moltissimo dalla Cina nei secoli passati (dalla scrittura in Kanji al Buddismo), ma i rapporti moderni sono segnati da profonde ferite storiche e tensioni mai del tutto superate. Una multinazionale come Toyota, che è l’orgoglio del Giappone, non citerà mai concetti cinesi come Sun Tzu o il Tao. Eppure molti aspetti del taoismo emergono visibilmente nel pensiero Toyota.

Il flusso che non si forza

Il cuore del pensiero taoista è il wu wei, l’agire senza forzare. Non è passività, non è non fare nulla. È agire assecondando la natura delle cose invece di imporsi contro di essa. Lao Tzu usa l’immagine dell’acqua: la cosa più cedevole del mondo, eppure quella che scava la roccia. L’acqua non combatte il terreno, lo asseconda, evita il pieno e scorre nel vuoto, e proprio così arriva ovunque.

Sun Tzu prende esattamente questa immagine e la porta sul campo di battaglia. L’esercito dev’essere come l’acqua: evita i punti forti del nemico e colpisce quelli deboli, non ha forma fissa, si adatta al terreno che incontra. Non è una metafora poetica, è una dottrina operativa.

E qui la radice arriva fino a Toyota, senza forzature. Il principio del flusso che sta alla base del Lean e di Kanban è la stessa intuizione. Il lavoro deve scorrere, non essere spinto a forza. Il push system – riversare lavoro nel sistema perché “tanto prima o poi si farà” – è esattamente il combattere contro il terreno che Sun Tzu sconsiglia: si accumulano code, sovraccarico, attriti. Il pull system è l’acqua che asseconda la conformazione: si tira il lavoro quando c’è la capacità di riceverlo, si scorre nel vuoto invece di premere sul pieno. Non è un trucco gestionale. È wu wei applicato al lavoro della conoscenza.

Conoscere il terreno con i propri occhi

C’è un secondo punto in cui Sun Tzu e Toyota si toccano. Sun Tzu ripete che senza la conoscenza delle condizioni reali del terreno le possibilità di vittoria si dimezzano. Il grande generale non decide dalla tenda, sulla base di un modello astratto: conosce a fondo il terreno vero, quello su cui i soldati cammineranno.

Toyota ha un nome preciso per questo: genchi genbutsu, “vai a vedere con i tuoi occhi”. Non fidarti del report, non fidarti dello schema sulla lavagna: vai al gemba, il posto reale dove il lavoro accade, e guarda. Entrambi rifiutano la stessa cosa, la decisione presa sulla rappresentazione invece che sulla realtà. Il Toyota Way lo dice con una distinzione netta: un conto sono i dati, che sono astrazioni, un altro sono i fatti, che si vedono solo dove il lavoro accade. Distinguere il sintomo dalla causa richiede di andare a vedere cosa succede davvero, non cosa dovrebbe succedere secondo il modello.

Vincere senza combattere, cioè non generare lo spreco

Nell’articolo precedente ho insistito sul “vincere senza combattere”. La vera vittoria di Sun Tzu non distrugge il nemico, previene la battaglia. La battaglia che si può evitare è già, in un certo senso, una battaglia vinta – perché anche vincerla sul campo costa risorse, uomini, tempo, può essere uno spreco.

Toyota fa la stessa mossa sul terreno della produzione, ma qui devo essere preciso, perché è un punto su cui si semplifica sempre troppo. Di solito si parla di muda, lo spreco come attività che non aggiunge valore, e ci si ferma lì. Ma gli sprechi secondo Toyota sono tre, non uno, e muda è l’ultimo dei tre. Prima viene muri, il sovraccarico delle persone. Poi mura, l’irregolarità, la variabilità del flusso. Solo alla fine muda, l’attività non a valore aggiunto. Il Toyota Way li lega in una catena: è l’irregolarità del flusso a generare il sovraccarico, e il sovraccarico a produrre le attività inutili e i difetti. Ma se questa è la catena con cui gli sprechi nascono, l’ordine con cui si affrontano è un’altra cosa – ed è qui che sta il punto.

Si affronta prima muri, il sovraccarico sulle persone. Poi mura, l’irregolarità del flusso. Solo dopo muda. Il motivo è semplice e profondo insieme: se prima non liberi le persone dal sovraccarico, come fanno ad aiutarti a risolvere le altre due forme di spreco? Una persona schiacciata dal troppo lavoro non ha la lucidità né l’energia per migliorare il flusso o eliminare le attività inutili. È esattamente il “conquistare intero e intatto” del primo articolo, tradotto in fabbrica: non sacrifichi le persone per ottimizzare il processo, le preservi perché senza di loro il processo non lo ottimizza nessuno. Non è un’idea moderna: Sun Tzu diceva di trattare i soldati come propri figli, ed è per questo che lo seguivano fino in fondo. Il rispetto per le persone che Toyota mette tra i suoi pilastri ha radici antiche quanto il Tao.

Il “vincere senza combattere” e il “non generare lo spreco” sono la stessa saggezza. In entrambi i casi la vittoria spettacolare – la battaglia vinta all’ultimo, il progetto salvato con lo straordinario eroico – è già il sintomo di un fallimento a monte. Il sistema ben progettato non ha bisogno di eroi. Non a caso il Kanban Maturity Model definisce con il motto “no more heroes anymore” il livello di maturità in cui un’organizzazione smette di dipendere dagli slanci eroici dei singoli e comincia a reggersi su processi e politiche esplicite.

Adattarsi al momento, non al modello

L’ultimo punto in comune è forse il più sottile. Il comandante saggio, dice Sun Tzu, non assume un’identità fissa, la sua saggezza emerge al momento propizio. Gli stratagemmi vittoriosi dei nostri avi, si legge, esistono solo nel momento presente: non possono essere tramandati in anticipo. Ogni situazione è unica, e la sua soluzione può derivare solo dall’unicità di quel singolo caso.

Questo è, parola per parola, lo spirito del kaizen: il miglioramento continuo che risponde alle condizioni attuali, non l’applicazione di una ricetta decisa altrove. È anche la ragione per cui evito sempre di calare in azienda “il metodo” pacchettizzato. Il metodo giusto è quello che emerge dalle condizioni reali di quell’organizzazione, in quel momento. Un modello è una rappresentazione semplificata della realtà, non la realtà: serve finché aiuta a vedere, va abbandonato appena pretende di sostituire lo sguardo.

Le differenze, che contano

Fin qui le affinità. Ma le differenze tra Sun Tzu e Toyota sono reali e vanno rispettate.

Sun Tzu nasce nel conflitto e nella competizione. C’è un avversario, un altro esercito, anche se l’ideale supremo è non doverlo combattere. Toyota nasce nella cooperazione produttiva: il “nemico” non è un altro, è lo spreco, un avversario impersonale che sta dentro il sistema. Ed è proprio questa differenza che rende il ponte utile per le organizzazioni. Perché in un’azienda il vero nemico non sono le persone – il collega, l’altro reparto, il responsabile, il concorrente – ma il sistema mal disegnato. Sun Tzu ci insegna a non distruggere l’avversario umano; Toyota ci insegna a identificare l’avversario giusto, che è impersonale.

C’è una seconda differenza. Sun Tzu è strategico e, in fondo, individualista: al centro c’è il singolo generale geniale che conosce, valuta, decide. Toyota è collettivo: il miglioramento viene dal basso, da tutti, da ogni persona sulla linea che vede un problema e lo segnala. Sono due modelli diversi. Ed è un bene che lo siano: prenderli come equivalenti sarebbe perdere ciò che ciascuno ha da insegnare.

Perché tutto questo conta

La radice taoista condivisa spiega qualcosa che altrimenti sembra solo tecnica. Limitare il lavoro in corso, stabilire cadenze, tirare invece di spingere non sono trucchi da manuale di management. Sono la forma organizzativa di un’intuizione antica di venticinque secoli: che la forza si esercita meglio assecondando la natura delle cose che opponendovisi. Che l’acqua arriva più lontano del martello.

Ecco perché, quando entro in un’organizzazione, non parto mai dallo strumento. Prima viene il flusso – capirlo, liberarlo, assecondarlo. Gli strumenti vengono dopo, e solo se servono. È lo stesso ordine di Toyota: prima le persone, poi il flusso, poi le attività. Prima la natura del sistema, poi la tecnica. Non è filosofia orientale da appendere alla parete. È il modo più concreto che conosco per fare funzionare le cose.

Bibliografia

  1. David J. Anderson, Teodora Bozheva, Kanban Maturity Model: A Map to Organizational Agility, Resilience, and Reinvention – 2nd Edition, Kanban University Press, 2021
  2. Jeffrey K. Liker, Karyn Ross, The Toyota Way to Service Excellence: Lean Transformation in Service Organizations, McGraw Hill, 2017
  3. Sun Tzu, L’arte della guerra, a cura del Denma Translation Group, Oscar Mondadori, 2003
  4. Lao Tzu, Tao Te Ching: The Definitive Edition, translated by Jonathan Star, Tarcher, 2001

Alle radici del metodo Kanban: il manager come coach nel modello Toyota

Alle radici del metodo Kanban c’è il modello organizzativo di Toyota, universalmente riconosciuta come una delle aziende più profittevoli e stabili al mondo. Toyota per decenni ha dominato l’industria automobilistica per qualità, reputazione e performance finanziarie. Tuttavia, il suo modello di gestione è profondamente controintuitivo: mentre la maggior parte delle imprese cerca di ridurre i costi di gestione e appiattire le gerarchie, Toyota investe massicciamente in una struttura di leadership apparentemente costosa, dove la responsabilità principale di ogni manager è agire come coach per i propri collaboratori.

La vera forza di Toyota nasce dalla capacità dei manager di abbandonare la certezza di avere già tutte le risposte, un’illusione che soffoca il pensiero scientifico sul nascere. Il Modello Toyota non è un pacchetto di soluzioni pronte all’uso, ma un Thinking Production System progettato per connettere processi e persone attraverso una tensione costante verso il miglioramento. Questo approccio affonda le sue radici nella visione strategica e nei valori morali della famiglia Toyoda, che ha trasformato un’officina tessile nel leader mondiale dell’automotive.

Le origini valoriali: dalla carpenteria all’automazione con tocco umano (Jidoka)

Il sistema Toyota non nasce da astrazioni accademiche, ma dall’ingegno pratico di Sakichi Toyoda. Per alleviare la fatica delle donne della sua famiglia che lavoravano ai telai, Sakichi inventò un meccanismo che arrestava la produzione in caso di rottura di un filo. Questo concetto, denominato Jidoka (automazione con tocco umano), ha introdotto l’intelligenza nel processo: la macchina segnala il problema e l’uomo interviene per risolverlo alla radice. Suo figlio Kiichiro ha poi esteso questa visione all’automotive, formalizzando i pilastri del metodo operativo Toyota.

Lo spirito Toyota e la cultura dell’eccellenza

La cultura aziendale di Toyota è sostenuta dalle 3C per la crescita armoniosaComunicazione, Considerazione, Cooperazione – e dalle 3C per l’innovazioneCreatività, Sfida (Challenge), Coraggio. Questi valori si riflettono nei 9 principi fondamentali:

  • Contribuire alla società: l’impresa come motore di benessere collettivo.
  • Il cliente al primo posto: la qualità è definita dalle necessità di chi riceve il servizio.
  • Rispetto per le persone: far evolvere i collaboratori affinché raggiungano il loro massimo potenziale.
  • Conoscere il business dalle fondamenta: la competenza tecnica precede la gestione.
  • Andare a vedere di persona: la leadership si esercita sul campo (gemba), comprendendo a fondo i processi operativi e i loro problemi.
  • Disciplina e duro lavoro: l’eccellenza richiede rigore metodologico.
  • Lavoro di squadra: responsabilità individuale del leader, ma successi condivisi dal team.
  • Costruire la qualità nel processo: fermarsi per correggere l’errore immediatamente.
  • Miglioramento continuo (Kaizen): evolvere costantemente verso la visione ideale.

La rivoluzione del ruolo manageriale: il manager come coach

Uno dei pilastri del pensiero Toyota è la distinzione tra dati – che sono astrazioni della realtà – e fatti, ovvero l’osservazione diretta della realtà stessa. Il manager Toyota non resta in ufficio ad analizzare report: va al gemba, là dove il lavoro accade, per raccogliere i fatti che confermano o mettono in discussione ciò che i numeri sembrano dire.

Ma il manager Toyota è anche il coach dei propri collaboratori. Il coaching non è considerato un costo, ma la leva della redditività. Un manager capace di sviluppare le persone e di facilitare il flusso crea le condizioni perché i colli di bottiglia siano sistematicamente eliminati alla radice.

Manager tradizionaleManager Toyota (coach)
Focus sui risultati: gestione reattiva basata esclusivamente su KPI finanziari.Focus sui processi: se il processo è corretto, i risultati sono una conseguenza naturale.
Direttivo: il manager dice alle persone cosa fare.Facilitatore: il manager pone domande per stimolare il pensiero scientifico.
Risoluzione reattiva: interventi d’urgenza per tamponare i problemi emergenti.Approccio proattivo: riduzione sistematica del gap rispetto alla visione ideale.
Lontano dal campo: decisioni basate unicamente su dati astratti e proiezioni d’ufficio.Presenza al gemba: validazione dei dati attraverso i fatti e l’osservazione diretta.

Le tre ondate dello sviluppo della leadership

Lo sviluppo di un leader in Toyota segue un percorso di pratica deliberata che richiede, secondo la psicologia del coaching, fino a 10.000 ripetizioni (Kata) per interiorizzare una nuova abitudine mentale. In Toyota, non si diventa manager senza essere coach e non si diventa coach seguendo un corso. Il percorso di formazione è un processo a lungo termine che si articola in tre “ondate” di apprendimento pratico:

  1. Ondata 1: consapevolezza (Aware of it). Il leader apprende i principi fondamentali del Toyota Way (rispetto per le persone e miglioramento continuo) attraverso sessioni teoriche e applicazioni pratiche su casi studio.
  2. Ondata 2: capacità di fare (Able to do it). Il manager deve padroneggiare le Toyota Business Practices (TBP), un metodo di problem solving in otto fasi basato sul ciclo scientifico PDCA (Plan-Do-Check-Act). Non si può insegnare ciò che non si sa fare personalmente; quindi, il leader deve completare con successo progetti reali sotto la guida di un proprio coach.
  3. Ondata 3: capacità di insegnare (Able to teach it). Attraverso l’On-the-Job Development (OJD), il manager impara formalmente a formare altri leader. Qui il focus si sposta dallo “svolgere il lavoro” allo “sviluppare le capacità di chi lo svolge”.

Una struttura costosa per un’efficacia superiore

Uno degli aspetti più sorprendenti del modello Toyota è il numero ridotto di riporti. Mentre le aziende tradizionali assegnano spesso 30 o più persone a un unico supervisore per risparmiare sui costi generali, Toyota punta a un rapporto di circa un superiore ogni cinque riporti.

Da una prospettiva puramente contabile, questa struttura appare inefficiente e costosa. Tuttavia, per Toyota è un investimento fondamentale: un leader può seguire da vicino e fare coaching quotidiano solo a un numero limitato di persone. Questo rapporto stretto garantisce che ogni anomalia venga rilevata immediatamente e che ogni membro del team sia costantemente incoraggiato a evolvere attraverso il metodo scientifico.

Il coaching al gemba: sviluppare il pensiero scientifico

Il coaching in Toyota non avviene in ufficio, ma al gemba (il luogo dove avviene il lavoro). Un manager esperto punta a trascorrere fino al 70% del proprio tempo sul campo. Quella è considerata l’attività dove si crea vero valore per l’azienda. Il compito del manager non è dare ordini, o guardare numeri, ma porre domande che inducano i collaboratori a pensare in modo scientifico.

Lo strumento principale di questo dialogo è il pensiero A3. L’A3 non è un semplice modulo da compilare, ma un processo di apprendimento mediato dal coach. Il manager/coach invita il suo riporto a:

  • Definire il problema basandosi su fatti osservati, non su assunzioni.
  • Identificare gli ostacoli che impediscono di raggiungere un obiettivo sfidante.
  • Condurre esperimenti rapidi, prevedendo i risultati e riflettendo su ciò che è stato appreso.

In questo sistema, i problemi sono visti come “tesori sepolti”. Invece di punire l’errore, il coach incoraggia l’uso dell’andon (il segnale per chiedere aiuto) per rendere visibili i limiti del processo attuale e trasformarli in opportunità di sviluppo per le persone.

Hoshin Kanri: allineare il miglioramento a ogni livello

Per garantire che il coaching non sia un’attività casuale, Toyota utilizza l’Hoshin Kanri (letteralmente gestione della bussola, ovvero allineamento agli obiettivi strategici a lungo termine delle azioni quotidiane di tutti i livelli aziendali). Questo sistema a cascata assicura che le sfide strategiche dei vertici aziendali siano tradotte in obiettivi concreti fino al livello della singola squadra operativa. Attraverso il processo di catchball (un dialogo bidirezionale tra responsabile e riporto), gli obiettivi non vengono imposti, ma discussi e concordati, trasformando ogni target aziendale in un’occasione di sviluppo individuale.

L’apprendimento scientifico (PDCA) e il TBP

Toyota rifiuta categoricamente i risultati ottenuti per caso: ottenere risultati senza un processo corretto è pura fortuna. Il metodo TBP (Toyota Business Practices) guida il leader attraverso 8 passaggi, di cui i primi cinque costituiscono la fase cruciale di Pianificazione (PLAN):

  1. Chiarificare il problema: definire la visione ideale e confrontarla con la realtà.
  2. Scomporre il problema: individuare sfide gestibili.
  3. Stabilire obiettivi di miglioramento: definire target ambiziosi.
  4. Analisi della causa radice: chiedersi ripetutamente “perché” per andare a fondo nella comprensione.
  5. Sviluppare contromisure: formulare ipotesi da testare (fine fase PLAN).
  6. Attuare le contromisure (DO): testare le ipotesi velocemente.
  7. Monitorare risultati e processo (CHECK): verificare l’efficacia delle azioni.
  8. Standardizzare i processi (ACT): consolidare l’apprendimento e condividerlo.

Conclusione

L’apparente paradosso di Toyota è che ponendo il profitto in secondo piano rispetto allo sviluppo umano e alla filosofia customer first, l’azienda ha generato una solidità finanziaria senza eguali. Il modello di management Toyota dimostra che il rispetto per le persone e il profitto non sono in contrasto, ma l’uno è il motore dell’altro. Investendo in una catena sostenibile di leader-coach, Toyota crea un’organizzazione capace di adattarsi, innovare e risolvere problemi in modo scientifico ogni singolo giorno. È proprio questa capacità diffusa di apprendimento, coltivata attraverso una struttura di coaching apparentemente costosa, a rendere Toyota una delle aziende più competitive e redditizie della storia.

Bibliografia

Jeffrey K. Liker, The Toyota Way, Second Edition: 14 Management Principles from the World’s Greatest Manufacturer, McGraw Hill, 2021

Jeffrey K. Liker, Karyn Ross, The Toyota Way to Service Excellence: Lean Transformation in Service Organizations, McGraw Hill, 2017

Taiichi Ohno, Toyota Production System: Beyond Large-Scale Production, CRC Press Taylor & Francis Group, 1988